Intorno a ciò sono varie opinioni. Non mancano scrittori, e di gran credito, i quali affermano che i diavoli non soffrono delle pene infernali, perchè se ne soffrissero, assai di mal animo potrebbero attendere all'officio di tentare e di tormentare, officio ch'essi mostrano, per contro, di esercitare con singolare compiacimento. Nelle Visioni, come nel poema di Dante, Lucifero suol essere assoggettato nell'ultimo fondo d'inferno, e in conformità di quanto è detto nell'Apocalissi, ad asprissimo supplizio; ma degli altri demonii non si dice, di solito, che patiscano gravi tormenti. Che alcuna volta si tormentassero a vicenda, si azzuffassero e si picchiassero, sembra più che naturale, e se ne può vedere esempio nella visione stessa di Tundalo e nella Divina Commedia, là dove è descritta la bolgia dei barattieri. Nè ai maledetti mancavano svaghi e godimenti. Come ogni opera buona era loro cagion di tormento, così era cagion di letizia ogni opera rea, e quanto sappiamo dell'andamento delle cose umane lascia supporre ch'essi avessero assai più frequente occasione di rallegrarsi che di dolersi. Spesso, nelle pietose leggende, si veggono i diavoli far grande tripudio intorno all'anima che diventa loro concittadina. Dice Pietro Cellense (m. 1183) in uno de' suoi sermoni che il diavolo, sommerso nelle fiamme infernali, sarebbe morto di fame da un pezzo, se non lo rifocillassero i peccati degli uomini; e Dante assicura che egli in inferno si placa vedendo le cose di questo mondo andare a modo suo. Anche ammettendo che la pena dei diavoli fosse gravissima, refrigerio non le mancava.


I teologi sono comunemente d'accordo nel dire che in purgatorio non ci sono demonii a tormentare le anime; ma moltissime Visioni rappresentano il purgatorio pieno anch'esso di diavoli, intesi a farvi il consueto officio di tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel concilio di Firenze, fermò il dogma del purgatorio, la cui dottrina era stata innanzi svolta da san Gregorio e da san Tommaso, non si pronunziò sopra questo punto particolare. Dante, che quanto alla situazione e alla struttura del purgatorio ha immaginazioni e concetti tutti proprii, quanto alla relazione di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi e lascia quella dei mistici. L'antico avversario tenta, gli è vero, di penetrare nel purgatorio del poeta in forma di biscia,

Forse qual diede ad Eva il cibo amaro;

ma gli angeli, gli astor celestiali, lo volgono in fuga. Sia qui notato di passaggio che le pene del purgatorio furono da taluno credute più aspre che non quelle dell'inferno, e ciò perchè non duravano eterne, come l'altre duravano.


L'inferno era l'ordinaria dimora dei dannati, e il luogo dov'essi soffrivano regolarmente il meritato castigo; ma non si creda che la regola fosse a dirittura senza eccezione. Lasciando stare per ora certi dannati avventurosi che per ispecialissima grazia divina furono tratti dall'abisso e ammessi in cielo, dei quali avrò a parlare più oltre, si vuol notare che i dannati potevano in certi determinati casi, e per un tempo più o meno lungo, uscire dalla lor prigione, e che c'era pure, se così può dirsi, un inferno fuori dell'inferno. Apparizioni di dannati erano, come s'è veduto, frequenti; ma nulla giovava ad essi l'essere fuori del luogo consueto di pena, perchè la pena li seguiva lo stesso, come l'ombra il corpo. Altri dannati non erano ricevuti in inferno, ma penavano in qualche strano luogo della terra, forse perchè potessero essere di salutare ammaestramento a chi, peregrinando, s'imbatteva in loro. Così è che san Brandano, navigando alla scoperta del Paradiso terrestre, trovò in un gran gorgo di mare il massimo dei rei, Giuda Iscariote, perpetuamente sbattuto dall'onde infuriate; e che uno degli eroi della leggenda epica carolingia, Ugone di Bordeaux, errando in Oriente, trovò Caino chiuso in una botte di ferro, irta dentro di chiodi, la quale andava senza posa ruzzolando per un'isola deserta. Giovanni Boccaccio, rifacendo a modo suo più antichi racconti, narra la paurosa storia di quel Guido degli Anastagi, che uccisosi di propria mano per disperazione d'amore, e dannato agli eterni castighi, insegue ogni giorno, quando per questa, quando per quella campagna, montato sopra un cavallo nero, con uno stocco in mano, e due mastini innanzi, la donna spietata e crudele, dannata ancor essa, la quale a piedi e ignuda gli fugge davanti, finchè raggiuntala, egli con lo stocco la trafigge, con un coltello la spara, e il cuore e gli altri visceri getta in pastura ai cani affamati. Stefano di Borbone (m. c. 1262) parla di certi fantasmi che, in luogo prossimo all'Etna, si vedevano, tutta la settimana, affaccendati a costruire un castello, il quale precipitava nella notte del sabato, e per opera loro ricominciava a sorgere dalle fondamenta la mattina del lunedì; ma sembra fossero piuttosto anime purganti che dannate.

Più d'una volta fu veduto, nel colmo della notte, l'intero popolo infernale andare a processione, per l'aria, o passar per un bosco, con ordinanza come di sterminato esercito in marcia. Il monaco Otlone, vissuto sin verso la fine del secolo XI, racconta di due fratelli, che cavalcando un giorno, videro improvvisamente nell'aria una turba grandissima, la quale passava non molt'alto da terra. Esterrefatti, chiesero, facendosi il segno della croce, a quegli strani viaggiatori chi fossero. Uno, che pel cavallo che montava e per le vesti, sembrava cavaliere di conto, si diede loro a conoscere, dicendo: “Io sono il padre vostro, e se voi non rendete al convento, cui lo tolsi ingiustamente, il fondo che sapete, sarò irremissibilmente dannato, e con me saranno tutti i successori miei che terranno il maltolto.„ Il padre dà ai figliuoli un saggio degli orribili tormenti che soffre, e i figliuoli riparano la colpa di lui, e in tal modo lo liberano dall'inferno.

Ma una storia più meravigliosa e spaventosa di questa trovasi narrata da un altro monaco, il cronista Orderico Vital, vissuto sin verso il mezzo del XII secolo. Un prete di nome Gualchelmo, curato di Bonneval, tornava una notte dell'anno 1091 dall'aver visitato un infermo, lungi un buon tratto dalla sua casa. Mentr'egli attraversava i campi deserti, illuminati dalla luna che alta splendeva nel cielo, gli percosse l'orecchio un rumor vasto e formidabile, come di grandissimo esercito che valicasse. Preso dallo spavento, fa per nascondersi tra certe piante, che quivi erano, quand'ecco un gigante, armato di una smisurata mazza, gli vieta il passo, e senza altrimenti nuocergli, gl'ingiunge di non muoversi. Il prete resta come inchiodato, e assiste a uno strano e terribile spettacolo. Passa da prima una turba innumerevole di pedoni, i quali trascinano con sè grande quantità di bestiame, e vanno carichi d'ogni sorta di masserizie. Si lamentano tutti in grave modo, e l'un l'altro sollecita. Segue una torma di sotterratori, i quali recano cinquanta feretri, e su ciascun feretro siede un orribile nano, con capo enorme, a guisa di dolio. Sopra un gran tronco, che due tenebrosi etiopi recano in ispalla, è strettamente legato un malvagio uomo, il quale empie l'aria di orrendi ululati. Un mostruoso demonio gli sta sopra a cavalcioni, e con isproni affocati gli lacera il tergo ed i lombi. Viene dopo una cavalcata senza fine, tutta di donne peccatrici: il vento solleva ogni tratto quegli aerei lor corpi all'altezza di un cubito, e subito li lascia ricader sulle selle irte di chiodi roventi. Alla cavalcata s'accoda una schiera di ecclesiastici d'ogni condizione, e a questa tien dietro un esercito di cavalieri, vestiti di tutte le armi, cavalcanti corsieri grandissimi, e spieganti all'aria negri vessilli. Il prete ha con uno di quei cavalieri un colloquio che qui non importa riferire: il cronista Orderico afferma d'avere udito dalla stessa bocca di lui l'intero racconto.