Un monaco per nome Pietro, di cui fa memoria Gregorio Magno in uno de' suoi Dialoghi, vide le anime dannate immerse in uno sterminato mare di fiamme. Furseo vide quattro gran fuochi, alquanto distanti l'uno dall'altro, nei quali penavano quattro diverse classi di peccatori, e molti demonii affaccendati intorno ad essi. Queste visioni sono tra le più antiche, appartenendo esse al VI ed al VII secolo, e ne mostrano una pena non ancora differenziata, una pena semplice ed unica: nelle visioni de' tempi che seguono cresce a poco a poco la varietà e la complicazion dei castighi, e l'inferno si rivela in tutta la molteplicità degli orrori e de' terrori suoi.

Il monaco Wettin, di cui narrò la visione in sul principiare del secolo IX un abate del monastero di Reichenau, giunse, scortato da un angelo, a certi monti d'incomparabile altezza e bellezza, che parevano essere di marmo, e cui cingeva da piede un grandissimo fiume di fuoco. In quell'onde era immersa una innumerevole moltitudine di dannati, e altri dannati erano in mille altri modi tormentati. In un gran fuoco si vedevano molti ecclesiastici, di vario grado, legati a certi pali, ciascuno rimpetto alla propria concubina, similmente legata, e l'angelo disse a Wettin che quei peccatori erano flagellati nelle parti genitali tutti i giorni della settimana meno uno. In un castello tetro e fuligginoso, dal quale denso fumo esalava, stavano prigioni alcuni monaci, ed un di loro era, per giunta, rinserrato in un'arca di piombo.


Ben più vario l'inferno veduto dal monaco Alberico in principio del XII secolo, quand'era ancora fanciullo. In una valle spaventosa molte anime stavano immerse nel ghiaccio, alcune sino alla caviglia, o sino al ginocchio solamente, altre sino al petto, altre sino al capo. Sorgeva più oltre un terribile bosco, formato di alberi alti sessanta braccia, e irti di spine, da' cui rami aguzzi e taglienti pendevano per le mammelle quelle triste donne che ricusarono di nutrire del loro latte i bambini orfani di madre; due serpi suggevano a ciascuna il mal ricusato seno. Per una scala di ferro rovente, alta trecentosessantacinque cubiti, salivano e scendevano coloro che nelle domeniche e nelle feste dei santi non seppero astenersi dalla copula, e quando l'uno, quando l'altro di essi precipitava in una gran caldaja piena d'olio, di pece e di resina, che bolliva da basso. In terribili fiamme, simili a quelle di una fornace, erano puniti i tiranni; in un lago di fuoco gli omicidi; in uno smisurato tegame, pieno di bronzo, di stagno, di piombo in fusione, mescolati con zolfo e con resina, i parrocchiani poco zelanti che tollerarono le scostumatezze dei loro parroci. Si spalancava più oltre, simile ad un pozzo, la bocca del più profondo baratro infernale, pieno di tenebre orrende, di fetore e di strida. Ivi presso era legato con una catena di ferro un serpente smisurato, dinanzi a cui stava, sospesa in aria, una moltitudine di anime; ed ogni volta che traeva a sè il fiato, il serpente ingozzava di quelle anime, non altrimenti che se fossero mosche, e quando emetteva il fiato, le vomitava accese a guisa di faville. I sacrileghi bollivano in un lago di metallo liquefatto, le cui onde si agitavano crepitando; in un altro lago, formato d'acqua sulfurea, pieno di serpenti e di scorpioni, annegavano in perpetuo i traditori e i falsi testimoni. I ladri e i rapinatori erano legati con gran catene di ferro arroventate, e loro pendevano dal collo gravi pesi, similmente di ferro.


Ma di quante descrizioni dell'inferno ci tramandò il medio evo, la più terribile, quella in cui più grandeggia la poesia dell'orrore, e in cui è maggior dispendio di fantasia inventiva, è la descrizione che si legge nella Visione di Tundalo, ricordata più sopra. Sfuggita dalle mani d'infiniti demoni, l'anima di Tundalo, guidata da un angelo luminoso, giunse, attraverso fittissime tenebre, in una orribil valle, piena di carboni ardenti, e coperchiata da un cielo di ferro arroventato dello spessor di sei cubiti. Su quell'immane coperchio piovono senza intermissione le anime degli omicidi, e quivi, penetrate dallo spaventoso calore, si struggono come il lardo nella padella, e liquefatte, colano attraverso il metallo, come fa la cera attraverso il panno, e sgocciolano sui carboni sottostanti, dove tornano nel primo stato, rinnovate all'eterno tormento. Più oltre è una montagna di meravigliosa grandezza, piena d'orrore in vasta solitudine. Vi si accede per un angusto sentiero, che dall'una parte ha fuoco putrido, sulfureo e tenebroso, e dall'altra grandine e neve. Il monte è pieno di demonii, armati di roncigli e di tridenti, i quali demonii assalgon le anime degli insidiatori e dei perfidi che si mettono per quel sentiero, e le travolgono giù, e con perpetua vicenda le scaraventano dal fuoco nel ghiaccio e dal ghiaccio nel fuoco. Ecco un'altra valle, tanto cupa e tenebrosa che non se ne vede il fondo. L'aria vi mugghia pel rombo di un fiume sulfureo che corre laggiù, e per l'incessante ululo dei dannati, mentre la ingombra un fumo d'incomportabil fetore. Unisce le opposte pareti di quella voragine un ponte lungo mille passi, largo non più di un piede, e impervio ai superbi, che da esso precipitano nei tormenti senza fine. Dopo lungo e malagevol cammino, si scopre all'anima esterrefatta una bestia, più grande che le più grandi montagne, e piena in vista d'intollerabile orrore. Gli occhi suoi pajono due colline ardenti, e la bocca è così smisurata che vi potrebbero capire novemila uomini armati. Due giganti tengono, a guisa di colonne immani, spalancata quella bocca, d'onde erompe un inestinguibile incendio. Sollecitate e sforzate da un esercito di demonii, le anime degli avari si precipitano contro le fiamme, entrano nella bocca, e dalla bocca sono travolte nel ventre del mostro, d'onde si sprigiona l'urlo di miriadi di tormentati. Vien poscia uno stagno, grandissimo e procelloso, pieno di bestie muggenti e terribili, attraversato da un ponte lungo due miglia, largo un palmo, irto di acutissimi chiodi. Le bestie si raccolgono lungo il ponte, sbuffando vampe di fuoco, e inghiottono le anime tutte che ne cadono, le quali sono di ladri e di rapinatori. Da un edificio smisurato, rotondo, e simile a un forno, guizzano fiamme che a mille passi di distanza mordono e brucian le anime. Davanti alle porte, in mezzo all'incendio, stanno carnefici diabolici, muniti di coltelli, di falci, di trivelle, di scuri, di zappe, di vanghe, e d'altri strumenti, coi quali scojano, decapitano, forano, squartano, frastagliano, per poi darle al fuoco, le anime dei golosi. Più là siede sopra uno stagno gelato una bestia disforme da tutte l'altre, la quale ha due piedi, due ali, lunghissimo collo, e un rostro di ferro che erutta fiamme inestinguibili. Questa bestia divora quante anime le vengono a tiro, e le digerisce, e digerite che l'ha, come si fa del cibo le espelle. La poltiglia delle anime cade sullo stagno gelato, dove ciascun'anima si rintegra, e rintegrata, subito ingravida, sia femmina o maschio. La gravidanza segue il naturale suo corso, e durante quel tempo le anime stanno sul ghiaccio, e si sentono lacerare le viscere dalla prole concetta. Venuto il termine partoriscono, così gli uomini come le donne, e partoriscono bestie mostruose, che hanno capi di ferro rovente, e rostri acutissimi, e code irte di uncini. Tali bestie escono da qualsivoglia parte del corpo, e nell'uscire stracciano e si traggono dietro le carni e le viscere, graffiando, azzannando, ruggendo; e questa è la pena dei lussuriosi, e più specialmente di coloro che, entrati al servigio di Dio, non seppero signoreggiare la carne. In altra più remota valle son molte fucine, e innumerevoli demonii in figura di fabbri ferrai, i quali afferrano le anime con tenaglie ardenti, e le gettano sulla bragia perpetuamente avvivata dal soffio dei mantici; poi, quando quelle son fatte roventi e malleabili, con gran forconi di ferro le traggon dal fuoco, e ammassatene insieme venti o trenta, o anche cento, gettano quella massa ignea sopra le incudini, e con i magli la percuotono a gara, e così martellata e compressa la scaglian per l'aria ad altri non meno terribili fabbri, che riafferratala con le ferree tenaglie ricominciano il giuoco. Lo stesso Tundalo è sottoposto al supplizio, il quale è preparato a coloro che cumulano peccato sopra peccato. Sostenuta la formidabile prova, l'anima perviene alla bocca dell'ultima e più profonda voragine infernale, simile in figura ad una cisterna quadrangolare, d'onde esala un'altissima colonna di fuoco e di fumo. Un'infinita moltitudine di anime e innumerevoli demonii salgono dentro quella colonna a guisa di faville, poi ricadon nel baratro. Ivi, nella più remota e spaventosa profondità dell'abisso, stassi il principe delle tenebre, steso e legato sopra una enorme graticola di ferro, e assiepato di demonii, che attizzano sotto a quella, e avvivano coi mantici, i carboni crepitanti. Esso è di smisurata grandezza, negro come le penne del corvo, e mille mani, armate di ferrei artigli, agita nelle tenebre, e divincola una lunghissima coda, tutta aspra di dardi acutissimi. Freme e si torce l'orribile mostro, e furiando di dolore e di rabbia, avventa quelle mille sue mani per l'aria tenebrosa, tutta impregnata di anime, e quante ne coglie tante si spreme nell'arsa bocca, come dì un grappolo d'uva fa il villano assetato; poi, sospirando, le soffia fuori e le sparpaglia, e quando riprende il fiato, tutte a sè le ritrae novamente. Così sono puniti coloro che non isperarono nella misericordia di Dio, o in Dio non credettero, e così pure gli altri peccatori tutti, i quali, sostenuti alcun tempo gli altri tormenti, sono da ultimo assoggettati a quello, supremo ed eterno.


Altri descrisse l'inferno più propriamente simile a un'immensa e orrenda cucina, e a uno spaventoso tinello, dove i diavoli fanno da cuochi e da banchettanti, e le vivande sono di anime di dannati, in varii modi preparate ed acconce. Il già ricordato Giacomino da Verona dice che il cuoco Belzebù, mette l'anima ad arrostire com'un bel porco al fogo, la condisce con una salsa fatta di acqua, sale, fuliggine, vino, fiele, aceto forte, e uno schizzo di veleno buono, e così appetitosamente concia, la fa servire in tavola al re dell'inferno, il quale, assaggiatala, tosto la rimanda indietro, non parendogli cotta abbastanza. Un trovero francese dei tempi di Giacomino, Radulfo di Houdan, descrive in certo suo poemetto intitolato Le songe d'enfer, un gran banchetto infernale, cui gli fu dato di assistere, un giorno che il re Belzebù teneva corte bandita e generale concilio. Appena entrato in inferno, egli vide una gran moltitudine affaccendata in apparecchiar le tavole. Entrava chi voleva, e non si rimandava indietro nessuno. Vescovi, abati e chierici lo salutarono caramente; Pilato e Belzebù gli diedero il benvenuto; e, giunta l'ora, tutti sedettero a mensa. Più pomposo banchetto, e più rari cibi non vide mai corte di re. Le tovaglie erano fatte di pelli di usurai, e i tovaglioli di pelli di vecchie bagasce: serviti e inframmessi non lasciavan nulla a desiderare: usurai grassi lardellati, ladri e assassini in guazzetto, baldracche in salsa verde, eretici allo spiedo, lingue fritte di avvocati, e più manicaretti d'ipocriti, di frati, di monache, di sodomiti, e d'altro buon selvaggiume. Il vino mancava; chi aveva sete beveva spremitura di villanie.


I diavoli avevano officio di aguzzini e di carnefici. Ad essi toccava, come si è veduto, arrostire, lessare, scorticare, squartare le anime. Tale officio aveva le sue suddivisioni e i suoi gradi; e come i tormentati erano distribuiti per le regioni infernali secondo il peccato loro chiedeva, così erano distribuiti i tormentatori, secondo chiedeva il castigo alle speciali loro cure affidato; e come ciascuna colpa aveva proprii diavoli instigatori, così aveva proprii diavoli punitori. Ma i punitori, mentre attendevano a quell'ufficio, sentivano essi il castigo meritato dalla malvagità loro? erano essi straziati nel tempo stesso che straziavano?