Capitolo XI. ANCORA L'INFERNO.

L'inferno c'è per comun punizione dei dannati e dei diavoli, dei tormentati e dei tormentatori. Satana ha in se più qualità e più officii, che pajono, a primo aspetto, non potersi conciliare fra loro. Cagion prima del male nel mondo, suscitatore instancabile di peccato, e seduttore perpetuo di anime, egli è nel tempo stesso il gran giustiziere, egli è colui per la cui opera il male è represso e il peccato si espia.

Non è così picciolo atto, nè così tenue pensiero, nella vita e nella mente degli uomini, di cui i demonii non serbino memoria, quando siavi in quelli alcuna parte, alcun fermento di colpa. Sant'Agostino vide una volta un diavolo che recava sulle spalle un grandissimo libro, dove erano notati per ordine tutti i peccati degli uomini. Più spesso c'era per ogni singolo peccatore un particolar volume, ponderoso e tetro, che i diavoli portavano ostentatamente in giudizio, opponendolo al piccioletto ed aureo in cui l'angelo custode aveva amorosamente descritte le azioni buone e meritorie, e scaraventandolo talora, con iscalpore e con ira, in uno dei piatti della bilancia divina. In più chiese del medio evo, come, per esempio nel duomo di Halberstadt, si vede dipinto il diavolo che scrive i nomi di coloro i quali dormono nella casa di Dio, o chiacchierano, o in altro modo non serbano il contegno dovuto. Nella vita di sant'Aicadro si legge che avendo un pover uomo osato di tagliarsi i capelli in giorno di domenica, fu veduto, appiattato in un angolo della casa, il diavolo, che frettolosamente scriveva il peccato sopra un foglietto di pergamena.


Di regola il peccatore indegno di misericordia è punito in inferno; ma talvolta Satana, coltolo sul fatto, anticipa la vendetta divina e lo castiga mentre è ancor vivo. Gli uccisori di san Regolo, vescovo, furono strozzati, l'assassino di san Godegrando fu portato via dal diavolo; certa donna di mala vita, che voleva trascinare al peccato sant'Elia Speleota, fu da lui conciata pel dì delle feste. Se non mente lo storico Liutprando, il pessimo pontefice Giovanni XII fu ammazzato a furia di legnate dal diavolo, che lo colse in letto, fra le braccia di una concubina; e sì che il pontefice usava, mentr'era vivo e sano, di bere alla salute di colui che doveva fargli fare così misera fine. Fra Filippo da Siena racconta la terribile storia di certa donna non meno vana che leggiadra, usa di spendere l'ore in lisciarsi ed ornarsi, la quale fu una bella volta lisciata dal diavolo, e sfigurata in modo che di vergogna e di paura se ne morì. Ciò avvenne in Siena, l'anno di grazia 1322. Ai 27 di maggio del 1562, alle sette ore di sera, nella città di Anversa, il diavolo strangolò una fanciulla, che invitata a nozze, aveva osato comperare certa tela a nove talleri il braccio, per farsene uno di quei collari crespi a ventaglio, come usavano allora. Spesso il diavolo picchia, strozza, o porta via chi si mostra irriverente alle reliquie, o deride le sacre cerimonie; entra in corpo a chi assiste distrattamente alla messa; rimprovera ad alta voce, con gran confusione dei colpevoli, peccati secreti. Spesso il furore diabolico non si cheta se non dopo essersi esercitato anche sul cadavere del peccatore, e molte orribili storie si raccontano di corpi che furono strappati a furia fuor delle chiese, o bruciati negli avelli, o lacerati a brani.


Santa Teresa chiese una volta a Dio di poter fare, per propria edificazione, un piccolo saggio delle pene dell'inferno. Le fu conceduta la grazia, e dopo sei anni il ricordo dello strazio sofferto la gelava ancora di terrore. Sono molte le storie in cui si narra di dannati usciti per breve ora dall'inferno, a solo fine di dare a' vivi alcun segno delle inenarrabili torture a cui vanno soggetti. Jacopo Passavanti racconta quella di Ser Lo, maestro di filosofia in Parigi, e di certo suo scolare, “arguto e sottile in disputare, ma superbo e vizioso di sua vita,„ il quale essendo morto, apparve dopo alquanti giorni al maestro, e gli disse d'essere dannato, e per fargli conoscere in qualche modo l'atrocità dei tormenti che pativa, scosse un dito sovra la palma della mano di lui, facendovi cadere una piccola goccia di sudore, che “forò la mano dall'uno lato all'altro con molto dolore e pena, come fosse stata una saetta focosa et aguta.„

Le pene infernali sono, al dir dei teologi, non solo continue nel tempo, ma continue ancora nello spazio, in questo senso, che non è nel dannato neppur una minima particella che non soffra intollerabile strazio, e sempre egualmente intenso. Strumento principale di pena è il fuoco. Origene, Lattanzio, san Giovanni Damasceno, credettero che il fuoco infernale fosse un fuoco puramente ideale e metaforico; ma la grande maggioranza dei Padri tenne contraria opinione, e sant'Agostino disse che se i mari tutti della terra confluissero in inferno non potrebbero temperarvi l'ardore delle orribili fiamme che perpetuamente vi divampano. Oltre il fuoco v'è il ghiaccio, vi sono i venti impetuosi e le piogge dirotte, vi sono animali orribili, e mille qualità di tormenti, che i diavoli inventano e adoprano. San Tommaso prova che i diavoli hanno il diritto e il dovere di tormentare i dannati; che essi fanno quanto possono per ispaventarli e torturarli, e che per giunta li deridono e li scherniscono. La pena maggiore ad ogni modo viene ai dannati dall'esser privi in eterno della beatifica visione di Dio, e dall'aver conoscenza della letizia dei santi. Su quest'ultimo punto per altro gli scrittori non troppo si accordano, essendovene alcuni i quali affermano che i santi vedono le pene dei reprobi, ma questi non vedono il gaudio di quelli. San Gregorio Magno assicura che le pene dei dannati sono agli eletti gradito spettacolo, e san Bernardo di Chiaravalle si scalmana a dimostrare che i beati godono dello spettacolo che i tormenti dei dannati offrono alla lor vista, e ne godono per quattro ragioni propriamente: la prima, perchè quei tormenti non toccano a loro; la seconda, perchè dannati tutti i rei, non potranno i santi più temere malizia alcuna, nè diabolica, nè umana; la terza, perchè la loro gloria apparirà, per ragion di contrasto, maggiore; la quarta, perchè ciò che piace a Dio deve piacere ai giusti.

E certo lo spettacolo era tale, per varietà ed intensità, da appagare qualsivoglia più difficile gusto. Procuriamo di farcene spettatori anche noi un istante, almeno con la fantasia, e a tal fine mettiamoci dietro a qualcuna di quell'anime pellegrine ch'ebbero in sorte di visitare il regno della morta gente.