Molte volte furono vedute le turbe dei diavoli portare le anime a volo per l'aria. Così ne fu portata l'anima di Rodrigo, ultimo re dei Goti di Spagna; così quelle di molti altri scellerati, pari suoi. Ma i demonii, anche in ciò mutavano modo volentieri. Certi monaci, racconta Giacomo da Voragine, stavano una volta, prima dello spuntar del giorno, sulla riva di un fiume, e s'intrattenevano in frivoli ed oziosi discorsi. A un tratto veggono venir oltre, sull'acqua, una barca piena di remiganti, i quali remavano con grandissimo impeto. “Chi siete voi?„ chiedono essi. E quelli: “Noi siam demonii, che portiamo all'inferno l'anima di Ebroino, maggiordomo di Neustria.„ Udendo ciò i monaci allibiscono di terrore, e gridano: “Santa Maria, ora pro nobis!„ — “Voi fate bene a invocar Maria,„ dicono i demonii, “perchè era nostro pensiero di lacerarvi e di sommergervi in punizione di questo vostro cicalar dissoluto e fuor di tempo.„ I monaci non se lo fan ripetere, e tornano al convento, mentre i demonii si affrettano alla volta d'inferno.
Del resto i diavoli non si contentavano di portarsi via le anime; ma spesse volte rapivano vivi gli scellerati, anima e corpo. Cesario di Heisterbach racconta di un soldato della diocesi di Colonia, giocatore arrabbiato, il quale una volta giocò a dadi col diavolo e perdette: per rifarlo della perdita, il diavolo se lo portò via attraverso il tetto della casa, lasciandone gl'intestini attaccati alle tegole.
Per compiere tali rapine il diavolo prendeva volentieri la forma di un cavallo nero, o di un cavaliere montato sopra un cavallo nero. Un giorno Teodorico, vecchio oramai, si stava bagnando, quando udì uno de' suoi famigli gridare: “Laggiù corre un cavallo nero di tanta bellezza e vigoria ch'io mai non vidi l'eguale.„ Il principe barbaro balza fuori dell'acqua, si copre alla meglio e comanda che tosto gli si conducano il suo proprio cavallo e i suoi cani. Ma tardando i servi a tornare, egli, impaziente, salta sul cavallo nero, il quale tosto si mette a fuggire, più rapido di un uccello. Lo insegue, ma indarno, con tutti i cani sguinzagliati, il miglior cavaliere della scorta. Teodorico, sentendo essere nel cavallo che lo rapisce alcun che di soprannaturale, si sforza di scendere, ma non può. Il cavaliere da lungi gli grida: “Signore, perchè corri tu in cotal guisa, e quando farai ritorno?„ e quegli: “È il diavolo che mi porta. Tornerò quando piacerà a Dio e alla Vergine Maria.„
Jacopo Passavanti racconta nel suo Specchio della vera penitenza: “Leggesi iscritto da Elinando, che in Matiscona fu uno conte, il quale era uomo mondano e grande peccatore, contro a Dio superbo, contro il prossimo spietato e crudele. Et essendo in grande stato, con signoria e colle molte ricchezze, sano e forte, non pensava di dovere morire, nè che le cose di questo mondo gli dovessero venir meno, nè dovere essere giudicato da Dio. Un dì di Pasqua, essendo egli nel palazzo proprio attorniato di molti cavalieri e donzelli, e da molti orrevoli cittadini, che pasquavano con lui; subito uno uomo iscognosciuto, in su uno grande cavallo, entrò per la porta del palazzo, senza dire a persona niente; e venendo in sino dove era il conte con la sua compagnia, veggendolo tutti e udendolo, disse al conte: Su, conte, lévati su e séguitami. Il quale, tutto ispaurito, tremando si levò, e andava dietro a questo isconosciuto cavaliere, al quale niuno era ardito di dire nulla. Venendo alla porta del palazzo, comandò il cavaliere al conte, che montasse in su uno cavallo che ivi era apparecchiato; e prendendolo per le redini e traendolosi dietro, correndo alla distesa, lo menava su per l'aria, veggendolo tutta la città, traendo il conte dolorosi guai, gridando; Soccorretemi, o cittadini, soccorrete il vostro conte misero, isventurato. E così gridando, sparì dagli occhi degli uomini, e andò a essere senza fine nello inferno co' demonii.„ Prima che dal Passavanti e da Elinando, si trova narrata una storia in tutto simile da Pietro il Venerabile nel suo libro De Miraculis.
In questo lor mestiere d'acchiappar le anime, o anche gli uomini vivi, i diavoli non la guardavano tanto pel sottile, e spesso mettevan le mani addosso a chi non dovevano. Morto l'imperatore Enrico II, un eremita vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un orso, al giudizio, che riuscì favorevole al prigione. Gregorio Magno racconta la storia di certo uomo nobile per nome Stefano, il quale, essendo in Costantinopoli subitamente ammalò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale, il morto udì questo gridare: “Io ho ordinato di portar giù Stefano ferrajo e non costui.„ Incontanente fa ritorno al mondo Stefano nobile, e Stefano ferrajo muore in suo luogo. Altri esempii, e più strani ancora, di anime mandate e rimandate non mancano. Eccone uno raccontato da Tommaso Cantipratense. Muore un fanciullo disobbediente, e i diavoli ne ghermiscono l'anima per portarla in inferno. Sopraggiunge l'arcangelo Michele, che la toglie loro, e la porta in cielo. Quivi un vecchio (certamente san Pietro) si oppone al suo ingresso, e ordina a Michele di rimetter l'anima nel corpo suo.
All'inferno era facilissimo andare come inquilino perpetuo; difficilissimo, per contro, l'andarci come semplice visitatore. Ciò nondimeno molti lo visitarono, a cominciare dalla Vergine Maria, che vi andò accompagnata dall'arcangelo Michele, e da numerosa schiera di angeli, secondo è narrato in certa apocalissi greca. Subito dopo lei v'andò san Paolo, secondo una leggenda molto divulgata nel medio evo, e che Dante certamente conobbe. Sì fatte discese nel regno dei dannati solevano essere effetto della divina grazia, sollecita della salute di alcun peccatore, o di quella di un intero popolo, dimentico dei precetti e degli ammonimenti divini; ma non sempre la grazia c'entrava, almeno in modo diretto. San Gutlaco, di cui ho già ricordato più di una volta il nome, è assalito nella sua cella, una notte, da una legione di diavoli, che con molti tormenti lo trascinano a vedere le pene dell'inferno. Ugone d'Alvernia, l'avventuroso cavaliere, va in inferno per ordine espresso del suo re, che voleva tributo da Lucifero. L'anno 1218 un conte di Geulch offre gran premio a chi sappia dargli notizia della condizione del padre, morto poco innanzi. Un intrepido cavaliere offre i suoi servigi, scende con l'ajuto di un negromante in inferno, e quivi trova il vecchio conte, il quale dice che le pene gli saranno alleviate, se si restituiranno alla Chiesa certi beneficii da lui tolti indebitamente. Quando la grazia divina operava in modo diretto, un angelo soleva guidare il visitatore.
La visita poteva compiersi in ispirito soltanto, e anche corporalmente. Nel primo caso si aveva la visione propriamente detta; nel secondo, una vera e propria peregrinazione. Le visioni toccavano di solito a chi era in istato di sovreccitazione mentale, o spossato da lunga infermità: mentre l'anima viaggiava per conto suo, il corpo rimaneva in istato di profondo letargo, simile alla morte. Io non debbo qui entrar nell'esame delle condizioni psicologiche e patologiche del fenomeno; mi basta di recar qualche esempio. San Furseo, monaco irlandese del settimo secolo, essendo ammalato da tre giorni, fu condotto a vedere le pene dell'inferno da due angeli, preceduti da un altro angelo, che aveva una spada sfavillante e uno scudo luminoso. Una notte, Carlo il Grosso stava per coricarsi, quando udì una voce terribile gridargli: “Carlo, l'anima tua lascerà il corpo, e sarà condotta a vedere i giudizii di Dio;„ e così fu. Alberico, figliuolo di un barone della Campania, fu soprappreso, all'età di nove anni, da un deliquio che durò nove giorni, durante il qual tempo, guidato da san Pietro e da due angeli, visitò l'inferno e il paradiso. L'anno 1149, un cavaliere irlandese per nome Tundalo, uomo empio e di mali costumi, fu pressochè ucciso con un colpo di scure da un suo debitore. Rinsensato, raccontò ciò che aveva veduto delle cose dell'altro mondo. Altri invece, come Ugone d'Alvernia e Guerino il Meschino, già ricordati, e il cavaliere Owen, andarono all'inferno in carne ed ossa, imitando gli esempii di Ulisse e di Enea. Dante v'andò allo stesso modo.
Comunque ci si andasse del resto, col corpo o senza il corpo, l'andata non era senza pericolo: san Furseo portò tutto il tempo di vita sua le tracce del fuoco infernale che l'aveva tocco. I demonii vedevano assai mal volentieri aggirarsi pel regno loro chi non doveva restarci, e si studiavano di nuocere in tutti i modi agli intrusi. Essi tentarono di uncinar Carlo il Grosso con uncini arroventati, e di afferrare con ignee tenaglie un buon uomo di Nortumbria di cui narra la visione il Venerabile Beda. Il giovane Alberico, il cavaliere Owen, altri assai, furono da loro in varii modi minacciati o tormentati. Senza l'ajuto di Virgilio e del messo celeste, Dante si sarebbe trovato più d'una volta a mal partito.