Io non vi discernea nessuna cosa.

Essa è il cieco mondo, il loco d'ogni luce muto, la cui eterna caligine è rotta solo dai sanguigni lampeggiamenti di quei nembi e vortici di fiamme, dal corruscare delle brage ammontate, dei metalli colati. Non mancò del resto chi disse il fuoco infernale aver l'ardore e non la luce, esser nere le fiamme che mai non si spengono.

Il regno della morta gente è vasto e profondo, come si conviene all'infinito popolo che vi si accoglie. In un antico poema anglosassone si dice che Cristo ordinò a Satana di misurarlo, e Satana trovò che dal fondo alla porta correvano 100,000 miglia. Giova per altro avvertire che il gesuita Cornelio a Lapide (1566-1637), autore di dieci volumi di commento sopra la Sacra Scrittura, afferma non avere l'inferno più di dugento miglia italiane di larghezza. Un buon teologo tedesco andò più in là e calcolò che una capacità di un miglio per ogni verso basta a centomila milioni d'anime dannate, le quali non hanno già a stare al largo e a loro agio, ma le une sulle altre, pigiate, come le acciughe nel barile, o gli acini dell'uva nel tino.

Dante ci descrive un inferno geometricamente costruito, diviso in cerchi, che facendosi sempre più angusti, vanno digradando verso il centro della terra. Tale struttura si ritrova in alcuni degli imitatori del divino poeta, ma non in quelli che si possono in qualche modo chiamare precursori suoi, negli autori delle Visioni. Qui l'inferno descritto rassomiglia a una regione terrestre, salvo che è più orribile assai d'ogni più orribile luogo che conoscano gli uomini, e non vede mai lume di cielo. Vi si trovano montagne dirupate ed ignude, valli asserragliate e ronchiose, precipizii spalancati, foreste d'alberi strani, laghi color di bitume, paludi putride e tetre. Lo traversano per lungo e per largo fiumi pigri o impetuosi, alcuni dei quali scaturiti dalle viscere dell'Averno antico, l'Acheronte, il Flegetonte, il Lete, il Cocito, lo Stige, che anche Dante descrive, o ricorda.

Non mancavano nel doloroso regno le città e le castella. Dante dipinge la città di Dite, vallata d'alte fosse, con le torri eternamente affocate, con le mura di ferro. Spesso l'inferno tutto intero è considerato come una gran città, che prende il nome di Babilonia infernale, e si oppone alla Gerusalemme celeste, come Satana si oppone a Dio. Immaginate, dice san Bonaventura, una città vasta ed orribile, profondamente tenebrosa, accesa di oscurissime e terribilissime fiamme, piena di clamori spaventevoli e di urla disperate; tale è l'inferno. Un poeta francescano del secolo XIII, Giacomino da Verona, descrisse in due suoi poemi assai rozzi, ma accesi di fede, le due città contrarie, l'una a riscontro dell'altra. La Gerusalemme celeste è cinta d'alte mura, fondata di pietre preziose, munita di tre porte più lucenti che stelle, adorna di merli di cristallo. Le sue vie e le sue piazze sono lastricate d'oro e d'argento; i palazzi risplendono nello sfoggio dei marmi, dei lapislazzuli, dei metalli preziosi. Acque cristaline corrono per ogni banda e dànno alimento ad alberi meravigliosi, a fiori soavissimi: l'aria pervasa da un lume divino, è tutta un olezzo, e vibra di armonie sovrumane. Ben diversa da quella è la Babilonia infernale.

La cità è granda et alta e longa e spessa

coperchiata da un irrefrangibile cielo di ferro e di bronzo, murata tutt'intorno di macigni e di monti, corsa da torbide acque più amare che il fiele, piena d'ortiche e di spine acute e taglienti come coltelli, divorata da un furioso e perpetuo incendio. L'aria vi è pregna d'incomportabile puzzo, sonante di spaventoso fragore.

Tra le cose più notabili di quella terra maledetta è, per testimonianza di molti, un ponte sottilissimo su cui debbono passare le anime, e d'onde precipitano nel baratro sottostante tutte quelle cui grava troppa soma di peccati; immaginosa finzione del lontano Oriente venuta a cacciarsi, non si sa come, nelle Visioni cristiane del medio evo, se pure non sorse spontanea tra noi, come sorse spontanea laggiù.

Il doloroso regno ha la sua topografia; ma ha ancora la sua meteorologia, la sua flora e la sua fauna. Lo infestano venti impetuosi, gelidi gli uni, gli altri infocati, piogge dirotte che mai non ristanno, grandine e neve. Le piante cui nutre l'orribile suolo, sono irte di spine e recan frutti gonfii di tossico. Gli animali, o sono tali veramente, o son demonii contraffatti, Cerbero, Gerione, cani rabbiosi, draghi, vipere, rospi, insetti nauseabondi.

In inferno capitavano anime d'ogni qualità e condizione, anime di papi e d'imperatori, di frati e di cavalieri, di mercanti e di giullari, di donne impudiche e di fanciulli malvagi; tutte le classi, tutte le professioni gli pagavan tributo e tributo larghissimo. Il cómpito principale dell'umanità, il fine de' suoi lunghi travagli pareva esser quello di vettovagliare l'inferno. Le anime, o erano catturate e trasportate dai diavoli, o precipitavano nell'abisso come tratte da una specifica gravità di peccato. Un eremita dell'ottavo secolo, san Baronto, vide i demonii portar l'anime in inferno con la frequenza che mostrano le api, quando, fatto il loro bottino, se ne tornano all'alveare; sant'Obizzo (m. c. 1200) vide cader le anime in inferno fitte come neve, e santa Brigida dice in una delle sue Rivelazioni che le anime le quali piombano ogni giorno in inferno sono più numerose delle arene del mare. Quante ce n'entrano in paradiso? Nessuno lo dice.