Immaginate un mondo spartito in tre piani. Nel piano di sopra è il paradiso, la reggia di Dio, la dimora degli angeli e dei beati, sfolgorante di luce, risonante d'ineffabili armonie, odorosa di fiori immarcescibili; è il regno della santità incorruttibile e della eterna letizia. Nel piano di mezzo è questo mondo terreno, popolato da una umanità decaduta e dogliosa, che pecca anelando al riscatto, e spasima sognando beatitudine; è il regno della perpetua vicenda, del cimento sempre rinovellato nella mescolanza del bene e del male. Nel piano di sotto è l'inferno, la voragine tenebrosa, dove Satana e gli angeli suoi, con l'infinito popolo dei dannati, pagano alla divina giustizia un debito che mai non si salda; è il regno del peccato irreparabile, della scelleratezza irredimibile, del dolore smisurato, disperato ed eterno. A quest'ultimo regno è congiunta una regione dove il peccato si ripara e si purga, dove il dolore è alleviato dalla speranza; è il purgatorio, vestibolo bujo del cielo radioso.

Il regno di mezzo è come un vivajo immenso di anime, le quali ininterrottamente ne emigrano, spartite in doppia corrente, l'una che sale al cielo, l'altra che scende all'inferno. Satana e la innumerevole sua milizia non intendono ad altro fine, non ad altro usano l'arte e la malvagità loro, che a trarre all'ingiù quante più anime possono, a popolare l'inferno a scapito del paradiso. E della loro riuscita in tale intento non si possono lagnare.


Ma dov'era propriamente l'inferno? Dice sant'Agostino, nel suo libro della Città di Dio, che nessun uomo lo può sapere se Dio stesso non glielo ha rivelato. Ciò non tolse tuttavia che le più disparate e le più strane opinioni fossero espresse in proposito; e il regno dei dannati fu posto nell'aria, nel sole, nella Valle di Giosafat, sotto i poli, agli antipodi, dentro ai vulcani, nel centro della terra, nell'ultimo Oriente, in isole remote, perdute in grembo di oceani sconosciuti, o, a dirittura, fuori del mondo. Qualche esempio a tale riguardo potrà bastare. Gregorio Magno racconta di un solitario dell'isola di Lipari, che vide una volta il papa Giovanni e Simmaco precipitar nella bocca di quel vulcano l'anima di Teodorico. Alberico delle Tre Fontane, cronista francese morto nel 1241, dice, parlando dell'Etna, che le anime dei dannati erano quivi portate quotidianamente a bruciar tra le fiamme. Aimoino, monaco di Fleury sul finire del secolo X, e Cesario di Heisterbach, narrano fatti e storie consimili. San Brandano, navigando fuori dei termini del mondo conosciuto, vide un'isola ignivoma, dove demonii in figura di fabbri ferrai martellavano sulle incudini le anime arroventate. Nell'Huon de Bordeaux, poema francese del secolo XIII, si dice che l'inferno è in un'isola chiamata Moysant, e nell'Otinel, altro poema pure francese, che esso è posto sotto la Tartaria. Ugone d'Alvernia trova l'adito infernale nell'ultimo, favoloso Oriente.

L'opinione più comune tuttavia, e nel tempo stesso più naturale, era quella che poneva l'inferno nelle viscere della terra, conformemente a quanto già avevano creduto gli antichi. Così l'abisso era spalancato, insidia e minaccia perpetua, sotto ai piedi dei peccatori e dei giusti, e la corteccia terrestre diveniva un tenue solajo che trepidava e fremeva per l'impeto delle fiamme penaci e pel mugghio degli eterni tormenti. La terra, illuminata fuori dal sole, lieta di floridi campi e di selve, rorida di acque, era come un frutto bacato che, sotto vaga buccia, abbia fradicio il midollo; era com'un di quei pomi che a detta dei viaggiatori nascevano sulle rive del Mar Morto, e che coloriti e odorosi di fuori, erano, dentro, pieni di cenere. Il baco che aveva ròsa e guasta la terra era Satana, cui Dante chiama il verme reo che il mondo fora, e alla cui caduta dal cielo fa seguire, con mirabile fantasia, la formazione del baratro infernale.

L'inferno doveva avere le sue bocche e i suoi aditi, necessarii, se non altro, al disimpegno di quelle mille faccende che i diavoli avevano, al loro andare, venire, frullare perpetuo. Negli Evangeli è cenno di porte dell'inferno che non prevarranno contro la Chiesa; Cristo, accingendosi a penetrar nei regni buj, grida ai principi delle tenebre di aprir quelle porte, e non obbedito, le infrange. Dove fossero non si sa con certezza. Gervasio di Tilbury dice ch'eran di bronzo, e che si vedevano ancora, così infrante, in fondo a un lago, presso Pozzuoli. Dante entra in inferno per una porta senza serrame, su cui si leggono le parole di colore oscuro. Altre entrate ad ogni modo non mancavano. Più di una caverna tortuosa e cupa, più di una voragine sprofondante sotterra, fu creduta una bocca dell'inferno, e se alcuni pensavano che dentro i vulcani abitassero i demonii e fossero tormentate le anime dannate, altri dicevano i vulcani essere più propriamente bocche e spiracoli dell'inferno, d'onde esalavano gli ardori e il fumo dell'eterna fornace. In Irlanda il famoso pozzo di San Patrizio metteva in purgatorio e in inferno. Nè mancavano, oltre gli aditi ordinarii e stabili, gli straordinarii e avventizii. Il suolo si lacerava per lasciar passare i demonii, o per ingojare vivi gli scellerati maggiori. L'inferno era come un mostro immane sul cui corpo si moltiplicavano le bocche, avide di procacciare nuova pastura al ventre voraginoso. Non senza ragione dunque si vede rappresentato l'inferno, nelle pitture e nei misteri del medio evo, sotto la forma di una mostruosa bocca di drago che divora anime e vomita turbini di fiamme e di fumo.


L'inferno è il regno del dolore e del bujo, come il paradiso è il regno della letizia e della luce. Le tenebre vi sono dense, profonde, fatte in qualche modo consistenti. La dolorosa valle d'abisso, dice Dante,

Oscura, profond'era e nebulosa,

Tanto, che per ficcar lo viso al fondo,