Agobardo, vescovo di Lione, morto nell'840, uno degli spiriti più illuminati e più liberali che abbia avuto la Chiesa, non pure in quello, ma in tutti i tempi, biasimava come superstizioni assurde le credenze volgari attinenti a magia, e deplorava i mali trattamenti usati dal popolo ignorante ai presunti stregoni. La credenza circa il viaggio aereo delle streghe, quell'orribil viaggio che doveva porgere agl'inquisitori argomento di accuse capitali, è antichissimo; ma antichissimo pure è il giudizio che se ne faceva come di cosa in tutto illusoria e fantastica; e nel XII secolo, dopo altri, Giovanni Sarisberiense lo diceva un inganno del demonio, e più recisamente, nel XIII, Stefano di Borbone lo giudicava una fantasia di donne che sognavano. Per lungo tempo la Chiesa non adoperò contro i rei di magia altre pene che le spirituali, e più di un pontefice sorse, come Gregorio VII, a condannare e vietare qualsiasi procedimento criminale instruito contro chi non era d'altro colpevole che di una vana e sciocca superstizione. E la Chiesa non era sola allora a dar prova di così sano giudizio: Coloman, che dal 1095 al 1114 fu re di Ungheria, di un paese cioè quasi barbaro, diceva chiaro ed esplicito in un suo decreto: Non ci sono streghe, e contro quelle che tali si stimano non deve farsi procedura alcuna.

Ma tanta saviezza e umanità di giudizii e di consigli non dovevano, pur troppo, perpetuarsi. Nel secolo XIII, san Tommaso d'Aquino, quel san Tommaso che doveva diventar poi e rimanere l'oracolo della Chiesa, quello stesso che si rimette ora innanzi ai popoli civili stupefatti quale unico lume della filosofia, dichiarava che, secondo la fede cattolica, la stregoneria è cosa, non già illusoria, ma reale. In quel medesimo secolo la inquisizione sopra l'eretica pravità è affidata ai domenicani, i quali ne fanno l'uso che tutti conoscono, e Innocenzo IV introduce la tortura, contro la quale un altro papa, Nicolò I, s'era quattro secoli innanzi scagliato con nobilissime e memorabili parole. Comincia allora uno strano e doloroso spettacolo. La Chiesa si fa tutrice e banditrice di superstizione, accarezza i più bassi istinti della plebaglia, li promuove e li attizza. Confonde insieme, deliberatamente, e conscia di ciò che fa, eresia e stregoneria, e crea una mostruosa promiscuità d'interessi, dove l'ignoranza, la paura, la stupidità, la malvagità, si accordano insieme e si porgono vicendevolmente la mano. Cominciano i processi contro le streghe, divampano i primi roghi: col volger degli anni il furore, invece di scemare, cresce. I pontefici gareggiano di zelo e di ferocia in quest'opera, ch'essi chiamano una battaglia di Dio contro Satana: Gregorio IX, Giovanni XXII, sono, tra i più antichi, i più ardenti. Così si giunge all'anno di grazia 1484, nel quale anno, il 5 di decembre, il glorioso pontefice Innocenzo VIII promulga la sua famosa bolla Summis desiderantes affectibus, con cui dà ordine e norma alla inquisizione sopra la stregoneria, ferma e regola i diritti e i doveri degl'inquisitori, e apre tale un'èra di terrore e di lutto che non ha riscontro nella storia degli uomini. La Chiesa volentieri ne tace per parlare a suo agio del Terrore onde va tristamente famosa la Rivoluzione francese, e questo durò appena due anni, quello più di due secoli.

Il domenicano inquisitore Jacopo Sprenger scrive allora il suo insensato e terribile Malleus maleficarum, o Martello delle streghe, il quale diventa il Vangelo o il codice degl'inquisitori di tutta Europa, e a cui molti altri libri consimili, terribili ed insensati, tengono dietro, che tutti insegnano la santissima arte di scoprire, esaminare, torturare, arrostire la strega, a dispetto di ogni ciurmeria e impostura del demonio, suo naturale amico e padrone. Da indi in poi si moltiplicano i roghi e più non si spengono: i papi vi soffian su terribilmente, Leone X fra gli altri, l'umanissimo e magnifico Leone, protettore di letterati e di artisti, amico d'ogni gentilezza. Nella sola Lorena, in ispazio di quindici anni, si bruciano novecento persone, e novecento, in ispazio di cinque, nella diocesi di Vürzburg; cento l'anno se ne bruciano nella diocesi di Como; il Parlamento di Tolosa ne brucia quattrocento in una volta. Non v'è nessuno che si possa tener sicuro da un'accusa di stregoneria, e l'accusa si risolve quasi sempre in condanna, e la condanna è quasi sempre al rogo: il mostrar di non credere alle malíe è già per sè stesso un indizio grave, se non a dirittura una prova di colpa. La tortura fa miracoli, strappa ai più protervi e ai più riottosi la confessione dello scellerato loro commercio con Satana, provoca sequele interminabili di denunzie le une legate alle altre, le quali, dal tribunale del giudice, si protendono, come i tentacoli di uno smisurato polipo, per mezzo i popoli esterrefatti. Più di un inquisitore si domanda atterrito se l'umanità tutta intera non sia passata al servigio del diavolo. Per veder di rendere l'opera riparatrice della giustizia più sollecita che non sia la stessa propagazione del male, si procede a precipizio, s'interrogano gli accusati secondo certi formularli che pongono loro in bocca la confession del delitto, s'inaspriscono e si moltiplicano le torture, si abbrucia quanto è sospetto d'infezione, uomini, donne, vecchi, bambini: in qualche luogo i carnefici, oppressi dal soverchio lavoro, stracchi, istupiditi, rifiutano l'opera consueta, rinunzian l'officio.

Gli effetti di tale giustizia sorpassano l'aspettazione di coloro stessi che l'amministrano: Niccolò Remy, giudice in Lorena, esclama in un accesso di legittimo orgoglio: “la mia giustizia è così ben fatta che in un anno sedici streghe si sono uccise di propria mano per non capitarle sotto.„ Bisogna pur dire, a onor del vero, che i protestanti non si mostravano punto da meno dei cattolici in così fatta bisogna. Lutero, non solo credeva alle streghe, ma esprimeva il desiderio che fossero tutte bruciate, e fra coloro che più si adoperarono a tener deste le false credenze, e a rendere più violenta la procedura, tiene principalissimo luogo Giacomo I d'Inghilterra, il re pedante e poltrone. Così in tre secoli, mercè il concorde lavoro di cattolici e di riformati, furono spente, non decine, ma centinaja di migliaja di vite umane.


Ora è da por mente che il giudice, nei processi, aveva a fronte, visibile, la strega, invisibile, il diavolo, giacchè, come di giusto, il diavolo non abbandonava la sua protetta, la sua amica, la sua druda. Egli (sono gl'inquisitori che lo affermano, e gl'inquisitori lo devono sapere) le ajutava a mentire, e a sostenere valorosamente la tortura; egli faceva perdere la memoria ai testimoni, e ingarbugliava le idee ai giudici, e metteva la stracchezza addosso ai carnefici. Tutto veniva da lui. Se la strega durante la tortura moriva, era il diavolo che l'aveva strozzata, per impedirle di parlare; se la strega si uccideva da sè stessa, era il diavolo che a ciò l'aveva spinta, affinchè non si potesse più fare il processo. In Lindheim, villaggio dell'Assia, cinque o sei donne furono accusate d'aver dissotterrato un bambino e d'essersene servite per la manipolazione della consueta broda delle streghe. Torturate in regola, esse confessarono il delitto. Allora il marito di una di esse tanto s'adoperò che potè ottenere si facesse una visita al camposanto, per meglio accertarsi della cosa. Aperta la fossa, il corpicino apparve intatto nella sua bara; ma l'inquisitore, senza punto smarrirsi, disse che quella doveva essere una illusione del diavolo maledetto, e che essendoci la confessione delle colpevoli non era da cercar altro, ma era da dar corso alla giustizia, a onore e gloria della santissima Trinità: e le donne furono bruciate vive.

Per render vane le frodi e le gherminelle del diavolo, si usavano in varii luoghi varii accorgimenti e rimedii: si vestiva la strega di una camicia tessuta e cucita in un sol giorno, le si dava bere un intruglio fatto di cose benedette, si aspergevano d'acqua benedetta gli stromenti di tortura, si bruciavano certe erbe, ecc. ecc. Fosse in grazia di tali pratiche, fosse per altra ragione, certo si è che assai di rado riusciva il diavolo a porgere alle streghe e agli stregoni amici suoi ajuto veramente efficace e durevole. Lo storico siciliano Tommaso Fazello (1498-1570) narra di certo mago Diodoro, che ajutato dal diavolo scappava di mano alle guardie, e volava per l'aria, da Catania a Costantinopoli. Il giuoco durò un pezzo; ma finalmente il vescovo Leone potè mettergli le mani addosso, e lo fece gettar vivo in una fornace ben accesa, d'onde quegli non uscì più, o uscì solo per andar capofitto in inferno.

Il primo a insorgere contro la odiosa superstizione, e contro gli orribili effetti suoi, fu nel secolo XVI il famoso Cornelio Agrippa di Nettesheim, seguito e superato dal suo proprio discepolo Giovanni Weier (1518-88) il cui libro fa epoca. I difensori della retta ragione e della umanità si moltiplicarono poi rapidamente; ma la battaglia da essi combattuta non fu coronata di vittoria se non assai tardi. Le ultime vittime della superstizione caddero in Europa nella seconda metà del secolo scorso: fuori d'Europa, nel Messico, due roghi si accesero ancora nel 1860 e nel 1873.

L'Inquisizione è morta, e sono finiti i processi per istregoneria; ma non è morta la stolta credenza, nè sono finiti i lamenti di coloro che la serbano viva; e non passa anno senza che venga alla luce, scritto da un qualche teologo fallito e frenetico, un libro in cui si grida che il mondo è nelle mani del diavolo, e che i satelliti del diavolo, ammaestrati da lui, corrompono con l'arti loro ogni cosa, insidiano e sopraffanno i buoni. Il mondo è pieno di stregoni, camuffati in altra maniera, ma non meno tristi e pericolosi degli antichi, e, quel ch'è peggio, il diavolo, lor buon signore, ha finalmente trovato il modo d'impedire che sieno bruciati. Se si potessero ancora bruciare, a tutto ci sarebbe rimedio.

Capitolo X. L'INFERNO.