Abbiam veduto che spiriti malefici compajono già nelle religioni più rozze e manco differenziate; ma definiti malamente e come diffusi nelle cose. Nelle religioni più elevate, mano mano che l'organismo di esse si circoscrive e si compie, gli spiriti malefici si mostrano meglio definiti, vanno acquistando attributi e persona. Tra le grandi religioni storiche la religione dell'antico Egitto è quella di cui abbiamo più remota e più sicura notizia. In essa a Ptah, a Ra, ad Ammone, a Osiride, a Iside, ecc., divinità benefiche, largitrici di vita e di prosperità, si contrappongono il serpente Apep, che personifica l'impurità e le tenebre, il formidabile Set, il devastatore, il perturbatore, padre d'inganno e di menzogna. I fenici opposero a Baal e ad Aschera, Moloc e Astarte; in India, il generatore Indra, il conservatore Varuna, ebbero contrari Vritra e gli Asuri, e il dualismo penetrò nella stessa Trimurti; in Persia Ormuz ebbe a contendere con Arimane per la signoria del mondo; in Grecia e in Roma tutto un popolo di genii e di mostri malefici sorse di fronte alle divinità dell'Olimpo, esse stesse non sempre benefiche, e furono Tifone, Medusa, Gerione, Pitone, demonii malvagi d'ogni fatta, lemuri e larve. Il dualismo appare similmente per entro alla mitologia germanica, alla slava, e, in generale, a tutte le mitologie.

In nessun'altra delle antiche e delle nuove religioni il dualismo raggiunse la forma piena e spiccata che raggiunse nel mazdeismo, o religion dei persiani antichi, quale ce la fa conoscere lo Zend-Avesta; ma in tutte esso si lascia scorgere, e in tutte, per qualche parte almeno, si può rannodare ai grandi fenomeni naturali, alla vicenda del giorno e della notte, all'alternare delle stagioni. I concetti varii, le figurazioni, gli avvenimenti in cui esso prende forma e si esplica, ritraggono, non solo dell'indole e della civiltà del popolo che gli dà luogo nel sistema delle proprie credenze, ma ancora del clima, delle condizioni naturali del suolo, delle vicende storiche. L'abitatore di tale regione calda riconosce l'opera dello spirito maligno nel vento del deserto che affoca l'aria e uccide le biade; l'abitatore delle plaghe settentrionali la riconosce nel freddo che assidera la vita intorno a lui e lui stesso minaccia di morte. Dove la terra è scossa da terremoti frequenti, dove vulcani vomitano cenere e lave devastatrici, l'uomo immagina facilmente demonii sotterranei, giganti malvagi sepolti sotto ai monti, spiracoli dell'inferno: dove frequenti procelle turbano il cielo, immagina demonii trasvolanti e urlanti per l'aria. Se un nemico invade, vince e soggioga, il popolo soggiogato non mancherà di trasferire nello spirito malvagio, o negli spiriti malvagi cui crede, i caratteri più odiosi dell'oppressore. Così la religione è il risultamento composto di una moltiplicità di cause, le quali non sempre, certo, si possono rintracciare e additare. I greci non ebbero propriamente un Satana, come non l'ebbero i romani, e può sembrare strano che questi, i quali divinizzarono una quantità di concetti astratti, come la gioventù, la concordia, la pudicizia, non abbiano immaginata una vera divinità e potestà del male, sebbene abbiano immaginato una dea Robigo, una dea Febris ed altre così fatte. Non mancano tuttavia nelle religioni dei greci e dei romani potestà antagonistiche e figure che presentano come un duplice aspetto, e se per poco si approfondisce l'indole dei due popoli, e le condizioni di vita e la storia, si vede che il dualismo presso di loro non avrebbe potuto prendere forma gran che diversa da quella che prese. Si consideri tra l'altro che in Grecia e in Roma non vi fu un libro sacro di morale, un codice teocratico propriamente detto.


Il dualismo assume forma e caratteri speciali nel giudaismo prima, nel cristianesimo poi, e se in altre religioni, se nelle stesse religioni primitive, si può scorgere come una larva di Satana, o come una forma che, rubando il vocabolo alla chimica, potrebbe dirsi allotropa, diversamente qualificata, e alcuna volta ingrandita, il Satana vero, con le qualità e gli attributi che gli son proprii, e ne formano la persona, non appartiene che a quelle due religioni, e, anzi, più particolarmente alla seconda.

Satana tiene ancora assai poco posto nel mosaismo; direi che esso vi tocca soltanto l'adolescenza o la giovinezza, senza poter raggiungere la maturità. Nel Genesi il serpe non è se non il più accorto ed astuto degli animali, e solo in virtù di una tarda interpretazione si tramuta in demonio. L'Antico Testamento tutto intero non conosce Beelzebub se non come divinità degli idolatri; al quale proposito è da notare che gli ebrei, prima di negar l'esistenza degli dei delle genti, il che s'indussero a fare solamente assai tardi, credettero che quegli fossero dei davvero, ma meno possenti e meno santi di Jeova, loro dio nazionale. In fatti, il primo comandamento del Decalogo non dice già: io sono il Dio tuo, e tu non devi credere vi sieno altri dei fuori di me; ma bensì: Io sono il Dio tuo, e tu non adorerai altri dei fuori di me. Ora è noto che molte volte gli ebrei si lasciarono trascinare ad adorare altri dei che non era il loro. Azazel, lo spirito immondo a cui abbandonavasi nel deserto il capro emissario, carico dei peccati d'Israele, appartiene assai probabilmente a credenze anteriori a Mosè; ma la figura sua manca di perspicuità e di rilievo, e forse altro non è che un pallido riflesso dell'egizio Set, e un ricordo dei tempi della schiavitù sofferta nella terra dei Faraoni.

È opinione comunemente accettata che solo dopo la cattività di Babilonia gli ebrei abbiano avuto circa i demonii concetti chiari e precisi. Trovandosi durante quel tempo, in contatto, se non intimo, almeno continuo, col mazdeismo, gli ebrei ebbero opportunità di conoscerne alcune dottrine e di appropriarsele in parte, e tra queste la dottrina concernente l'origine del male dovette trovar facile accesso negli spiriti loro, preparati e predisposti a riceverla dalle recenti calamità e dalle preoccupazioni di un fosco avvenire. Tale opinione dà luogo a qualche dubbio, e più di una obbiezione le si può fare; ma non è però meno certo che se la nozione di spiriti malefici, e la credenza nelle opere loro, non mancavano agli ebrei prima dell'esilio, Satana non comincia a rivestir la figura e i caratteri che gli son proprii se non in iscritti posteriori all'esilio stesso. Nel libro di Giobbe, Satana appare tuttavia fra gli angeli in cielo, e non è propriamente un contraddittore di Dio e un perturbatore delle sue opere. Egli dubita della santità e della costanza di Giobbe, e provoca l'esperimento che deve precipitar costui dal sommo della felicità nel più basso fondo della miseria. Non è per anche un fomentator di peccato e un operator di sciagure; ma già egli dubita della santità, e alcuno dei mali che colpiscono il patriarca innocente viene da lui.

A poco a poco Satana cresce e si compie. Zaccaria lo rappresenta quale un nemico e un accusatore del popolo eletto, desideroso di frustrar questo della grazia divina. Nel Libro della Sapienza, Satana è un perturbatore e un corruttore dell'opera divina, colui che instigò per invidia i primi parenti al peccato, e per invidia introdusse la morte nel mondo. Egli è il veleno che guasta e contamina la creazione. Ma nel Libro di Enoc, e propriamente nella parte più antica di esso, i demonii altro non sono che angeli innamoratisi delle figlie degli uomini, e impigliatisi per tal modo nei lacci della materia e del senso, quasi che si voglia con sì fatta finzione evitar di ammettere un ordine di enti originariamente diabolici; mentre in altra parte, più recente, dello stesso libro, i demonii sono i giganti nati da quegli amori.

Nelle dottrine dei rabbini Satana acquista sembianze e caratteri nuovi, ma nell'Antico Testamento la sua figura spicca ancora assai poco, e può dirsi evanescente confrontata con quella che egli ebbe di poi. Le ragioni di ciò possono essere parecchie: tuttavia la principale è da rintracciare senza dubbio nell'indole stessa del monoteismo giudaico, il quale è così fatto che assai difficilmente può dar luogo a una concezione dualistica un po' risoluta. Jeova è un dio assoluto, un signore despotico, estremamente geloso della potenza e dell'autorità propria. Egli non può soffrire che gli si levino a fronte esseri, sia pure di lui meno possenti, ma che si arroghino di contrastargli, si atteggino ad avversarii suoi, osino attraversare l'opera sua. Il voler suo è unica legge, la quale governa il mondo, e ha obbedienti sotto di sè le potestà tutte, meno forse quelle divinità delle genti di cui non si nega l'esistenza, ma che non entrano come elementi vivi nell'organismo della religione di Jeova. Perciò nel Libro di Giobbe Satana apparisce più che altro come un ministro di Dio, un provocatore di giudizii e di esperimenti divini. Ma c'è di più. Basta por mente alquanto all'indole di Jeova per avvedersi subito che dove è un tal dio, un demonio non ha più troppa ragion di essere. In Jeova le contrarie potenze, gli opposti elementi morali che, distinti e separati, dànno luogo al dualismo, sono ancora come confusi insieme, il che certamente non dà un alto concetto della morale degli ebrei primitivi. Jeova è geloso, feroce, inesorabile; le pene che egli infligge son fuori d'ogni proporzione con le colpe commesse, le sue vendette sono spaventose e bestiali, colpiscono senza discernimento rei ed innocenti, uomini e bruti. Egli tormenta i suoi devoti con prescrizioni assurde che li fan vivere in un perpetuo terror di peccato, e impone loro di passare a fil di spada le popolazioni delle città espugnate. Egli dice per bocca di Isaia: “Io formo la luce, e creo le tenebre, faccio la pace, e produco il male: io sono il Signore che faccio tutte queste cose.„ In lui dio e Satana sono ancora congiunti: la separazione che lentamente si va facendo di essi, e l'antagonismo risoluto cui mette capo, sono sintomi di un più squisito senso morale, e segni dell'approssimarsi del cristianesimo.


Satana è già in parte formato, ma non raggiunge la pienezza dell'esser suo se non nel cristianesimo, nella religione che dice di voler compiere il giudaismo, ond'è uscito, e che per tanta parte lo nega. Qui noi ci troviamo dinanzi un intreccio e un viluppo di cause morali e di cause storiche, le quali han tutte per effetto di rilevar sempre più, colorire, ingrandire la sinistra figura di Satana. Anzi tutto Jeova si trasforma in un dio incomparabilmente più sereno e più benigno, in un dio d'amore, che necessariamente respinge da sè, come elemento non assimilabile, ogni elemento satanico; e quando Cristo sarà ancor egli assunto alla divinità, la mite e radiosa figura del nume che per amor degli uomini si fece uomo, che per essi versò il suo sangue e patì la morte ignominiosa, farà per ragion di contrasto spiccare in modo al tutto nuovo la truce e tenebrosa figura dell'avversario. La tragedia umana, fusa con la tragedia divina, rivelerà le intime ragioni del suo meraviglioso processo, suscitando negli animi nuovi concetti morali, nuove immagini delle cose, nuova pittura del cielo e della terra. Gli è dunque vero che Satana indusse i primi parenti a peccare, e che in virtù della colpa provocata da lui, tolse a Dio l'umana famiglia, ed il mondo in cui questa vive. Quale non deve essere la potenza di lui, la saldezza dell'usurpato dominio, se a riscattare i perduti è forza che lo stesso figliuol di Dio si sacrifichi, si dia in preda a quella morte che per fatto appunto del nemico penetrò nel mondo! Prima che Dio dèsse mano all'opera della redenzione Satana poteva posare nella sicurezza del possesso; ma ora che la redenzione si compie, anzi è già compiuta, non dovrà egli far l'estremo d'ogni sua possa per contendere al vincitore il frutto della vittoria, e racquistare, almeno in parte, il perduto? Ecco; egli osa di tentare il redentore medesimo, e l'apostolo lo dipinge quale un leone ruggente, in traccia di preda da divorare.