Come la Vergine togliesse al demonio le scritture dei malconsigliati che stringevano patti con lui, abbiam già veduto; ma ella aveva anche altri modi di riscattar le anime cadute, per una o per un'altra ragione, in balía del nemico. In più racconti popolari, di origine certo assai antica, si dice come il diavolo e la Vergine si facessero, l'uno compare, l'altra comare di un fanciullo, quello per condurlo in perdizione, questa per salvarlo. Di solito c'è di mezzo una promessa che il padre fece al demonio, e che favorisce molto la causa di questo; ma da ultimo, superato ogni ostacolo, trionfa la Vergine.
Molte volte le potenze celesti vincono Satana con solo mostrarsi, o con ordinargli imperiosamente di cedere il campo e lasciar la preda; molte altre volte non lo vincono se non dopo un contrasto più o meno lungo, il quale varia di qualità e di procedimento, e va dalla semplice discussione, o dal diverbio un po' vivo, sino all'accapigliatura e al pugilato, o anche alla battaglia ordinata, quando sieno molte le forze impegnate dall'una parte e dall'altra. Non di rado pure il contrasto prende le forme e l'andamento di un vero e proprio piato giudiziale. La vittoria non sempre rimane ai celesti.
Le cause di tali contrasti erano parecchie; ma i più si facevano per decidere della sorte delle anime novellamente sciolte dai corpi: gl'infernali avrebbero voluto trascinarle tutte in inferno, i celesti condurle tutte in paradiso. Cominciava il contrasto intorno al letto dei moribondi. Venivano i diavoli, recando il libro in cui erano scritti tutti i peccati commessi da chi stava per uscir di vita; venivano gli angeli, recando il libro in cui erano scritte tutte le sue buone opere. Quello era, di solito, un libraccione ponderoso e negro, tutto vergato di spaventosi caratteri; questo un libriccino nitido e minuto, scritto di lettere d'oro. Cotai libri, insieme con la giusta bilancia in cui angeli e diavoli pesavano azioni buone e cattive, compajono assai spesso nei giudizii ove si decide la sorte delle anime.
È abbastanza conosciuta (ed io l'ho già ricordata) una terribile istoria narrata dal venerabile Beda, e ripetuta con qualche leggiera diversità da Jacopo Passavanti nel suo Specchio della vera penitenza. Un cavaliere del re Coenredo, uomo prode e di grande animo, ma vissuto assai malamente, infermò, ed esortato a confessarsi, non volle farlo, tanto che giunse presso a morte. Allora, aspettando la fine sua, egli vide comparire al suo letto due angeli, i quali si posero a leggere un libriccino in cui erano segnate alcune buone opere fatte da lui grandissimo tempo innanzi, mentre era giovine ancora. Di ciò egli si rallegrava e prendeva speranza, quando vide entrare due orribili demonii, che squadernatogli sul viso il volume de' suoi peccati, dissero agli angeli: “Che fate voi qui? voi non avete nessuna ragione in costui, che è nostro.„ E gli angeli, guardatisi l'un l'altro, senza poter nulla rispondere se ne andarono, e i demonii, presi due coltelli affilati, cominciarono a tagliare il reo cavaliere da capo e da piede, tanto che in brev'ora morì e fu dannato.
Ma non sempre il grosso libro dei diavoli la vinceva sul libro piccino degli angeli; e si diè caso che quello non servì a nulla, sebbene gli angeli non avessero da opporgli nemmeno una pagina. Nella Visione di Frate Alberico si narra di un potente malvagio, che prima di morire si pentì, e chiese perdono a Dio. Al suo letto di morte si presentano un angelo e un demonio, questi con un gran volume di peccati, quegli con le mani vuote. Il demonio si crede sicuro del fatto suo; ma l'angelo sparge sul libro lo lacrime versate dal pentito e tutto il cancella. Il peccatore ravveduto è salvo.
Spesso i santi vennero in soccorso di anime che i diavoli si forzavano di trarre in inferno; e bisogna dire che, così facendo, obbedivano molto più a un sentimento di speciale benevolenza pei loro devoti, che non ai dettami della stretta giustizia. Gli esempii abbondano. I diavoli se ne portavano entro una barca l'anima del re Dagoberto, quando scesero improvvisamente di cielo, fra tuoni e fulmini, san Dionigi, san Maurizio e san Martino, che senza stare a disputare della ragione e del torto, la tolsero loro di mano e la menarono in paradiso. Morto Carlo Magno, l'anima sua fu condotta al giudizio. Viene un nugolo di demonii che caricano de' suoi peccati l'un dei piatti della bilancia. Questa trabocca; ma san Giacomo di Compostella e san Dionigi mettono nell'altro piatto tutte le chiese e tutti i monasteri fondati da lui, e subito la bilancia trabocca dall'altra parte, in suo favore. Un monaco, stando in orazione la notte (così racconta Leone Marsicano, morto nel 1115) vede passare con grande rombo e ruina una turba di diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano con tanta furia, e avutone in risposta che vanno a torsi l'anima dell'imperatore Enrico III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e gl'impone di venirne al ritorno e narrargli tutto l'evento. Passati due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso, con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de' suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando di comune accordo fu deliberato di pesare con una bilancia le buone e le cattive azioni del morto, e decidere così chi dovesse prenderne l'anima. Dato mano all'esperimento, già traboccava la bilancia in favor dei demonii, quand'ecco accorrere tutto anelante quell'abbrustolito di san Lorenzo, e gettar con grand'impeto nel piatto contrario un calice d'oro, che tempo innanzi l'imperatore aveva donato a una basilica di lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte, e i diavoli debbono, confusi e scornati, rinunziare alla preda e prendere il volo.
Ma non sempre i santi potevano ricorrere a così ponderosi argomenti, e allora, qualche volta, finiva che dovevano cedere a chi aveva più ragione di loro. Quando morì Guido da Montefeltro, resosi frate dopo aver menato una vita scelleratissima, venne san Francesco in persona per raccorne l'anima e recarla in cielo; ma uno de' neri cherubini (così dice Dante) gli si levò a fronte garrendo:
Nol portar; non mi far torto: