Molti erano i modi usati a cacciare i demonii, e la loro efficacia dipendeva, in parte, dalla qualità lor propria, in parte dalla qualità di coloro che li adoperavano. Gran differenza era, per questo rispetto, dall'umile esorcista, il quale non aveva altro che il suo carattere ecclesiastico, al santo miracoloso, uso ad appender la cappa a un raggio di sole, o a mutar l'acqua in vino. Dove quegli non vinceva se non dopo lunghe e faticose pratiche, correndo talvolta il pericolo d'essere invaso da quello stesso demonio onde liberava altrui, il santo vinceva con una parola, un gesto, uno sguardo. L'esorcismo era una operazione lunga e intricata, o semplicissima e breve, secondo i casi. Poteva richiedere preghiere insistenti, formule rituali, digiuni e altre macerazioni, candele accese, suffumigi, ecc.; ma poteva anche far di meno di tutte queste cose. Bisogna poi dire che non tutti i diavoli erano di una natura o di un umore; e come ce n'eran di quelli che voltavan le spalle alle prime avvisaglie, anzi al primo rumore di guerra, così ce n'erano altri, i quali facevano difesa disperata, e che bisognava cavar di corpo agl'indemoniati come si trae il chiodo dall'asse, con le tenaglie. Molti indemoniati rimasero liberi con solo toccare le reliquie di un santo famoso, o bevendo un po' d'acqua in cui era stato infuso un pizzico di polvere grattata via dal sepolcro di un santo famoso; parecchi furono guariti, o vogliam dire riscattati, con l'acqua che aveva servito a lavare i santissimi zoccoli di sant'Elia Speleota. Esorcizzati da santi, i diavoli solevano dare qualche segno sensibile di loro confusione e di loro sgomento. Un diavolo esorcizzato da sant'Apro, uscì dal primo uscio che gli venne innanzi, rumorosamente, e, dice il fedele biografo, con grande flusso di ventre. Degna fuga di così laido nemico.
Erasmo da Rotterdam, in quello de' suoi Colloquii che s'intitola Exorcismus sive Spectrum, si burla allegramente di tutte le formole, di tutti i riti e di tutti gli anfanamenti degli esorcisti; ma si sa che la sua ortodossia non fu troppo sicura, e i suoi scherni non tolsero a un cappuccino mantovano di comporre, verso la fine del secolo XVI, un libro latino, il cui titolo, recato in italiano, suona così: Flagello dei demonii, contenente esorcismi terribili, potentissimi ed efficaci, e provatissimi rimedii, atti a espellere di corpo agl'indemoniati i maligni spiriti e ogni sorta di maleficii, con le sue benedizioni e tutte l'altre cose che a detta espulsione si richieggono. Non dimentichiamo che tra i rimedii provatissimi era anche il bastone, e che più di un energumeno, bastonato ben bene da qualche santo nerboruto, fu veduto raumiliarsi come per miracolo, e guarire senza bisogno d'altro esorcismo.
Capitolo XIII. SEGUITANO LE DISFATTE DEL DIAVOLO.
Dalle vittorie che riportavano sul diavolo gli uomini vivi, passiamo a veder le vittorie che su di lui riportavano gli uomini morti fatti cittadini del cielo, e gli altri spiriti celesti, voglio dire i santi, gli angeli d'ogni grado, la Vergine Maria. I santi, gli angeli, la Vergine, erano sempre pronti ad accorrere in ajuto di chi, con salda fede e mente pura, li invocava nella perpetua battaglia contro il nemico. Qualche volta, se aveva il diritto dalla sua, il diavolo la vinceva contro gli avversarii celesti; ma il più delle volte, anche avendo dalla sua il diritto, la perdeva. Se ci entrava di mezzo la Vergine perdeva sempre, e rimaneva col danno e con le beffe.
I santi, guadagnatosi il cielo, non dimenticavano la terra, anzi volentieri assai seguitavano a ingerirsi nelle cose di quaggiù, dove erano chiese innalzate in loro onore, ordini monastici istituiti da loro, intere città e regni che si gloriavano d'averli patroni e protettori. A tutti i fedeli in genere, ma in più particolar modo ai loro devoti, essi erano larghi di ajuto, specie se si trattava di combattere il diavolo, e quando il bisogno lo richiedeva, non esitavan punto a scendere di cielo in terra, e a vestir novamente, in apparenza almeno, il peso della carne. Molti esempii se ne potrebbero recare; quello che segue è uno dei più illustri.
C'era una volta un vescovo, il quale aveva una speciale venerazione per sant'Andrea apostolo, e sempre lo invocava, e qualunque cosa si accingesse a fare, sempre cominciava con queste parole: “A onor di Dio e di sant'Andrea.„ Invidioso e fastidito di tanta santità, il diavolo mette mano alle insidie. Prende l'aspetto di una fanciulla bellissima, va a trovare il vescovo, e gli racconta una sua favola molto artificiosa: com'ella sia figliuola di un re; come il padre la volesse dare in moglie ad un principe possente; come, volendo serbare la sua verginità allo sposo celeste, ella sia fuggita dal suo paese ove non potrebbe tornare senza gravissimo pericolo. Udite queste cose, il buon vescovo, pieno d'ammirazione, la loda, la incoraggia, le offre protezione ed asilo, la invita a desinare. A tavola non sono soli; ma il vescovo, come più guarda la fanciulla, più la trova bella; come più l'ode parlare, più la giudica sensata ed eloquente, tanto che se ne innamora, e già aspetta con impazienza tempo e luogo opportuno da poterle scoprire la sua passione. A un tratto, s'ode giù gran rumore, alla porta. È un pellegrino, a tutti sconosciuto, il quale picchia a colpi replicati, e a gran voce chiede d'entrare. Il vescovo interroga la fanciulla: vuol ella che il pellegrino sia introdotto? E quella: “S'introduca; ma a patto che, dando giusta risposta a tre domande difficili, si mostri degno di sedere con voi a mensa.„ Per desiderio del vescovo e dei convitati le domande sono da lei proposte, e il nunzio le reca, successivamente al pellegrino, e torna con le risposte. La prima domanda è: Delle piccole cose fatte da Dio qual è la più mirabile? Il pellegrino risponde: “La faccia dell'uomo,„ adducendo ragioni, che pajono a tutti giustissime. Alla seconda domanda, in qual luogo la terra sia più alta del cielo, il pellegrino risponde: “Nell'empireo, ove è il corpo di Cristo, fatto di terra, come quello degli uomini.„ Alla terza domanda, che distanza sia dal cielo alla terra, il pellegrino risponde: “Chi m'interroga ha a saperlo meglio di me, perchè egli è il diavolo che tutta la percorse, quando fu precipitato giù dal paradiso.„ A tale risposta inaspettata il diavolo sfuma. Il pellegrino è sparito ancor esso; ma al vescovo, che piange e confessa il suo peccato, si dà a conoscere in sogno: egli è sant'Andrea.
Gli angeli fedeli, che in antico avevano vinto e cacciato i ribelli, seguitavano a combattere contro di loro: alla fine dei tempi l'arcangelo Michele, di cui si custodivano gelosamente, nella città di Tours, la spada e lo scudo adoperati nel primo combattimento, vincerà Satana di bel nuovo e per sempre. La credenza che ciascun uomo abbia un suo proprio angelo custode è assai antica, giacchè si trova già nel secondo secolo dopo Cristo; anzi da molti si crede che ciascun uomo vada accompagnato nella vita da un angelo a destra, da un demonio a sinistra. La natural nimistà ch'è tra i celesti e gl'infernali è qui fatta più acre dalla comunità dell'oggetto su cui le contrarie potenze si esercitano, l'anima dell'uomo. L'angelo si sforza di tirar l'anima in cielo, il demonio si sforza di tirarla in inferno. Strano a pensare e doloroso a dire, l'anima razionale, e provveduta di libero arbitrio, ajuta nella maggior parte dei casi chi la vuol perdere contro chi la vuol salvare: in questa battaglia, se non nelle altre, vince assai più volte il demonio che l'angelo.
Ma nulla vince il demonio, anzi perde ogni suo guadagno ed ogni suo potere, e rimane miseramente sconfitto e scornato, quando, bella ed insuperabile avversaria, gli si leva contro la purissima donna che ha intorno al capo una corona di stelle, e schiaccia sotto ai piedi il serpe velenoso, l'avvocata di tutti i peccatori, la consolatrice di tutti gli afflitti, la madre di Gesù redentore, la dolcissima Vergine Maria. Ella è la regina del cielo e la dominatrice dell'inferno. Satana trema dinanzi a lei, trema e si nasconde solo che oda pronunziare il suo nome soavissimo. Ella è la salute, non pur degl'infermi, ma dell'intero genere umano, perchè, da una parte, non lascia fare a Satana la centesima parte del male ch'ei vorrebbe e potrebbe fare; da un'altra placa l'ira di Dio, e ottiene che non si rovesci, come giustizia vorrebbe, sui peccatori. San Damiano, rapito in estasi, la vide che con le sue preghiere tratteneva Cristo da distruggere il mondo pieno d'ogni scelleraggine e d'ogni bruttura. I fedeli costantemente la invocano, a lei confessano colpe e bisogni, in lei pongono ogni speranza: la salutazione angelica sale perpetuamente da questa valle di miserie al suo trono; le lunghe litanie formano come tanti invisibili lacci d'amore per cui le anime si sospendono a lei. Il suo potere è illimitato, e pari al potere è in lei la misericordia. Ella nulla sdegna e nulla tralascia di quanto può giovare a chi le si raccomanda, sia pure il più malvagio e indurito peccatore di questo mondo. Ella scende in terra, parla nelle immagini, si mostra in persona, ammonisce i vacillanti nella fede, dà da mangiare agli affamati, guarisce gl'infermi, salva i pericolanti, conforta i moribondi, affronta il demonio ogni qual volta è bisogno. Qui viene opportuno un esempio che Giacomo da Voragine narra presso a poco nel seguente modo.
Un cavaliere di nobile lignaggio e ricchissimo aveva, con indiscreta liberalità, dilapidato ogni suo avere, ed era venuto in tanta povertà, che dove prima soleva largheggiare nelle cose massime, ora persin le minime gli facevan difetto. Avvicinandosi una solennità, nella quale era uso di fare doni e largizioni grandissime, egli, non avendo più che dare, si recò, pieno di confusione e di tristezza, in un luogo deserto, col proposito di starci finchè la festa fosse passata. Ei v'era giunto appena, quando gli si fece incontro, seduto sopra un terribil cavallo, un più terribile cavaliere, che gli chiese la ragione della sua tristezza. Uditala, disse: “Quando tu voglia concedermi cosa di picciol momento, avrai da me più ricchezze e più gloria che mai non avesti in passato.„ Promette il cavaliere, e tosto a lui il principe delle tenebre: “Torna a casa, e nel tale luogo troverai tanta quantità d'oro e d'argento, e tanta di pietre preziose: tu in compenso, nel tale giorno, mi condurrai qui tua moglie.„ È da sapere che costei era donna pudicissima e in sommo grado devota della Vergine Maria. Tornato a casa, il cavaliere trova ogni cosa come gli era stato detto, e subito compra palazzi, riscatta fondi, procaccia servi, e dona altrui largamente, com'era suo costume. Giunto il dì fissato, dice alla moglie: “Sali a cavallo, perchè bisogna che tu venga con me alquanto lontano.„ La donna tremando obbedisce, e raccomandatasi devotamente alla Vergine, cavalca dietro al marito. Cammin facendo passano davanti a una chiesa. La donna scende da cavallo, entra in chiesa, e mentre il marito aspetta di fuori, si raccomanda di nuovo alla sua protettrice e si addormenta. La Vergine allora prende l'aspetto di lei, in modo da sembrar lei medesima, esce di chiesa, monta a cavallo, e col cavaliere prosegue il viaggio. Giunti al luogo stabilito, ecco venir oltre, con grande impeto, il principe dell'abisso, poi fermarsi a un tratto, e fremendo e tremando esclamare: “O il più infedele degli uomini, perchè mi hai tu ingannato a questo modo, e perchè tal premio mi rendi de' miei beneficii? io ti dissi di condurmi tua moglie e tu mi conduci la madre del Signore; io voleva tua moglie e tu mi conduci Maria.„ Allora la Vergine: “O spirito maledetto, quale temerità fu la tua, che presumesti di poter nuocere a una mia devota? Torna in inferno, e non sia mai più in te tanta tracotanza.„ Il demonio fugge ululando, e il cavaliere si getta pentito ai piedi della donna del paradiso, che gli ordina di ritorsi la sua fedele compagna, e di sperdere le ricchezze avute dal maledetto. Così egli fece, e non perciò fu povero, perchè nuove e maggiori ricchezze ebbe poi dalla Vergine misericordiosa.