Molti santi legarono il diavolo, quali con catene, quali con un semplice filo. San Silvestro papa, quel medesimo che, secondo le più autentiche storie, guarì l'imperator Costantino dalla lebbra, e n'ebbe in premio Roma e tutto l'impero d'Occidente, san Silvestro acchiappò in una profonda caverna il diavolo, che aveva presa la forma di un drago, lo legò con un filo, e gli suggellò con un segno di croce la bocca. In Ibernia, il santo abate Munna lo legò con una catena infocata. Altri santi non vollero prendersi cotal briga, o non ci pensarono, e adoperarono in altro modo.
Sant'Apollonio, abate in Tebaide, colse un giorno il demonio della superbia sotto le sembianze di un piccolo etiope e lo seppellì nell'arena. San Contesto, venutogli a tiro una volta non so che demonio, il quale sotto forma di gigante lo sollecitava a lussuria, gli gettò attorno al collo la propria stola, e lo menò in giro, come un cane, per tutta la città. Sant'Illidio ne forzò uno a trasportare due colonne da Treviri nell'Alvernia; san Procopio di Praga forzava parecchi a menar l'aratro sui sassi. Il beato Notchero Balbulo, entrato una notte in chiesa, vi trovò il diavolo sotto forma di cane: gli ordinò di aspettarlo, e tolto un buon bastone, ch'era stato già di san Colombano, glielo ruppe addosso. San Dunstano, abate di Glastonbury, lo trattò anche peggio. Il degno uomo stava un giorno lavorando nella sua fucina da fabbro ferrajo, com'era solito fare nell'ore disoccupate, quand'ecco gli si presenta il diavolo tentatore in figura di bella e giovane donna. Il santo finge di non riconoscerlo, e s'intrattiene famigliarmente con lui, aspettando che un par di tanaglie, messe sui carboni, sieno arroventate a dovere. Vedutele com'ei le vuole, colto il momento opportuno, le afferra, le brandisce, e con mirabile destrezza attanaglia il naso del malcapitato, traendo e dimenando con tanto furore, che quegli per l'angoscia, s'avvolge come una trottola, mugghia come un bufalo, e, appena può, sguizza via come una saetta. San Domenico fu alquanto più umano. Stando una notte il santo a studiare, eccoti il diavolo venirgli intorno e dargli briga. Il santo non si turba nè si spazienta; ma presa la candela al cui lume leggeva, la pone in mano al demonio, ordinandogli di tenerla ben ferma, poi come se nulla fosse, si rimette a leggere. Il diavolo è forzato d'obbedire; la candela arde, si consuma, ed egli si brucia tutte le dita. Questo stesso giuoco si dice gli abbiano fatto anche sant'Antonio e san Bernardo. In un caso presso a poco simile, Lutero si contentò di gettargli in capo il calamaio; ma Lutero non era un santo; anzi era, dicono, suo figliuolo. I santi non avevano da usar riguardi. San Bernardo di Chiaravalle viaggiava una volta con un carro. Viene il diavolo e gli fracassa una ruota. Tanto peggio per lui: il santo gli ordina di trasformarsi in ruota, e di far l'officio di quella fracassata.
Spesse volte i diavoli, quando hanno da fare coi santi, si lasciano cogliere nei lor proprii tranelli. Certo giorno, uno di essi fa venire una grandissima sete a san Lupo che appunto stava in orazione. Il santo si fa recare un bel vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, con la fondata speranza di potergli così entrare in corpo; ma quegli, placidamente, pone sul vaso il guanciale del letto, e tien prigione il presuntuoso sino alla mattina seguente. Altri santi fecero ai loro nemici questo brutto scherzo di chiuderli, e per più lungo tempo. San Conone Isaurico chiudeva i diavoli in vasi suggellati, e li poneva nelle fondamenta della sua casa. Maestro di tutti costoro era stato Salomone, del quale si narrava che avesse rinchiuso in un vaso di rame non so quante legioni di diavoli, e sprofondato poi il vaso in una palude presso Babilonia. I diavoli vi sarebbero ancora, se gl'ingordi babilonesi non avessero ripescato e aperto in mal punto il vaso, credendo che il più savio dei re ci avesse nascosto un tesoro. E che dovrei dire di san Chiuppillo, un santo che non si trova registrato nel calendario, ma che i napoletani conoscono assai bene, e ricordano spesso? Nessun altro santo s'avvisò, ch'io sappia, di fare all'arrogante diavolo tentatore lo scherzo che san Chiuppillo gli fece, e di dirgli le assennate parole ch'egli per ammonimento gli disse. Se io ne taccio, gli è per non divulgar troppo la vergogna del maledetto.
Le sante non si mostrarono da meno dei santi nel dare al diavolo quel che si meritava. Un pajo d'esempii può bastare a provarlo. Santa Giuliana non aveva voluto accettar per isposo Eulogio, prefetto di Nicomedia, perchè adoratore degl'idoli. Il prefetto, avendola invano pregata e ammonita, perduta la pazienza, la fece prima battere con le verghe, poi ordinò che fosse appesa pei capelli, e che le si versasse in capo piombo liquefatto. Non potendole nuocere in modo alcuno, la fece caricar di catene e gettare in un carcere. Nel carcere appare alla vergine il diavolo, in figura di angelo, che le dice: “O Giuliana, io sono l'angelo di Dio, il quale a te mi manda perchè tu ti risolva di adorare gl'idoli, e non voglia morire di così mala morte.„ Ma Giuliana volge una fervida preghiera al cielo, e lo stesso demonio è costretto a scoprirsi. Allora la valorosa fanciulla, per insegnargli a non più tentare le sante vergini, gli lega le mani dietro la schiena, lo getta a terra, e senza punto commuoversi alle sue grida, con quella stessa catena che avvinceva lei, lo flagella ben bene. Il prefetto ordina che Giuliana sia tratta di carcere e sottoposta a nuovi tormenti: ella esce, tirandosi dietro il suo nemico. Questi si duole e si raccomanda: “O Giuliana, non mi rendere a questo modo ridicolo, perchè io non potrò più tentar cosa alcuna contro nessuno. Si dice pure che i cristiani sono misericordiosi; perchè non hai tu misericordia di me?„ Ma Giuliana non gli bada, lo mena in trionfo per tutto il foro, e lo getta da ultimo in una latrina. Quel forsennato del prefetto ha veduto ogni cosa e non se ne dà per inteso. Ordina che la fanciulla sia lacerata sulla ruota; ma un angelo spezza la ruota e la fanciulla torna più sana di prima. Infiniti spettatori di tanto miracolo si convertono alla fede di Cristo, e lì per lì sono decapitati cinquecento maschi e centotrenta femmine. Il prefetto fa immergere Giuliana in una caldaja piena di piombo fuso. Tornata vana anche questa prova, comanda che sia senz'altro decollata. In quel punto ricomparisce il demonio in figura di giovane, e aizza i carnefici, ricordando le offese fatte agli dei e a lui; ma Giuliana con solo aprire alquanto gli occhi lo volge in fuga. Da ultimo ella consegue la palma del martirio. Un'altra Giuliana, priora di Monte Cornelio, quando il demonio le dava troppa noja, se lo cacciava sotto ai piedi, e lo pigiava come si fa dell'uva nel tino.
Più poetico, se non più mirabile, è il caso di una santa Gertrude, non so quale delle parecchie ch'ebbero tal nome.
Qui il diavolo non è picchiato, nè legato; ma ciò ch'ei fa prova quanto potesse sopra di lui la santa. Un cavaliere s'era perdutamente innamorato della bellissima vergine, la quale, aliena da ogni amore mondano, non d'altre nozze bramosa che di quelle eterne con lo sposo celeste, s'era chiusa in un chiostro, e viveva di contemplazione e di preghiera. Non potendo altro fare, il gentil cavaliere dona tutto il suo all'ordine cui s'era ascritta Gertrude, e in ispazio di tre anni si riduce in povertà. Doglioso, non di questo, ma di non potere più oltre spendere a onore della sua dolce amica, egli va errando per la campagna, e una notte s'imbatte nel diavolo, che gli promette di farlo assai più ricco di prima, quand'egli, passati sette anni, s'impegni di dargli l'anima. Accetta l'innamorato, scrive col proprio sangue la obbligazione, e, divenuto più ricco di prima, spende e spande a onor della sua dama. Gli anni passano intanto, giunge il termine stabilito. Il cavaliere va ad accommiatarsi dalla fanciulla e le lascia intendere qual sorte l'aspetti; poi, bevuto un bicchier di vino che quella gli porge, monta a cavallo, e da uomo leale, a mezzanotte, si reca al luogo dove il terribile creditore gli diede la posta. Ma il demonio, al vederlo, è preso da gran turbamento, e restituisce, senza nulla chiedere, la scrittura: egli aveva scorta, seduta in groppa, dietro al cavaliere, la vergine Gertrude, venuta a soccorrere il suo innamorato.
Più d'una volta la naturale inimicizia che era tra diavoli e santi produsse vere sfide e veri duelli e lotte a corpo a corpo. San Vulstano se ne stava un giorno in chiesa, a pregare dinanzi all'altare. Capita quel mal consigliato del diavolo, e lo invita a lottare insieme. Il santo accetta, lo avvinghia, lo butta in terra e lo concia pel dì delle feste. Sant'Andrea di Scizia ebbe una volta una curiosa visione. Gli pareva d'essere in un circo, e che da una parte fosse una moltitudine di etiopi, cioè di diavoli, dall'altra una moltitudine d'uomini in vesti candide, cioè di cristiani. Gli etiopi discorrevano fra loro di corsa e di lotta, e sembravano pendere dal cenno di uno smisurato moro, che tutti gli avanzava in forza e statura. Dubitavano i candidi chi potesse affrontarsi con costui. Andrea lo affronta e lo vince. I candidi fanno risonare il circo di applausi, e un angelo reca in premio al vincitore tre corone. Parecchi narrano la storia di un lombardo, uomo devoto, e fornito di buone braccia, il quale desiderava ardentemente di potersi misurare col diavolo, e pregava Dio gliene facesse la grazia. Un giorno, trovandosi egli in Ispagna, ai tempi di san Vincenzo Ferrer, gli capita innanzi, in un campo, una povera vecchia, incartapecorita e sgangherata: egli crede sia il diavolo, e senza domandar altro, le salta addosso e la finisce di busse.
Chi volesse dire tutto il bene che i santi fecero, mentr'erano ancora in questo basso mondo impedendo ai diavoli di far male, avrebbe da dire per un pezzo. Infinite volte essi li forzarono a dire ciò che più quelli avrebbero voluto tacere, a confessare ogni loro secreto e ogni loro proposito, le birbonate commesse e quelle da commettere. Molti santi riconoscevano il nemico sotto qualsiasi forma gli piacesse nascondersi; altri lo sentivano all'odore come il bracco la preda. Da tutto ciò grandissimo giovamento doveva venire alla buona causa, e s'intende assai. bene come possa esser vero ciò che i biografi più avveduti affermano, cioè che in pieno secolo XV il solo che impedisse ai diavoli di mandare a soqquadro e in rovina questa sciagurata Italia fosse san Francesco da Paola.
L'uomo, anche non santo, poteva, usando armi acconce, vincere il diavolo quando questi assaliva di fuori; ma se il diavolo, simile ad un nemico che per occulte vie penetri in una fortezza, gli era entrato in corpo, il vincerlo diveniva assai più malagevole, e di solito, per forzarlo a sgombrare, era necessario, come abbiam veduto, l'altrui soccorso. Tommaso Cantipratense ricorda, gli è vero, il caso di un chierico indemoniato, il quale si liberò da sè, bruciando un eretico; ma queste erano eccezioni. Anche ammessa l'efficacia del rimedio, non sempre l'indemoniato aveva sotto mano un eretico da bruciare; e poi gli eretici li bruciavano gl'inquisitori, gelosissimi delle prerogative del loro mestiere. Di regola l'indemoniato era un uomo posto fuori di combattimento, e la battaglia si combatteva, non tra il demonio e lui, ma tra il demonio e un campione più o meno agguerrito, il quale, per di fuori, usava, con varia fortuna, varie arti di guerra. A rigor di termine l'indemoniato era un castello, entro a cui il diavolo, o i diavoli, si riparavano dagli assalitori, e spesso vittoriosamente li respingevano.