L'idea di esso sembra essere molto antica e risalire sino a Marcione, l'eresiarca del secondo secolo. In una delle già citate Visioni di san Furseo, il demonio e l'angelo non potendosi accordare sopra il possesso di un'anima, deliberano di appellarsi a Dio. A forma piena tuttavia il processo non perviene se non per opera del famoso Bartolo da Sassoferrato (1313-1357), di cui si ha in latino, un Trattato della questione ventilata innanzi al Signor Gesù Cristo, fra la Vergine Maria dall'una parte e il diavolo dall'altra. Il demonio accusa il genere umano, Maria lo difende, Cristo è giudice, Giovanni Evangelista notajo e scrivano della curia celeste. Il processo comincia con una regolare citazione, e la prima udienza è fissata, a dispetto di Satana, pel venerdì santo. Satana tenta di ricusare l'avvocata della parte avversaria per due ragioni, la prima perchè madre del giudice, la seconda perchè donna; ma non gli riesce. Invoca allora, in appoggio del suo diritto, la prescrizione, e dall'una parte e dall'altra si cita a gara con grandissimo impegno il Corpus juris. La sentenza, favorevole al genere umano e contraria al suo avversario, reca la data del 6 aprile 1311. Più altri processi consimili si hanno in latino, in italiano, in francese, in tedesco. In essi il querelante è sempre il demonio, l'accusato il genere umano, o la Vergine Maria, la quale talvolta si presenta invece come avvocata, il giudice, di solito, Cristo. Qualche altra volta l'accusato è Cristo medesimo, a cui il demonio rimprovera di avere, contro il diritto, salvato il genere umano e spogliato l'inferno. Nel Processus Luciferi di Jacopo degli Ancarani da Teramo (m. 1410), la causa va di appello in appello, giudicata prima da Salomone, poi da Giuseppe, finalmente da Geremia, Isaia, Aristotile, Augusto imperatore. Lucifero è condannato ai danni ed alle spese. Il processo si fa sempre più complicato e più lungo. Quello composto sul finire del secolo XVI dal poeta drammatico tedesco e dottore in ambe le leggi Jacopo Ayrer, conta, nella edizione del 1680, senza l'indice, 860 pagine in quarto. In tutti il demonio si mostra valentissimo legulejo, ma senza frutto. In un poemetto francese del secolo XIV, l'Advocacie Nostre Dame, egli, dopo avere addotto inutilmente in sua difesa molte e ottime ragioni, vedendo che nulla gli giovano, se ne va esclamando:
Ah! qu'est justice devenue!
Ma per lui non v'è giustizia, come non v'è misericordia. Nemmeno nel proprio suo regno, nemmeno in inferno, egli può tenersi sicuro dalle offese degli avversarli. Cristo vi discese una volta, e ne trasse tutto un popolo di anime: la Vergine, gli angeli, i santi, vi scendono ancora, come abbiam veduto, di tanto in tanto, e vi turbano gli ordini stabiliti sotto la sua signoria, concedono, senza chiedergliene licenza, alleviamento di pena e riposo ai dannati. Anzi fanno assai più: strappano i dannati all'inferno e, dopo ragionevole espiazione, o anche senza di essa, li portano in cielo a godere della beatitudine eterna. Questi casi non sono, se vogliamo, tanto frequenti, ma non sono nemmen poi tanto rari. A furia di preghiere san Gregorio Magno liberò dall'inferno l'anima di Trajano imperatore. Sant'Agostino racconta come Dinocrate fu liberato per le preghiere di sua sorella Perpetua. Santa Viborada liberò nello stesso modo un fanciullo, e sant'Odilone, abate di Cluny, rese tale servigio all'anima di Benedetto IX papa, che veramente non lo meritava. Di un certo Evervach, dannato, a cui Dio permette di tornare al mondo per farvi penitenza, narra Cesario di Heisterbach, e sono numerose le leggende in cui tale miracolo si compie per intercessione della Vergine. In un dramma, o Mistero tedesco della fine del secolo XV, si vede la stessa papessa Giovanna, di leggendaria memoria, liberata dall'inferno, e condotta in cielo, per le preghiere di Maria Vergine e di san Niccolò, e per le mani dell'arcangelo Michele, che respinge con la spada i diavoli contrastanti. Ma c'è di più. Nella Visione di un monaco Ansello (sec. X) si dice che tutti gli anni, nel giorno della Risurrezione, Cristo scende all'inferno, e libera le anime dei peccatori meno malvagi. In un favolello francese, un giullare, lasciato dai diavoli a custodia dell'inferno, giuoca le anime a dadi con san Pietro, il quale vince, e tutte le conduce in paradiso. Tra esse ci doveva essere anche l'anima di Aristotile, la quale non aveva potuto prima ottener tanta grazia. Nella Vita di san Bonifacio vescovo di Losanna (m. 1258 o 1259) si legge che questo santo aveva gran dispiacere della dannazione di Aristotile, e spesso pregava Dio perchè volesse salvarlo, finchè un giorno venne una voce dal cielo, e gli disse che ogni sua preghiera era inutile, giacchè Aristotile non aveva fondato la chiesa di Cristo, come poi fecero san Pietro e san Paolo.
Come si vede, se grande era la potenza di Satana e degli spiriti suoi, più grande era la potenza di Dio, e della Vergine, e dei santi, e degli angeli. La croce trionfava dell'inferno, era a un tempo stesso arme e simbolo di vittoria. Cristo era maggior signore di Satana, e la storia di quel buon gigante che fu san Cristoforo mette questa verità in azione. Cristoforo era un uomo di terribile aspetto, e alto dodici cubiti, cui venne in fantasia di voler servire il maggior signore che fosse nel mondo. Andò a trovare un gran re, di cui diceva la fama che fosse il più possente di tutti e il più magnifico, e si pose ai suoi servigi. Avvenne un giorno che uno di quei giullari di corte si mise a cantare una sua canzone in cui ricorreva frequente il nome del diavolo, e il re, ch'era cristiano, ogniqualvolta l'udiva pronunziare si faceva il segno della croce. Stupì Cristoforo, e ne chiese la ragione, e saputo che il re si segnava a quel modo per difendersi dal demonio, comprese questo essere maggior signore di quello, e osservando il suo proposito, subito si partì e andò in traccia del nuovo padrone. Camminando per certa solitudine, trova uno sterminato esercito, il cui capitano, fiero e terribile in vista, gli chiede ove vada e la cagion dell'andare. Io vado cercando, risponde Cristoforo, messer lo demonio, perchè voglia tormi al suo servigio. “Colui che tu cerchi sono io medesimo.„ dice il capitano, e Cristoforo, lieto dell'incontro, gli si obbliga servitore in perpetuo. Se ne vanno in compagnia, e in certa strada trovano una croce. Vedutala appena, il demonio, pien di terrore, scappa, e trascinandosi dietro il nuovo servo, passa per luoghi aspri e deserti, e solo in capo di certo tempo ritorna sulla strada di prima. Si meraviglia Cristoforo, e vuol sapere la ragione del fatto. Il diavolo, sebbene mal volentieri, gliela dice: “Sappi che un uomo, chiamato Cristo, fu appeso in croce, ed io temo assai questa croce, e fuggo quando la veggo.„ E Cristoforo: “Quel Cristo è dunque maggiore e più possente di te? Orbene, rimanti in buon'ora, perchè io voglio servire, non te, ma lui.„ Ciò detto si parte, e dopo avere a lungo chiesto e cercato di Cristo, trova un'eremita che lo istruisce nella fede cristiana, e gli fa conoscere quel padrone da cui più non si partirà.
Capitolo XIV. IL DIAVOLO RIDICOLO E IL DIAVOLO DABBENE.
Satana si mostra sotto due diversi e contrarii aspetti, di vincitore e di vinto. Vincitore, egli appare terribile, e riempie gli animi di orrore e di paura; vinto, appar soltanto vituperoso, e provoca il disprezzo ed il riso. Allora, coloro stessi che hanno tremato al suo nome, si rinfrancano, e allegramente si fanno beffe di lui. Bisogna notare ancora che, indipendentemente dalle disfatte cui soggiaceva troppo spesso, Satana, nel concetto popolare, non poteva serbare intera la terribilità sua, ma doveva assumere, in certe determinate condizioni, un carattere più mite, e starei per dire più umano. Il popolo, tratto dall'indole del suo pensiero, e più da un bisogno dell'anima, ha sempre famigliarizzato, più o meno, i suoi numi. Le plebi cristiane fecero scendere di cielo in terra, andar gironi pel mondo, entrare nelle case degli uomini, assidersi alle lor mense, attendere a mille svariate faccende, non pure gli angeli e i santi e la stessa Vergine Maria, ma ancora Gesù Cristo e Dio Padre. Come non avrebbero esse dato talvolta un consimile carattere di famigliarità al diavolo, a quel diavolo che essi credevano fosse continuamente in mezzo a loro, e il cui nome ricorreva così frequente nei loro discorsi? In un grandissimo numero di credenze e di fiabe popolari noi vediamo comparire un diavolo profondamente diverso da quello dei teologi e delle leggende ascetiche, un diavolo che ha figura e indole d'uomo, ha una casa come hanno gli uomini, faccende e brighe quali potrebbe avere un agricoltore o un artigiano; un diavolo che mangia, bee e veste panni, è qualche volta indebitato, qualche altra ammalato, e nulla più, o ben poco, serba di diabolico. Questo diavolo ammansato non si chiama più con nomi solenni o terribili, ma con nomi umili, ridicoli gli uni, quasi carezzevoli gli altri: Farfanicchio, Fistolo, Berlic, Farfarello, Tentennino, Culicchia, Ticchi-Tacchi in Italia; Old Nick, Gooseberry in Inghilterra; Don Martin o Martin Piñol in Ispagna, e così via.
Durante tutto il medio evo l'aspetto sotto cui si rappresenta il diavolo, se ha del terribile, ha più del ridicolo. Veggasi come, non immaginando di suo capo, ma seguitando la tradizione, Teofilo Folengo dipinge il diavolo Rubicano nella decimottava maccheronea del Baldo: