Imbrattat, quo testa canis stat ficca tesini,

Quæ semper bau bau faciens sua labra biassat.

Vergognosa caput serpentis pars sua vibrat

Sibila, sed retro dependet cauda leonis.

Gambæ subtiles pedibus gestantur ochinis,

Undique sulphureum da corpore mittit odorem.

Baldo e i compagni, vedendo gli scambietti e sberleffi suoi, schiattano dal ridere.

Nè i demonii son sempre torvi e dispettosi; anzi ridono volentieri fra loro, e talvolta eccitano al riso gli uomini, con lazzi e capestrerie da buffoni. Un sant'uomo, ricordato da san Gerolamo, vide un giorno un diavolo che sgangheratamente rideva. Chiestagliene la cagione, quegli rispose che un suo compagno diavolo, il quale stava seduto sullo strascico di una donna, era tombolato per terra nel momento che, dovendo passare un luogo fangoso, la donna s'era tirata su la veste. San Caradoc, essendosi un giorno stancato a lavorare, si tolse la cintura e la tonaca e le gettò in un canto. Venne il diavolo furtivamente e tolse la cintura con la borsa che v'era appesa. Andato il santo per riprenderle, non le trovò, e vide poco lungi il demonio che ruzzava allegramente.

Il diavolo ridicolo è anche un diavolo rimminchionito, al quale si possono dare ad intendere le più gran panzane di questo mondo, che si lascia abbindolare da false promesse, non vede i tranelli che gli si tendono, e dà spesse volte prova della più strana e più supina ignoranza. D'ingannatore, egli si tramuta in ingannato, e dove soleva guadagnare, perde. Il primo e maggiore inganno gli è fatto da Dio. Secondo alcuni Padri, l'opera della redenzione non fu se non una divina e solenne frode ordita ai danni del nemico, il quale fu preso come un pesce all'amo, con l'esca della croce. Il diavolo s'immaginò di potere aver l'anima di Cristo in cambio delle anime degli uomini, e perdette queste, senza potere guadagnar quella. In più di una novellina popolare si vede Dio ingannare il demonio con promesse e concessioni di cui questi non può in nessun modo giovarsi.

Così ancora lo ingannano i santi e gli uomini comuni. Un giorno, in una caverna, Virgilio mago trova un demonio, il quale per arte di negromanzia era stato chiuso in un foro suggellato. Il demonio prega il poeta di liberarlo da quell'angustia, e il poeta acconsente, a patto ch'ei gli insegni la magia. Tolto il suggello, il demonio esce fuori, e mantien la promessa; ma allora Virgilio mostra di dubitare ch'ei potesse capir veramente in così angusta prigione. Il demonio, per farnelo certo, ci si raccoglie novamente dentro, e Virgilio, chiuso il foro come prima, se ne va pei fatti suoi. Press'a poco allo stesso modo, Paracelso trasse fuor da un abete un diavolo, e poi ve lo fece rientrare, dopo avere ottenuto da lui una medicina che sanava tutti i mali, e una tintura che mutava ogni cosa in oro.