Ma bene è grosso e grande di malizia;

A la taverna, dove è miglior vino,

O del gioco e bagascie la divizia.

Nel fumo de l'arrosto fa dimora,

E qua, tentando ciaschedun, lavora.

Alla stessa famiglia appartengono i diavoli che Lorenzo Lippi introdusse nel suo Malmantile.


La derisione che colpiva il diavolo doveva, o prima o poi, naturalmente, colpire anche certe cose che si supponeva avessero stretta attinenza con lui, fossero da lui favorite e promosse: la magia e le strane sue pratiche. E questa derisione comincia appunto a farsi sentire quando cominciano a imperversare i processi contro le streghe. Nessuno la fece sonar più alto di Teofilo Folengo, l'arguto, immaginoso e festevole autore del Baldo, il principe dei maccheronici (1496-1544). Nella maccheronea VII di questo poema egli si burla dei domenicani, cui era affidata la inquisizione, e dice essere loro officio porre le streghe a cavallo degli asini,

Officiumque gerunt asinis imponere stryas.

Nella maccheronea XXI descrive in modo oltre ogni dire ridicolo l'officina, la scuola, il lupanare delle streghe, nel regno di Culfora, e si scusa di non dire tutto ciò che sa, trattenuto dalla paura degl'inquisitori, i quali potrebbero giudicarlo degno della mitera e del rogo. In una scena della sua Cortegiana, Pietro Aretino introduce l'Alvigia a piangere la morte della maestra sua, una vecchia strega che l'Inquisizione fa abbruciare; che era tenuta “una Salamona, una Sibilla, una Cronica da sbirri, da osti, da facchini, da cuochi, da frati e da tutto il mondo;„ che osservava tutte le vigilie, e che a lei, sua scolara, lascia tutte le sue masserizie e le cose del mestiere: un'ampolla piena di lagrime d'amanti, carta non nata, orazioni da far dormire, ricette da far ringiovanire, un diavolo chiuso in un orinale, ecc. ecc. In una scena della Spiritata del Lasca dice il Trafela: “Come altri s'intabacca e comincia punto a credere a malie e streghe, agli spiriti e agl'incanti, si può dir ch'ei sia l'oca;„ e spesso i negromanti e le operazioni magiche sono argomento di celia nelle commedie e nelle novelle nostre del Cinquecento.