Sant'Ipazio domandò una volta a un diavolo perchè non si pentisse, mentre, pentendosi, avrebbe potuto ottenere facilmente perdono: il diavolo ch'era dei più protervi, non volle riconoscersi peccatore. Era questo, come ognun vede, un assai cattivo principio, perchè la prima cosa che il peccatore ha da fare è di riconoscere d'aver peccato, e pentirsi. In un contrasto italiano fra Cristo e Satana, questi si lagna dei Redentore, che amò l'uomo, creatura vile, più di lui, creatura angelica, e l'uomo redense, lasciando lui in disperata miseria. Cristo gli dice: “Se io non t'ajuto, questa sì è la casgione che tu medesmo non ti vuoli ajutare. Perciò ajuto l'omo ch'elli medesmo s'ajuta. Così salverei io tei come lui, se tu ti vollessi ajutare pentendoti et adorandomi et dimandandomi misericordia et dicendo tua colpa et adorandomi come singnore.„ Ma Satana risponde orgogliosamente: “Io mi pento ch'io caddi di cielo; ma non perchè io ti vogla adorare, nè dire mia colpa. Innansi vorrei andare in profondo di inferno, in cento milia cutanta pena ch'io sia, non ch'io ti volesse adorare.„

Tristo diavolo anche questo! altri di miglior indole pensarono sul serio a convertirsi, e giunsero sino a volersi confessare. Che i diavoli si confessino è caso raro; assai più frequente invece che facciano essi da confessori, e allora bisogna guardarsi bene e raccomandarsi a Dio, perchè, ad ogni peccato che odono recitare, per quanto brutto e grave esso sia, hanno in uso di dire: “Non è nulla ciò; non v'è male alcuno; non vi badate.„ Pure qualcuno se ne confessò; al qual proposito è da ricordare che spesse volte diavoli cicaloni, fecero, non chiesti, conoscere ad uomini di santa vita, le arti loro più nascoste e più frodolenti, e Pietro il Venerabile s'ingegna di spiegare perchè essi, pur tanto astuti, facciano ciò. Il solito Cesario racconta che un diavolo s'andò un giorno a confessare, sperando perdono. Il confessore, prete caritatevole e discreto, non gl'impose altra penitenza se non d'inginocchiarsi ogni giorno tre volte, e dire con animo contrito: Signore Iddio, mio creatore, ho peccato, perdonami. Ma il diavolo, ch'era pur sempre un diavolo, la trovò troppo aspra al suo orgoglio, e non se ne fece altro. Guglielmo di Wadington, già ricordato altra volta, autore di un Manuale dei peccati, racconta la storia di un altro diavolo, che vedendo i meravigliosi effetti della confessione, e come molti si salvassero per essa, volle una volta confessarsi, e andò a recitare a un sant'uomo la sterminata e spaventosa lista de' suoi peccati; ma senza effetto, perchè rifiutò di far penitenza. Altri sacramenti dovevano riuscir men gravi ai maledetti superbi. Dal famoso processo di Mora in Isvezia, nel 1669, venne fuori, insieme con altre moltissime cose, che nei consueti ritrovi delle streghe il diavolo chiamava un prete e si faceva battezzare.

Nell'immortale poema del Milton, Satana, sopraffatto dall'orrore della miseria in cui è precipitato, e più dall'orror di sè stesso, rimpiange il commesso peccato, il paradiso per sempre perduto; ma sente di non poter chiedere nè ottenere perdono, e, disperato, prorompe in queste terribili parole:

Or bene, addio, speranze!...

Ecco in vece di noi, dannati, espulsi,

L'uom, sua gioja, ha creato, e questo mondo

Tutto per lui. Speranze, or dunque addio!

Addio paure! addio rimorsi! Il bene

Morto al tutto è per me. Sii tu, tu solo

Ora, o male, il mio ben: per te diviso