Non creder nello inferno anche fra noi
Gentilezza non sia;
e Rinaldo, che del suo partire si duole, quanto fussi fratello, afferma di credere che sia in inferno,
Gentilezza, amicizia e cortesia;
invita lui, e Farfarello, e Squarciaferro ancora, fatto di nemico amico, a venirlo a vedere, e prega Dio che perdoni loro.
Il diavolo zoppo del Guevara e del Lesage è, esso pure, un buon diavolo.
Fu notato che nel diavolo bonario e servizievole riappajono alcuni caratteri proprii di esseri mitologici benigni, come gnomi, elfi, silfi; ma il concetto di un diavolo così fatto, anzi di un diavolo che potesse ravvedersi e redimersi, doveva sorgere spontaneamente negli animi, senza bisogno di suggestioni derivate di lontano.
Nel secondo e nel terzo secolo dopo Cristo, Giustino, Clemente Alessandrino e il grande Origene ammisero come possibile, o a dirittura come necessario, il ravvedimento del diavolo; Didimo di Alessandria e Gregorio di Nissa professarono nel IV la stessa opinione. Ma la opinione contraria, che cioè il diavolo non potesse pentirsi, e che la dannazione sua fosse eterna e irreparabile, prevalse, e dal sesto secolo in poi fu considerata come la sola ortodossa. Nel medio evo la eretica dottrina non è più sostenuta che da Scoto Erigena, e sant'Anselmo la combatte ad oltranza; san Tommaso, lume della teologia, nega recisamente che il diavolo possa diventar migliore. Nella Vita di san Martino, scritta da Venanzio Fortunato nel sesto secolo, si dice che il diavolo, se potesse pentirsi, sarebbe salvo; ma ciò che si negava appunto era la possibilità del pentimento in lui, e per negare quella possibilità, senza da altra banda negare il libero arbitrio, il quale era in lui non meno che negli uomini, si annaspavano strane e sottili dottrine; si diceva, per esempio, che il diavolo non poteva fare penitenza, per non essere in lui che una sola natura, la spirituale, mentre l'uomo, in virtù della penitenza, ascendeva da carne a spirito. Ma i teologi di professione avevano un bell'annaspare e un bell'arzigogolare; il popolo, il quale sente assai più che non ragioni, non riuscì mai a capacitarsi interamente di quella malvagità non necessaria, e pure irrimediabile del diavolo; ammise, se non altro, in più di un demonio, il desiderio di far penitenza; e se l'avessero lasciato fare, qualcuno in cielo ne avrebbe portato di certo. Ebrei e maomettani furono in ciò più larghi di manica che non i cristiani. Fu opinione dei rabbini, che come l'inferno un giorno sarà purificato e santificato, così i demonii saranno convertiti novamente in angeli; e di demonii convertiti si parla nel Corano.
Desiderio del cielo perduto, e pentimento della stolta ribellione mostrarono in varii tempi più diavoli. Di uno, assai degno di compassione, racconta l'inesaurabile Cesario: in un vecchio poema inglese, The develis parlament or parlamentum of feendis, diavolo si oppone a Cristo venuto a liberare le anime dell'inferno, e non potendogli contrastare, chiede di essere liberato con loro. Da questo desiderio di redenzione poteva nascere la volontà di adoperare i mezzi che conducevano a redenzione: si capisce per altro come quei mezzi dovessero riuscire alquanto ostici a diavoli di professione, e come, fattone il saggio, questi smettessero e si tirassero indietro.