[438]. Vedi più sopra la nota 102 al cap. III.
[439]. Orl. Fur., c. XXXIV, st. 48 sgg.
[440]. Basterà accennare che il gesuita Tommaso Ceva (1638-1737) in quel suo ridicolo, e già tanto lodato poema che s'intitola Puer Jesus, narra un'andata di Maria Vergine al Paradiso terrestre. Chi vuol saperne altro, vada e vegga da sè, chè io non mi curo di fame più parole. Qui ricorderò ancora un pajo di racconti che hanno parecchia somiglianza con quelli in cui si narrano viaggi al Paradiso terrestre. Il primo si legge in un opuscolo intitolato: Avviso, | O Lettera Curiosissima, | del Nuovo Felice, | Fortunato, e stupendo camino, | Di Don Eliseo da Sarbanga Paleologo | Armeno, | ecc. In Viterbo, & poi in Bologna, per Bartolomeo Cocchi, 1609. Don Eliseo guidato da una iscrizione di Alessandro Magno, giunge, dopo lungo viaggio, attraverso a un meato sotterraneo, agli antipodi. Quivi trova terra azzurra e trasparente, erbe, fronde di alberi, spiche, tutte color d'oro, frutti che mostrano impressa l'effigie umana, altr'erbe, segnate di caratteri ebraici, fiumi argentei ed aurei, animali di pelle ignuda. In quel felice paese la terra non chiede d'essere coltivata, ma tutto produce spontaneamente, e mai non vi piove. Il fuoco è bianco, ed evvi un'erba, che cibata una volta sola, sostenta l'uomo per venti giorni, durante i quali non lascia più sentire nè fame nè sete. Gli abitanti usano di una infusione d'oro per ringiovanire, e cresciuti che sieno interamente, non passano tre palmi d'altezza. In un monte sono alcune statue d'oro, sull'una delle quali è scritto: Alexander Macedo. La lettera si dà come tradotta dall'armeno in greco e dal greco in italiano. La sostanza di essa è recata, con alcuna mutazione, in quello spaventoso zibaldone che è il Condottiere de' predicatori per tutte le scienze, del padre Maurizio di Gregorio, siciliano, ediz. di Venezia, 1627, incredibilmente spropositata, pp. 328-35, ed anche nel breve Trattato del Paradiso terrestre, dove si vedono diverse opinioni circa tal oggetto, varietà di fiumi mal'intesi dal volgo, curiose historie, e prove infallibili, che si dà questo ameno giardino, e ch'al presente si ritrovi nel mondo, ma incognito a noi per li peccati nostri, opera lacrimabile del padre D. Cosimo Giovannelli da Lucca, canonico regolare Lateranense, Lucca, 1676, pp. 27-31. Questo buon uomo narra pure (pp. 21-2), traendola da certo Romanzo, che io non so dire qual sia, la storia di un cavaliere, che dopo molte battaglie e vittorie, soggiogate innumerevoli province, giunse all'ultimo Oriente, dove trovò un magnifico palazzo, tutto formato di pietre preziose, cinto da un profondo fiume, e non vedendo porta, e chiamando gente, gli fu detto da un venerando vecchio, il quale s'affacciò a un balcone, che quello era il Paradiso terrestre, e non si poteva andar più innanzi. Il cavaliere tornò su' suoi passi, dopo aver ricevuta dal vecchio una palla di cristallo, che aveva dentro l'immagine d'una colonna d'oro, sormontata da una corona cadente, e fiancheggiata da due leoni; e seppe poi da un eremita ch'era quello un simbolo e un segno della sua prossima fine. Quest'avventura ricorda, come si vede, quella narrata di Alessandro Magno. Lo stesso buon uomo ricorda il caso di un tale che stette lung'anni alla porta del Paradiso, picchiando, pregando e piangendo, e dice che tale caso si narra nella leggenda di Santo Amato (p. 22). Di santi di questo nome ce ne furono parecchi; ma in nessuna delle vite loro che potei consultare mi venne fatto di trovar traccia di tale leggenda.
APPENDICI
APPENDICE I TESTI VARII CONTENENTI DESCRIZIONI DEL PARADISO TERRESTRE[441].
1. Tertulliano, De judicio Domini, cap. VIII.
Est locus Eois Domino dilectus in oris,
Lux ubi clara, nitens, spiratque salubrior aura,
Aeternusque dies, atque immutabile tempus;
Est secreta Deo regio, ditissima campis,