era immune dalla morte e dai morbi, non solo perchè il santo luogo non poteva, per sua natura, essere contaminato da nessuna delle miserie di quaggiù, le quali furono il tristo retaggio della colpa; ma ancora perchè accoglieva in se stesso, come ora vedremo, più cose le quali avevano virtù di combatterle e di tenerle lontane.
Degl'infiniti alberi d'ogni specie, che dovevano empiere il giardino dell'Eden, la Genesi ne nomina più particolarmente due: l'albero della vita e l'albero della scienza del bene e del male, concesso quello, vietato questo ai due primi parenti. Il linguaggio del libro sacro è del resto un po' ambiguo, perchè ora pare vi si parli di due alberi diversi, e ora di uno solo, il che è da ascrivere certamente alla imperfetta corrispondenza e alla poca fusione dei due racconti onde il libro stesso fu composto. Vi è poi anche ricordato il fico, delle cui foglie Adamo ed Eva copersero la lor nudità. Non parlo del bedolach, intorno alla cui natura fu tanto disputato.
La stretta affinità che gli alberi paradisiaci della vita e della scienza hanno con alberi meravigliosi di altre mitologie, col soma degl'indiani, con l'haoma degl'Irani, con l'albero delle tradizioni caldeo-assire, con l'albero della immortalità, che insieme con altri alberi meravigliosi sorge nel Kuen-lun dei Cinesi, con quello che, tutto splendente di poma d'oro, era custodito gelosamente nell'Orto delle Esperidi, fu notata da un pezzo, nè io intendo di farne qui particolare discorso[88].
Molto fu immaginato e disputato circa la specie e la natura dei due alberi della vita e della scienza, e più specialmente del secondo. Dall'uno o dall'altro si fece derivare, in una leggenda celebre di cui avrò a parlare in luogo più acconcio, il legno onde fu formata la croce; e il primo diede argomento anche a un'altra leggenda, assai strana, ove si narra che mille anni dopo il peccato dei primi parenti, Dio trapiantò l'albero della vita nell'orto di Abramo; che una figliuola di Abramo ingravidò respirando il profumo dei fiori dell'albero, e diede alla luce un fanciullo, il quale si chiamò Fanuel; e che costui, avendo forbito sulla propria coscia il coltello con cui aveva tagliato uno dei frutti dell'albero, vide la coscia gonfiarsi e mettere al mondo, a tempo debito, una bambina che fu Sant'Anna, madre della Vergine Maria[89].
Nel Testamento d'Adamo Seth domanda che albero fosse quello del cui frutto mangiarono i suoi genitori, e Adamo risponde che era un fico. Isidoro Pelusiota, morto circa il 450, dice che, secondo l'antica opinione, l'albero che condusse a peccare i primi parenti fu un fico, e un fico si vede talvolta rappresentato nei monumenti della primitiva arte cristiana[90]. Un fico lo dissero pure alcuni rabbini; ma altri rabbini, seguiti in ciò dai Bogomili, pensarono che dovesse essere la vigna (la quale fu, per contro, dai Mandaiti considerata pianta di vita) oppure il grano[91]. Nel Libro d'Enoch, il profeta, seguitando una sua fantasiosa peregrinazione, giunge al giardino di giustizia, e vi trova, fra altri alberi, l'albero della scienza, il quale somiglia al tamarindo, ha i frutti simili a grappoli d'uva, e spande intorno un profumo balsamico[92]. Secondo una opinione molto diffusa tra i musulmani il frutto vietato era, come per alcuni rabbini, il grano[93]. Felice Faber afferma che tutti gli Orientali credevano l'albero fatale essere il musa (banano, fico del Paradiso), e dice che il frutto mostra, quando è intero, la traccia di un doppio morso, e quando è tagliato a mo' del rafano, il segno della croce, con una oscura immagine del crocifisso, in ogni fetta che se ne leva[94]. Felice scriveva verso la fine del secolo XV; ma molti prima di lui avevano parlato del musa, e de' suoi frutti, chiamati anche pomi del Paradiso (arbor Adae, poma Adae). Giacomo da Vitry e Giacomo di Maerlant, nel suo poema Der naturen bloeme, e Thietmar, e, in generale, tutti i peregrinatori di Terra Santa, ne fanno ricordo, notando più di proposito la particolarità di quel morso, che pareva attestare in modo irrefragabile l'origine della pianta e la parte da essa avuta negli umani destini. Burcardo di Monte Sion descrive abbastanza minutamente la pianta e i suoi frutti, ma nulla dice nè del morso, nè del segno di croce[95]. Giovanni de' Marignolli per contro sa che delle foglie del musa, le quali sono assai grandi, si coprirono, dopo il peccato, i primi parenti, e che tagliando per traverso il frutto si vede in ciascuna metà l'immagine di un uomo crocifisso[96]. Comunque sia, si credeva universalmente che il pomo vietato, e gli altri frutti del Paradiso, fossero di così grato odore e di così squisito sapore da vincere di gran lunga quanti ne nascono in terra. San Giovanni, Enoch ed Elia ne dànno alcuni ad Astolfo
Di tal sapor, ch'a suo giudicio, sanza
Scusa non sono i duo primi parenti,
Se per quei fûr sì poco ubbidienti[97].
Ma si sa che il mal desiderato frutto restò nella strozza ad Adamo, e formò quello che appunto si chiama dal volgo il pomo d'Adamo, e dai dotti cartilagine tiroidea. Dio, «perciò che l'uomo sapesse che tutte le schiatte doveano essere colpevoli di questo peccato, fece rimanere lo nodo che àe la gola», si legge nel Libro di Sidrach[98]; e più esplicitamente nei Fioretti della Bibbia: «Et quando Adamo mangiò del pome, avengnia che buono gli parve al ghusto, sì gli ricordò del comandamento che iddio gli avea fatto, et puosesi allora la mano alla ghola, e ristrinse la volontae e fu pentuto, et per questo si dice che gli uomeni anno uno nodo nella ghola e le femmine no»[99].
Tutti, o quasi tutti coloro che poterono penetrare nel Paradiso terrestre, videro l'albero che aveva dato materia al peccato, spoglio delle sue fronde e inaridito. Le leggende che io riferirò nel capitolo IV cel proveranno. Nel Combattimento d'Adamo è detto che Dio stesso disseccò, dopo il peccato, la pianta; e disseccata prima, poi rinnovellata di novella fronda, la vide Dante: