[445]. Il ms.: Droit en terrestre iras em Paradis. Qui, e in alcun altro luogo, mi giovo di correzioni suggerite da G. Paris in una notizia che del mio primo opuscolo sulla leggenda del Paradiso terrestre egli diede nella Romania, anno VIII, 18-19, pp. 129-30.
[446]. L'immaginazione dantesca di porre il Purgatorio quasi a custodia del Paradiso terrestre, e di far purificare attraverso il primo chi vuol salire al secondo, ha qui un riscontro notabile, che non è il solo.
[447]. Tutta questa finzione, che potrebbe parere una pura e semplice stravaganza del poeta, si conforma alla dottrina di alcuni Padri, che insegnarono la passione di Cristo essere stata come una soddisfazione giuridica e una indennità conceduta da Dio a Satana in risarcimento del torto e del danno fattogli riscattando l'uomo. V. Ireneo, Adversus haereses, III, 18, 7; V, 21, 3; Origene, Epist. ad Rom., 2, 13, e altri. Il sacrificio di Cristo è considerato piuttosto come atto di giustizia che come atto di misericordia anche nel famoso Plait de Paradis, che in più forme si trova come componimento a sè, o introdotto in misteri e sacre rappresentazioni.
[448]. Questa descrizione discorda assai da tutte l'altre, dove il Paradiso serba intero, o quasi, il suo primitivo e naturale splendore.
[449]. Il poeta ignora, o altera deliberatamente, il mito della fenice, ancor vivo a' suoi tempi.
APPENDICE III. IL PAESE DI CUCCAGNA E I PARADISI ARTIFICIALI.
La immaginazione del Paradiso terrestre, e le altre consimili, hanno stretta relazione con quella del Paese di Cuccagna, o come altrimenti si chiami la terra beata che nelle tradizioni orali e nelle letterature di buona parte d'Europa ebbe quel nome. Tale relazione non è, come fu troppo leggermente asserito, quella proprio che passa tra la parodia e la cosa parodiata; giacchè se la parodia fa capolino talvolta nelle allegre descrizioni del Paese di Cuccagna, non però si può dire sia quella che consuetamente ne suscita negli spiriti e ne promuove la immaginazione. Entrambe le immaginazioni piuttosto traggono l'origine da un principio medesimo, da uno stesso desiderio e da uno stesso sogno di felicità, i quali, se variano quanto a certe parvenze e a certi caratteri, nella sostanza rimangono pur sempre invariati. Il Paradiso terrestre e la Cuccagna sono due termini diversi, ma non contraddittorii, a cui riesce lo stesso pensiero, secondo l'affetto che lo muove, e in conformità della mente entro la quale si muove[450]. Del resto, tra le due immaginazioni non c'è una separazione costante e sicura, anzi si passa per gradi dall'una all'altra: il Paradiso è talvolta poco più nobile e poco più spirituale del Paese di Cuccagna, e talvolta il Paese di Cuccagna, idealizzandosi alquanto, diventa un Paradiso. Sarebbe forse difficile dire se l'uno o l'altro sia il luogo di beatitudine promesso da Maometto a' suoi seguaci. I paradisi delle religioni inferiori sono veri Paesi di Cuccagna, e poco mancò che tal Paese non diventasse talvolta anche il Paradiso cristiano, sia terrestre, sia celeste.
I Greci, ch'ebbero la finzione dell'età dell'oro e dei Campi Elisi, ebbero anche quella di una terra felice, la quale mostra con la Cuccagna grandissima somiglianza. Tale finzione sembra sia stata assai popolare ed ebbe talvolta, ma non sempre, carattere e intenzione di parodia. Ateneo ricorda nel sesto libro de' suoi Δειπνοσοφισταί sette poeti comici che la introdussero in loro commedie[451]. La città degli uccelli, nella commedia di Aristofane, abbonda di ricchezze e di letizia. I racconti meravigliosi concernenti l'India e l'Etiopia indussero taluno a porre in quelle remote regioni la terra sognata[452], mentre certa comica bizzarria d'umore e certo gusto del paradossale, non disgiunti talvolta da intenzione satirica, indussero altri a fare della descrizione di quella terra un tessuto risibile d'ingegnose fanfaluche e di argute panzane. Con la lepidezza che gli si appartiene Luciano descrive nella Vera Istoria la città dei beati, la quale è tutta d'oro, con le porte di cinnamomo, il suolo d'avorio, i templi di berillo, gli altari d'ametista. Cinge la città un fiume d'ottimo unguento, largo cento cubiti, profondo cinquanta. Le terme sono grandi palazzi di cristallo, dove, in luogo di acqua, si adopera rugiada riscaldata. Quivi non è mai notte, nè dì, ma un lume mitissimo, quale si ha il mattino, prima del levare del sole; nè altra stagione vi si conosce che la primavera, nè altro vento che il zeffiro. Abbondano in quella terra piante bellissime d'ogni qualità e che mai non cessano di far frutto. Le viti si coprono di grappoli dodici volte l'anno; le spiche del grano, in luogo di chicchi, recan pani. Intorno alla città sono trecentosessantacinque fontane d'acqua, altrettante di miele, cinquecento di varii unguenti, ma più piccole, sette fiumi di latte, otto di vino. L'Elisio è un campo bellissimo, cinto da una selva di grandi alberi vitrei, che recan per frutti coppe di varie forme e grandezze. Chi vuol bere non ha che a spiccarne una, la quale tosto si colma di vino. Dense nubi assorbono dalle fontane e dal fiume gli unguenti, e premute da lievi aure, li riversano in rugiada[453]. Altrove Luciano parla di un'isola di formaggio, che sorge in un mare di latte, coperta di viti che dànno latte[454], e nei Saturnali introduce Saturno a fare una comica descrizione della felicità de' suoi tempi. In un trattatello, greco in origine, tradotto in latino nel secolo IV, e intitolato Expositio totius mundi, si descrive un paese, dove un popolo felice, ignaro dei morbi, si ciba di miele e di pani che cadono dal cielo[455].
La finzione fu certamente nota anche ai Latini, sebbene nella loro letteratura non si trovi ricordata in modo esplicito. Il valoroso Terapontigono Platagidoro del Curculio di Plauto, conquistò, fra molt'altre, anche le terre di Peredia e di Perbibesia.
Nel medio evo la finzione riappare assai per tempo, e acquista di poi favore grandissimo. La troviamo la prima volta in quel poemetto latino di Unibos, che un chierico franco d'ignoto nome compose nel secolo X. Il contadino Unibos, di cui si narrano quivi le astuzie e gl'inganni, dà ad intendere a tre suoi persecutori che in fondo al mare è un regno felicissimo, e così li induce a precipitarvisi e si libera di loro[456]. Qui si ha appena un cenno fuggevole del paese felice; ma si può credere che in alcune almeno delle versioni del racconto, che già sin da allora dovevano correre tra i volghi d'Europa, si avesse di esso una descrizione più particolareggiata, e meglio acconcia ad accendere la fantasia e sollecitare il desiderio di coloro cui si supponeva fatto l'inganno. Tale sarà stato il caso per taluno almeno dei racconti orientali da cui probabilmente traggono la prima origine i racconti largamente diffusi in Occidente[457], e tale è infatti per parecchi di questi[458]. Nei romanzi persiani è spesso ricordo di un paese di Sciadukiam, che non è punto diverso dal Paese di Cuccagna[459].