[480]. Il Barbier, Dictionnaire des ouvrages anonymes, 3ª ediz., vol. I, s. t. Adam et Eve, lo attribuisce al Voltaire, ma basta leggerne una pagina per vedere quanto tale attribuzione sia improbabile.

[481]. Lenormant, Essai de commentaire des fragments cosmogoniques de Bérose, p. 300.

[482]. Lo descrissero Marco Polo e il Mandeville. Per altre descrizioni vedi The book of Ser Marco Polo, newly translated and edited by H. Yule, Londra, 1871, vol. I, p. 136.

[483]. Notices et extraits des manuscrits, vol. II, p. 140.

[484]. Notices et extraits, vol. XIX, parte 1ª pp. 23-4. Ne parla anche Taberi, in principio della sua Cronica. Di una specie di Paradiso, costruito da un ricco uomo, fa ricordo il Mandeville, forse ripetendo quella stessa tradizione.

[485]. Parte I, cap. 65.

IL RIPOSO DEI DANNATI

Ciò che fa maggiore impressione sull'animo di un lettore moderno della Visio Pauli, non è la descrizione degli orrori e dei tormenti infernali, nè la descrizione, assai più sbiadita, degli splendori e dei gaudii celesti, in quella unica redazione che la contiene[486]; ma bensì la parte del racconto in cui si narra della sospensione di pena conceduta ai dannati, nell'abisso d'inferno. Guidato dall'arcangelo Michele, San Paolo ha tutto percorso il doloroso regno, ha veduto i varii ordini di peccatori e gli aspri castighi a cui li assoggetta la divina giustizia, ha versato a quella vista lacrime di pietà e di dolore. Egli sta per togliersi all'orror delle tenebre, quando i dannati gridano ad una voce: «O Michele, o Paolo, movetevi a compassione di noi; pregate per noi il Redentore!» E l'arcangelo a loro: «Piangete tutti, ed io piangerò con voi, e con me piangeranno Paolo e i cori degli angeli: chi sa che Dio non v'usi misericordia». E i dannati gridano: «Miserere di noi, figliuolo di David!» ed ecco scende dal cielo Cristo incoronato, e rinfaccia ai reprobi la malvagità loro, e ricorda il sangue inutilmente versato per essi. Ma Michele e Paolo e migliaja di migliaja di angioli s'inginocchiano dinanzi al figliuol di Dio, e chiedono misericordia, e Gesù mosso a pietà, concede alle anime tutte che sono in Inferno tanta grazia che abbiano requie, e sieno senza tormento alcuno, dall'ora nona del sabato all'ora prima del lunedì[487].

Questa poetica finzione, impregnata di un così ardente alito di umanità, è, a parer mio, la più bella e la più nobile di quante se ne trovino nelle Visioni anteriori alla Divina Commedia; e poichè la Visione che la contiene è una delle più celebri e più diffuse nel medio evo, e ce n'ha, insieme con altre versioni volgari, anche qualche versione italiana[488]; e poichè gli è assai probabile che Dante questa Visione l'abbia conosciuta, non sarà, credo, senza qualche utilità discorrere di essa finzione, e delle ragioni ed origini sue, le quali son molto più antiche e più generali di quanto si potrebbe alla bella prima immaginare. Ciò mi porgerà pure occasione e modo di fare alcune osservazioni sopra l'Inferno dantesco.

Della eternità delle pene infernali la Chiesa cattolica fece, come tutti sanno, un dogma. Non solo i tormenti dei dannati non avranno mai fine, ma non avranno mai neanche mitigazione: anzi, dopo il giudizio universale, e dopo che alle anime saranno restituiti i corpi, si faranno più atroci di prima[489]. Non indaghiamo se nelle parole dei profeti e negli evangeli il dogma abbia sicuro fondamento, o se ve l'abbia l'opinione contraria, che la Chiesa condanna; non discutiamo gli argomenti addotti e contrapposti dai sostenitori dell'una e dell'altra credenza: l'officio nostro non è di esegeti, e tanto men di polemici; l'officio nostro è di storici, e un tantino anche di psicologi, desiderosi di darsi conto di un motivo religioso, che diventa, in un particolar genere di letteratura, anche motivo poetico[490].