Riprendiamo la enumerazione delle immaginazioni e delle leggende in cui è in vario modo espressa la credenza che le pene dei dannati possano essere alcuna volta mitigate o sospese.

San Pier Damiano (988-1072) racconta quanto segue: «Non mi par da tacere ciò ch'io appresi dall'arcivescovo Umberto, uomo di somma autorità. Tornando egli dai confini di Puglia, asseriva essere nel territorio di Pozzuoli un promontorio sassoso e ronchioso, sorgente di mezzo ad acque negre e puzzolenti. Fuor da quell'acque vaporanti si vedono repentinamente sorgere, per consueta usanza, uccelli di spaventevole aspetto, i quali, dall'ora vespertina del sabato sino al nascer del sole del lunedì, son soliti mostrarsi alla vista degli uomini. Durante quel conceduto spazio di tempo si vedono vagare liberamente in qua e in là per il monte, come prosciolti d'ogni vincolo. Spandono l'ali, si ravviano col becco le penne, e per quanto è dato d'intendere si rifanno nella tranquillità del refrigerio che per un tempo è loro largito. Questi uccelli non sono mai veduti cibarsi, nè si possono prendere, per nessun'arte che s'usi. Come schiara l'ora matutina del lunedì, ecco che un corvo, grande quanto un avvoltojo, si mette lor dietro, gravemente gracchiando dalla concava gorga. Quegli incontanente si sommergono nell'acque e si nascondono, nè più si lascian vedere, sino a che all'imbrunire del sabato novamente si levano dalla voragine dello stagno sulfureo. Però vogliono alcuni che sieno essi anime d'uomini dannati alle vendicatrici pene dell'Inferno, le quali anime, tormentate tutti gli altri giorni della settimana, abbiano, a gloria della risurrezione di Cristo, refrigerio la domenica e l'una e l'altra notte tra cui quella è compresa[510].

San Pier Damiano ricorda, a questo proposito i versi di Prudenzio, riferiti qui sopra, e dice che Desiderio, abate di Montecassino, sopraggiunto quando egli aveva scritto il racconto di Umberto, negò recisamente la cosa, mentre da canto suo Umberto disse di non affermarla come vera, ma d'averla solamente riferita quale si narrava dagli abitanti della campagna di Pozzuoli.

Corrado di Querfurt (m. 1202) narra in sostanza il medesimo fatto, ma con qualche diversità, nella nota lettera scritta di Puglia l'anno 1196 allo scolastico Herbord. Egli pone la scena del miracolo in Ischia, forse per un error di memoria, e propriamente intorno a certa bocca dell'Inferno che ci si vedeva: «Tutti i sabati, circa l'ora nona, in prossimità di quel medesimo luogo, si vedono, in certa valle, uccelli neri, e brutti di sulfurea fuliggine, i quali ivi riposano la domenica fino all'ora del vespero, quando con gran dolore e lamento se ne partono e s'immergono in un lago bollente, nè più ritornano sino al sabato susseguente. E stimano taluni siano essi anime tormentate, oppure demonii»[511]. Il racconto di San Pier Damiano è riferito, quasi con le stesse parole, da Vincenzo Bellovacense[512].

Corrado di Querfurt dice che quegli uccelli erano creduti da alcuni anime dannate, o demonii, e demonii veramente sono gli uccelli che incontra nell'avventuroso suo viaggio San Brandano, la cui leggenda latina risale per lo meno all'XI secolo, e quelli ancora che in prossimità del Paradiso terrestre trova Ugone d'Alvernia, e che hanno riposo la domenica[513]. Tale immaginazione deve essere del resto assai antica, perchè se ne trova traccia nella leggenda di san Macario Romano, attribuita ai tre monaci Teofilo, Sergio ed Igino[514].

Che la preghiera potesse alleviare la pena dei dannati, era, come abbiam veduto, opinione di alcuni, anzi di molti; ma non mancavano altri modi d'alleviarla. Cesario di Heisterbach (m. c. 1240) racconta a tale proposito una edificante novella. Certo milite morto fa manifesto a un tale d'essere in Inferno per aver tolto ingiustamente l'altrui, e dice che se i figliuoli suoi volessero farne restituzione, potrebbero scemargli alquanto il castigo. I tristi figliuoli preferiscono lasciarglielo intero[515]. In una novellina popolare della Bassa Brettagna, viva ancora tra il popolo, ma, probabilmente, antica di origine, un fanciullo mitiga nell'Inferno le pene dei dannati gettando acqua benedetta nelle caldaje dove essi stanno a bollire[516].

Non era possibile che in così fatto ciclo di leggende o prima o poi non entrasse la Vergine, la pietosissima donna, la interceditrice a cui nulla si nega, l'avvocata dei peccatori. Il già citato Tischendorf diede notizia di un'apocalypsis Mariae, conservata in parecchi codici greci, e opera certamente di un monaco del medio evo. La leggenda ebbe, sembra, varie redazioni; ma la sostanza del racconto è la seguente. Maria desidera di visitare l'Inferno, e l'arcangelo Michele, accompagnato da numerosa schiera di angeli, ve la conduce. Vedute le pene orribili dei dannati, ella chiede d'essere condotta in cielo, affine di poter pregare Iddio per loro. L'arcangelo le dice che egli, insieme con gli angeli tutti, prega per i dannati sette volte il dì e sette la notte, ma invano. Maria insiste, e rinnovate le preci col concorso di tutti i beati, Dio accorda un alleviamento di pena, alleviamento che dai frammenti trascritti dal Tischendorf non si può capire qual sia[517]. Mi par probabile che questa apocalypsis Mariae altro non sia che una imitazione dell'apocalypsis Pauli, con la quale ha veramente molta somiglianza, e la sostituzione della Vergine all'apostolo parrà più che naturale a chiunque abbia qualche famigliarità con le leggende mariane del medio evo e specialmente con quelle in cui si vede la Vergine adoperarsi e intercedere per i peccatori più malvagi e più indurati. E nel medio evo fu opinione di alcuni che le pene dei dannati fossero mitigate, in grazia della Vergine, nel santo giorno dell'assunzione di lei.

Il naturale sentimento di pietà che suggeriva l'idea di una generale mitigazione di pena accordata in certi tempi, e con certe condizioni, ai dannati, poteva pure, anzi doveva suggerir l'idea di certe mitigazioni speciali accordate ai dannati più rei, a quelli cui alcun singolare peccato, eccedente i termini della malvagità consueta, procacciava in Inferno, o anche fuori di esso, alcuno speciale castigo, eccedente i modi delle pene ordinarie. Il più malvagio dei peccatori, il più indegno di perdono, o di commiserazione, è Giuda, e la pena cui egli soggiace è di regola, tra quante colpiscono i dannati, la più terribile e la più orrenda. Ne fanno fede le Visioni tutte e tutte le descrizioni dell'Inferno, nelle quali è parola di lui; e un pezzo prima di Dante, altri aveva pensato di porre tra le formidabili mascelle di Lucifero il discepolo traditore[518]. Ma la stessa immanità del castigo, voluta dal fervore della fede, doveva destare negli animi meno rigidi un senso di pietà, e suggerire il pensiero di un temporaneo alleviamento. Secondo una leggenda musulmana, Iblîs, veduto che Dio aveva perdonato ad Adamo, chiese ed ottenne che il proprio castigo fosse sospeso sino al dì del Giudizio.

Nel corso della sua miracolosa peregrinazione, San Brandano trova Giuda seduto sopra una pietra in mezzo all'oceano; dinanzi a lui pende un panno, raccomandato a certe forche di ferro. Le onde lo assalgono e lo percotono d'ogni banda, recedono, lo investono di bel nuovo; il vento gli sbatte quel panno nel volto. Interrogato dal santo, egli dà contezza di sè e narra la propria pena. Per sei giorni consecutivi egli arde e arroventa, simile a massa di piombo fuso; ma il settimo, cioè la domenica, la misericordia divina gli accorda quel refrigerio, in onore della risurrezione di Cristo. Il medesimo alleviamento di pena gli è conceduto dalla Natività sino alla Epifania, dalla Pasqua sino alla Pentecoste, e dalla Purificazione sino all'Ascensione di Maria. Negli altri giorni soffre inenarrabili tormenti in compagnia di Erode, di Pilato, di Anna e di Caifasso. Quel panno egli diede in vita a un lebbroso; ma poichè non era suo, gli nuoce ora, più che non gli giovi, la mal fatta elemosina. Le forche di ferro diede ai sacerdoti del Tempio perchè se ne servissero a sorreggere le caldaje. La pietra su cui siede usò a turare certa fossa che era in una pubblica via di Gerusalemme. Il suo refrigerio dura dal vespero del sabato a quello della domenica, e in confronto delle torture che sopporta gli altri giorni, gli par quello un paradiso. San Brandano, per quella volta, glielo prolunga sino allo spuntar del sole del lunedì[519].

Dalla leggenda di San Brandano lo strano racconto passò, alterandosi in varii modi, nella Image du monde[520], in una leggenda di Giuda, latina ed in versi, pubblicata solo in parte dal Du Méril[521], nella continuazione dell'Huon de Bordeaux, così in verso[522], come in prosa[523], nel Baudouin de Sebourc[524]. Nella continuazione dell'Huon de Bordeaux, Ugone trova Giuda perpetuamente sbattuto in un gran gorgo di mare, dove passano e ripassano tutte le acque del mondo. Il dannato non ha altro schermo che un pezzo di tela, postogli da Cristo accanto al viso. Di altra pena, o di riposo, non è cenno.