Che alleviamento e abbreviamento di pena si potesse procacciare alle anime purganti, con la elemosina, con la preghiera, e con altre pratiche di devozione, era credenza universale, e su di essa non fa bisogno d'insistere; ma l'alleviamento assumeva anche in tal caso, alle volte, una forma e un carattere che importa di far rilevare. In principio del secolo VIII San Bonifazio narra in una delle sue epistole la visione di un tale che vide anime purganti, in figura di uccelli neri, uscir di un pozzo che vomitava fiamme, posare alquanto sul margine, e riprofondarsi nel pozzo[525]. Nella Visione che da lui prende il nome (fine del secolo IX) Carlo il Grosso trova in Purgatorio suo padre Luigi, che un giorno sta immerso in un dolio d'acqua bollente, e un altro in un dolio d'acqua tiepida e chiara, grazia concedutagli per le preghiere di San Pietro e di San Remigio[526]. Migliore d'assai è la condizione del re Comarco, cui Tundalo vede sedere con gran gloria e letizia sopra uno splendido trono, in un palazzo luminoso e mirabile, ma che paga la pena di certi suoi peccati stando tre ore di ciascun giorno immerso nel fuoco sino all'ombelico, e coperto il rimanente corpo di cilicio[527].

Nel poemetto francese intitolato La court de Paradis, Maria Vergine impetra dal figliuolo due giorni di riposo per le anime del Purgatorio[528]; al qual proposito è da ricordare che Santa Brigida asseriva d'avere udito dire alla Vergine stessa che per intercessione di lei le pene del Purgatorio si mitigavano[529].

L'esempio di quanto avveniva in Purgatorio avrà più d'una volta contribuito a far nascere l'idea di certi alleviamenti di pena conceduti ai dannati in Inferno. Anche in tal caso la fantasia popolare sapeva mostrarsi ragionevole e logica. Se la preghiera, se le opere buone possono far sì che Dio punisca le anime del Purgatorio meno aspramente di quanto la colpa loro, secondo giustizia, vorrebbe; perchè non potranno esse produrre il medesimo effetto in beneficio delle anime dannate? E a questo proposito vuol essere ricordato che i teologi stessi di professione ammettevano che la giustizia divina non si eserciti sopra i dannati con tutto il rigore che alla malvagità loro si converrebbe; ammettevano una parziale, ma continua remission di castigo, riconoscendo che essi erano puniti citra condignum. Perchè dunque la giustizia divina, che s'era già da sè stessa mitigata una volta, non dovrebbe più altre volte, o mitigarsi da sè, o lasciarsi mitigare da altrui?

Ma la teologia che io ho chiamata del sentimento non fu paga di arrecare alcun lenimento alle orrende torture che le anime soffrivano in Inferno; essa si ribellò anche al dogma della eternità incondizionata ed assoluta di quelle torture, e volle che, in certi casi almeno, le porte dell'Inferno potessero riaprirsi e lasciar libero il passo a chi le aveva varcate una volta, e che alcun'anima dannata potesse, per eccezione, esser fatta cittadina del cielo. Questo suo placito si afferma in numerose leggende. Quella di Trajano imperatore, liberato dall'Inferno per le insistenti preghiere di San Gregorio Magno, è cognita a tutti[530], e il curioso si è che San Gregorio afferma l'eternità e irrevocabilità delle pene infernali. Egli dice nel l. IV, c. 44 dei suoi Dialoghi esser giusto che non manchi mai di tormento chi mai non mancò di peccato. Sant'Agostino racconta come Dinocrate fu liberato dall'Inferno per le preghiere di sua sorella Perpetua[531]. Santa Viborada liberò nello stesso modo un fanciullo. Sant'Odilone, abate di Cluny, rese tale servigio all'anima di Benedetto IX papa, che davvero non lo meritava[532]. Di un certo Evervach, dannato, a cui Dio permette di tornare al mondo a farvi espiazione narra Cesario di Heisterbach[533], e son numerose le leggende in cui tal miracolo si compie per intercessione della Vergine, o di santi[534]. E c'è di più. Nella Visione del monaco Ansello si dice che tutti gli anni, nel giorno della Risurrezione, Cristo scende all'Inferno e libera le anime dei peccatori meno malvagi[535]. Nel fableau De saint Pierre et du jougleor, un giullare, che era stato lasciato dai diavoli a custodia dei dannati, giuoca questi a dadi con san Pietro, che vince, e tutti li conduce in Paradiso[536]. In molti racconti popolari si legge di pessimi uomini, che avendo meritato dieci volte l'Inferno, riescono, con astuzia o con inganno, a cacciarsi fra i beati.

La teologia del sentimento, che il più delle volte è la stessa teologia popolare, ammetteva che le pene potessero essere alleviate in qualche modo ai dannati; ma la teologia raziocinante, dottrinale, scolastica, di solito lo negava. San Tommaso d'Aquino, lume di questa seconda teologia, dimostra a fil di logica che in Inferno non può esservi mitigazione di pena[537], e San Bonaventura è del medesimo avviso, sebbene ammetta che Dio punisce i dannati meno di quanto si converrebbe alle colpe loro. San Bernardo di Chiaravalle si scalmana a dimostrare che i beati godono dello spettacolo che pongono loro sotto gli occhi i tormenti dei dannati, e ne godono per quattro ragioni propriamente: la prima, perchè quei tormenti non toccano a loro; la seconda, perchè dannati tutti i rei, non potranno più temere malizia alcuna, nè diabolica, nè umana; la terza, perchè la gloria loro sarà fatta maggiore dal contrasto; la quarta, perchè ciò che piace a Dio deve piacere ai giusti[538]. Qualsiasi mitigazione di pena conceduta ai dannati sarebbe dunque diminuzione di beatitudine agli eletti, e tale diminuzione tornerebbe in nuovo refrigerio dei dannati, i quali, per più loro tormento (così si dice), hanno cognizione di quella beatitudine. La Chiesa non porse mai, gli è vero, una soluzione dogmatica del dubbio, ma non pregando per i dannati diede implicitamente ragione a coloro che negano qualsiasi mitigazione.

Come la pensò in proposito Dante? Non è senza importanza il notarlo.

In materia teologica Dante s'attiene, essenzialmente, alle dottrine dell'Aquinate, e certo non è da aspettarsi che voglia scostarsene quanto alle pene infernali: ciò nondimeno, anche in questa parte, come in altre, si può notare nel discepolo alcun dissentimento dal maestro, e, alle volte, qualche po' di contraddizione con sè stesso.

Molte volte, percorrendo i varii cerchi dell'Inferno, Dante si mostra preso di pietà profonda alla vista dei tormenti atroci cui soggiacciono i dannati. Egli è quasi smarrito di pietà quando ode da Virgilio

Nomar le donne antiche e i cavalieri;

vien meno al racconto dei casi di Francesca e di Paolo; lagrima sull'affanno di Ciacco; ha il cor compunto alla vista del castigo che travaglia i prodighi ecc.[539] Vero è che quando egli non può tener lo viso asciutto vedendo lo strazio degli indovini, Virgilio gliene fa rimprovero e lo ammonisce con le terribili parole: