[546]. Inf., VI, 103-11.

[547]. Ozanam, Dante et la philosophie catholique au treizième siècle, Parigi, 1845, p. 345; D'Ancona, Op. cit., p. 45. Gli è cosa degna di nota che nella versione siriaca dell'apocalypsis greca è menzione di dannati i quali non furono propriamente nè giusti, nè peccatori, ma consumarono la vita in neghittosa spensieratezza, simili molto alla

setta de' cattivi

A Dio spiacenti ed a' nemici sui.

Ci son buone ragioni per credere che questa particolarità fosse già nel testo greco, e non è fuor del possibile che essa passasse in alcuna versione latina, ora perduta, ma conosciuta da Dante

LA CREDENZA NELLA FATALITÀ

I.

Nel dogma cristiano la dottrina del fato, quale già l'ebbero gli antichi, del fato esistente in sè e per sè, come separata e suprema potenza, non può trovar luogo: essa ripugna troppo al concetto del Dio uno e massimo che campeggia nei libri sacri dell'Antico e del Nuovo Testamento, e in cui è fondata la fede. Le opinioni e le sentenze dei Padri e dei Dottori della Chiesa in proposito, così dei più come dei meno antichi, sono concordi ed esplicite; e san Tommaso che le accoglie, le condensa e le epiloga, mostra come il fato, il caso e la fortuna si risolvano da ultimo nella potestà, volontà e provvidenza di Dio, e come la stessa necessità delle cose materiali, essendo conseguenza della natura e dell'ordinamento loro, sia perciò un effetto mediato dell'unica potestà divina, creatrice e ordinatrice del tutto. Dante descrive la fortuna come una ministra di Dio, intesa a permutare li ben vani

Di gente in gente e d'uno in altro sangue

Oltre la difension de' senni umani[548].