Il Petrarca, seguendo la opinione di san Girolamo e di sant'Agostino, dice il fato e la fortuna essere nomi senza significazione[549].

All'influsso degli astri generalmente si crede nel medio evo; ma non senza molte riserve. San Tommaso ammette l'azione loro sulla vegetazione, sull'atmosfera, sui corpi in genere, non esclusi gli umani; ma nega che possano operare sull'intelletto e la volontà, salvo che indirettamente, e togliere o scemare la libertà dell'arbitrio. Anche gli astri, del resto, sono organi e strumenti della provvidenza.

La volontà divina è dunque, secondo il canone cristiano, il principio vivo, eterno ed immutabile d'onde fluiscono le forze tutte, non solo che producono ed instaurano, ma ancora che reggono il mondo. Essa è la necessità suprema ed invincibile, così per rispetto alla natura, come per rispetto agli uomini, i quali possono bene, essendo provveduti d'intelletto e di libertà, agitarsi entro il circolo che quella volontà stringe loro d'attorno; ma non lo possono per nessun modo spezzare, e non ne possono uscire. L'arbitrio umano sarà libero, come sotto l'impero del fato antico; ma gli eventi saran necessarii, e molte volte saranno necessarie le azioni. Di qui quella terribile quanto logica dottrina della predestinazione, secondo la quale la eterna salute e la eterna dannazione dipendono, non già dagli atti umani e dall'umano volere, ma dal volere divino e dalla divina grazia; dottrina che escogitata prima da sant'Agostino, esplicata e compiuta più tardi da Isidoro di Siviglia (m. 636) e da Godescalco (m. 867), avversata sempre dalla Chiesa greca, fu tratta alle ultime e inevitabili sue conseguenze, asseverata in tutto il suo rigore, da Zuinglio e da Calvino. Un rozzo dramma religioso, composto in Italia in sul principiare del secolo XV, se non forse anche prima, prende argomento da quella dottrina e, in pari tempo, la nega[550]. Un giovine lascia il padre, la madre, e il buono stato in cui era cresciuto, per consacrarsi al servizio di Dio, e attendere, lungi dagli allettamenti e dagl'inganni del mondo, alla salute dell'anima. Un vecchio eremita, che l'ha accolto nella sua cella, e l'ha fatto compagno dell'austera sua vita, vedendolo tutto infervorato nel bene, e dedito alle sante pratiche di devozione, assai se ne loda, e chiede a Dio che gli riveli in grazia qual posto è serbato al giovine fra i beati in Paradiso. Un'amara delusione lo aspetta. L'angelo del Signore gli annunzia che, non il Paradiso, ma l'Inferno sarà dato in premio a tanta virtù;

E tu che vai cercando il destinato,

Sappi che il servo tuo sarà dannato.

Ecco la dottrina della predestinazione affermata in tutta la sua crudezza. L'eremita molto si accora della terribile sentenza, e biasima la presunzione propria con argomenti tolti di peso ai campioni di quella dottrina:

O uomo istolto, che vai tu cercando

Quello che a te non appartien sapere?

Pensi tu, sempre qui bene operando,

Di dover l'alta grazia possedere?