E si vorrìa di quel pomo avere,

Che dona vita pur col suo olore

Ad una gente via di là dal mare,

Che non mangian nè beono altra vivanda.

(Vv. 223-6, in Propugnatore, vol. I). E ne fan ricordo il Mandeville e altri. Gli antichi conobbero gli astomi, i quali, non avendo bocca, si pascevano dell'odore di radici, di fiori e di frutti selvatici (V. Berger de Xivrey, Traditions tératologiques, Parigi, 1836, pp. 98-9, 472). In alcune storie di Alessandro Magno son uomini che vivono dell'odor delle spezie. Gli abitanti della luna, di cui narra Luciano nella Vera Historia, I, 23, si nutrivano del fumo di rane arrostite, e Olimpiodoro scrisse, sulla fede di Aristotile, esserci stato un uomo che si nutriva ponendosi al sole. Non voglio lasciar questo tema senza ricordare un altro pomo mirabile dell'Oriente, il così detto pomo di Sodoma, il quale, assai vago di fuori, era, dentro, pieno di cenere. Ne parla già Giuseppe Flavio, De bello judaico, l. V, cap. 5, e molti poi ne riparlano nel medio evo, tra i quali San Pier Damiano nella epist. XVII ad Desiderium abbatem. Il Coppée, nella Mauvaise soirée, ricorda

. . . . . ces beaux fruits des bords de la Mer Morte,

Qui, lorsqu'un voyageur à sa bouche les porte,

Sont pleins de cendre noire et n'ont qu'un goût amer.

[98]. Versione ed edizione citate, p. 47.

[99]. Codice riccardiano citato, f. 48 v., col. 2ª.