Augello eguale alle celesti forme,
ne fa una pittura ben più pomposa nel poemetto che appunto s'intitola La Fenice[305]. Nè m'indugerò a dire dell'altre sue meraviglie; del modo che teneva per abbruciarsi, anzi per rinnovarsi; e del tempo che si diceva passare tra uno e un altro rinnovamento, e che varia, secondo le opinioni, da 500 a 7000 anni. Noterò solamente, parendomi abbia più stretta relazione col nostro argomento, che le fu attribuita anche una certa virtù curativa, conveniente, del resto, alla natura del luogo ove credevasi da molti ch'essa dimorasse. Secondo certa versione di una leggenda che io ho già ricordata più sopra[306], i tre figliuoli del re infermo vanno in cerca, non della fontana di giovinezza, o di vita, ma della Fenice, che restituisca la sanità al padre loro[307].
Un'altra finzione fece compagno della Fenice, nel Paradiso terrestre, il pellicano, simbolo anch'esso di Cristo, che dà col proprio sangue la vita ai peccatori.
Certi monaci, della cui leggenda ho già fatto cenno e dovrò dar ragguaglio più oltre, videro nel Paradiso, fra molt'altre meraviglie, «una fontana lunga uno quinto miglio, et era ampia secondo che rispondeva alla grandezza (lunga e larga per spazio di miglia cinque, secondo altre redazioni) et era piena di pesci, i quali cantavano tanto dolcemente, che quasi ogni creatura umana vi sarebbe dormentata, tanto era soave e dolce a udire. E questo canto facevano a certe ore canoniche del dì, quando udivano cantare gli angioli del Paradiso».
E basterà degli abitatori.
NOTE:
[190]. Inventore dei preadamiti fu Isacco de la Peyrère (1594-1676), il quale, fondandosi sopra un passo della Epistola di San Paolo ai Romani, mise fuori la opinione che uomini fossero esistiti prima di Adamo, e la sostenne in un libro stampato la prima volta nel 1653, e intitolato Preadamitae, sive exercitationes super vv. 12, 13 et 14, cap. V, epistolae D. Pauli ad Romanos. Questa opinione suscitò grande scandalo e infinite dispute, e diede materia a numerosi libri, alcuni dei quali scritti in tempi assai prossimi a noi. Eccone alcuni: Filippo Le Prieur (sotto il nome di Eusebio Romano), Animadversiones in librum praeadamitarum, Parigi, 1656; Hilpert, Disquisitio de praeadamitis, Amsterdam, 1656; Hulsius, Non-ens prae-adamiticum, sive confutatio vani cujusdam somnii, quo quidam Anonymus fingit ante Adamum primum homines fuisse in mundo, Lugduni Batavorum, 1656; Gelpke, Ueber die Erde oder das Menschengeschlecht vor Adam, Braunschweig, 1820.
[191]. Das Buch der Jubiläen, trad, dall'etiopico e pubblicato da A. Dillmann, nei Jahrbücher der biblischen Wissenschaft dell'Ewald, voll. II e III, Gottinga, 1849-51 (Lo stesso Dillmann pubblicò poi anche il testo etiopico, Lipsia, 1859). Frammenti di un'antica traduzione latina pubblicò il Ceriani, Monumenta sacra et profana ex codicibus praesertim Bibliothecae Ambrosianae, t. I, Milano, 1861. H. Rönsch ripubblicò i frammenti dell'Ambrosiana unitamente alla versione latina del Dillmann, accompagnandoli di osservazioni e d'indagini: Das Buch der Jubiläen oder die Kleine Genesis, Lipsia, 1874. Dalla Piccola Genesi Sincello e Cedreno attinsero parte dei racconti loro concernenti Adamo ed Eva.
[192]. Das christliche Adambuch des Morgenlandes, tradotto dall'etiopico e pubbl. da A. Dillmann, nei Jahrbücher citati, vol. V, 1853; traduzione francese in Migne, Dictionnaire des apocryphes, Parigi, 1856-8, vol. I. Il testo arabico etiopico fu pubblicato dal Trumpp nelle Abhandl. d. k. bayer. Akad. d. Wiss., I Cl., vol. XV, 1881. Di questo importantissimo apocrifo dice il Renan nello scritto qui sotto citato, p. 470: «C'est une sorte de chronique s'étendant depuis Adam jusqu'à J. C., et où l'on a cherché à grouper toutes les fables répandues en Orient sur Adam, le paradis terrestre et la vie des premiers patriarches».
[193]. Renan, Fragments du livre gnostique intitulé Apocalypse d'Adam, ou Pénitence d'Adam, ou Testament d'Adam, publiés d'après deux versions syriaques, Journal asiatique, serie Vª, vol. II (1853), pp. 427-71; Migne, Dict. des apocr., vol. I. Parti di questo racconto, o di racconti affini, passarono nelle Storie di Sincello e di Cedreno, negli Annali di Eutichio, nelle Istorie di Abû 'l-Faragi e di Dionigi di Telmahar. Di essi dice il Renan (p. 470): «Il faut supposer évidemment que ces traditions apocryphes formaient une sorte de fonds légendaire commun à toutes les chrétientés de l'Orient, sans rédaction bien arrêtée». Che a così fatti racconti abbia attinto anche Elmacin, per la sua Historia saracenica, afferma, forse sulla fede di manoscritti, il Renan. A me non riuscì di trovar nulla nella stampa di Leida, 1625. Nella Historia compendiosa dynastiarum di Abû 'l-Faragi, Oxford, 1663, n'è entrato ben poco.