[301]. Thévenot, Relation d'un voyage fait au Levant, Parigi, 1665, p. 502.

[302]. Eisenmenger, Op. cit., vol. I, pp. 868-9; Levi, Op. cit., p. 218.

[303]. Vedi intorno al mito della Fenice, prima nell'antichità, poi nella sua notabilissima prosecuzione per entro al mondo cristiano: Heinrichsen, De Phoenicis fabula apud Graecos, Romanos et populos orientales, Hauniae, 1825-7: Leopardi, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, Firenze, 1848, cap. 17; Piper, Op. cit., vol. I. pp. 446-71; Graesse, Beiträge zur Literatur und Sage des Mittelalters, Dresda, 1850, pp. 71-9. Per quanto concerne il carattere astronomico della Fenice, e l'era di felicità che ad essa si collegava, vedi Lepsius, Die Chronologie der Aegypter, Berlino, 1849, l. II, cap. 73; Seyffarth, Die Phoenixperiode, Zeitschrift der deutschen morgenländischen Gesellschaft, vol. III (1849), pp. 63-89. Alla Fenice corrisponde, per questo e per altri rispetti, il Fong-hoang dei Cinesi, che torna a intervalli, e il cui ritorno segna il principio di un'era di felicità.

[304]. Canz.: Standomi un giorno, solo, alla fenestra. Nell'atto II, sc. 4, dell'Ipocrito dell'Aretino, Prelio racconta come sia andato a prendere alcune penne d'oro e di porpora della Fenice per farne presente all'amata.

[305]. Non so che descrizione ne faccia Tito Giovanni Scandianese in un suo poema intitolato La Fenice, che io non conosco se non di nome. Ho già ricordato altrove il poemetto attribuito a Lattanzio e quello di Cinevulfo.

[306]. Vedi p. 32 e la nota 69 al cap. II.

[307]. Du Méril, Études sur quelques points d'archéologie et d'histoire littéraire, Parigi e Lipsia, 1862, p. 454, n. 3.

CAPITOLO IV. I VIAGGI AL PARADISO TERRESTRE.

Fu comune opinione tra coloro (ed erano di gran lunga i più) i quali ponevano il Paradiso terrestre in questa nostra terra, e lo dicevano tuttavia esistente, che esso, o non si potesse per nessun modo trovare dagli uomini, o, se pur si poteva trovare, fosse loro impossibile di penetrarvi. I Padri sono concordi su questo punto. La impossibilità di penetrarvi si faceva venire, di solito, dal volere divino, per decreto del quale il Paradiso terrestre doveva, dopo il peccato, rimanere inesorabilmente chiuso ai viventi; ma si faceva anche venire da difficoltà naturali, che non lasciavano via da passare a chi avesse in animo di recarvisi. Brunetto Latini, ripetendo quanto molti avevano affermato prima di lui, dice nel Tresor: Et sachiez que après lou pechiéz dou premier hom, cist leus fu clos à touz autres[308]. E nel Tesoretto, parlando di Adamo:

Per quel trapassamento