[328]. Un testo latino di questo racconto fu prima pubblicato dal Roswey nelle Vitae patrum, Anversa, 1616, pp. 224-31, col titolo: Vita Sancti Macarii Romani servi Dei, qui inventus est juxta Paradisum, auctoribus Theophilo, Sergio et Hygino; poi negli Acta Sanctorum, 23 ottobre, pp. 566-71. In italiano si ha nelle Vite dei Santi Padri, la cui traduzione suolsi attribuire al Cavalca, ediz. del Manni, Firenze, 1731-2, vol. II, pp. 341 sgg.; in Leggende del secolo XIV, Firenze, 1863, vol. I, pp. 452 sgg., e in più codici, come, per esempio, nel magliabechiano cl. 35, num. 221. f. 36 r. sgg., ove s'intitola: Qui incomincia la storia di tre monaci romani e quali andorono al paradiso luziano come voi udrete. Il cod. VIII, B, 33 della Nazionale di Napoli contiene dal f. 173 r. a 179 v.: De tre monaci che se partino per andare a lo Paradiso terresto, et como trovaro Machario romano appresso al Paradiso XVIII miglia. Il Miola nota essere questa la leggenda di San Macario, ma affatto diversa da quella che si legge fra le Vite dei SS. Padri. Le scritture in volgare dei primi tre secoli della lingua ricercate nei codici della Biblioteca Nazionale di Napoli, nel Propugnatore, vol. XIII, parte 2ª, p. 417. Cf. H. Mertian, Le Robinson de la légende, in Études religieuses, historiques et littéraires, Parigi, 1862, vol. I, pp. 372-85.
[329]. Nella mappa d'Andrea Bianco, a occidente e in prossimità del Paradiso terrestre, è disegnata una chiesuola, con le parole ospitium macorii: a levante veggonsi due figurine d'uomini, con in mezzo un albero, e scrittovi omines parc, e in altra riga alboro seco. Il Lelewel non intende nulla di tutto ciò. Egli dice (Op. cit., vol. II, p. 88): «L'Asie meridionale avance aussi par une péninsule vers les extrémités orientales. Au bout de cette péninsule est situé paradixo terestro, d'où sortent les quatre fleuves bibliques; dans leur cours parallèle entre ospitium macorii (Macarii? beati, μαχαρις (sic), hospice de bienheureux); et les hommes, omines que s (sine) capitelos? qui sont sans tête, le visage sur leur poitrine; omines parc (nt) alboro se(ri)co? les hommes préparant des arbres la soie?». Ora l'ospitium macorii altro non è che il romitaggio di San Macario; e gli omines parc sono gli homines parci, i quali vivono dell'odore di un pomo, e non hanno nulla che fare con l'alboro seco.
[330]. Vedi pp. 21-2.
[331]. Odissea, XI, 14-19; Teogonia, 736-8, 813-7.
[332]. Pseudocallisthenes, l. II, cap. 39, e molte delle posteriori storie favolose di Alessandro.
[333]. Vedi una nota del Liebrecht agli Otia imperialia di Gervasio da Tilbury, ediz. cit., p. 115, e, nel presente volume, lo scritto intitolato Il riposo dei dannati.
[334]. Epist. 10, ap. Jaffè, Monumenta Moguntina, Bibliotheca rerum germanicarum, t. III, Berlino, 1866, p. 56.
[335]. Miscellanea di opuscoli inediti o rari dei secoli XIV e XV, Torino, 1861, pp. 165-78; Leggende del secolo XIV, già citate, vol. I, pp. 489 sgg.; cfr. Zambrini, Le opere volgari a stampa dei secoli XIII e XIV, 4ª ediz. con appendice, Bologna, 1884, col. 574. Questa leggenda occorre spesso in manoscritti italiani: vedi Farsetti, Biblioteca manoscritta, vol. I, p. 292; vol. II, pp. 83, 92. Nel cod. magliabechiano pur ora citato, cl. 35, num. 221, essa tien dietro alla leggenda dei monaci Teofilo, Sergio ed Igino. È pur contenuta nel cod. 7762 della Nazionale di Parigi, e nel cod. CCCXLIII della Corsiniana (ora Biblioteca dell'Accademia dei Lincei) fondo Rossi. Ci sono, tra le varie redazioni differenze alle volte notabili: io seguo quella che si ha nella Miscellanea sopraccitata. Alcune delle cose che nel Paradiso vedono i monaci, vede anche Seth nel racconto italiano pubblicato dal D'Ancona e ricordato di sopra.
[336]. Di musiche, le quali con la soavità loro addormentano, è frequente ricordo in leggende e in novelle popolari. Vedi, per esempio, D'Arbois de Jubainville, Op. cit., pp. 289, 323, 328.
[337]. Felix im Paradise, Von der Hagen, Gesammtabenteuer, Stoccarda e Tubinga, 1850, N. XC, vol. III, pp. cxxvii, 611 segg. Vedi inoltre Gering, Islendzk Aeventyri, Halle a. S., 1882-84, vol. II, pp. 120-2, ove sono date le opportune notizie bibliografiche. Questa leggenda, veramente assai bella, ebbe molta fortuna, e da poeti modernissimi fu rinarrata più volte; tra gli altri, e meglio che dagli altri, dal Longfellow.