Virgilio, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Cecco d'Ascoli, Fausto, diedero materia a storie popolari, nelle quali si pensò d'avere raccolti ordinatamente tutti i miracoli che loro si attribuivano, narrata per intero la vita, dal nascimento alla morte. In essi appare, non più la leggenda disgregata, ma la leggenda integrata, venuta a termine di crescenza. Non si sa che di Michele Scotto siasi scritta una cotale storia in Italia; ma potrebbe darsi che fosse stata scritta in Iscozia. Un poeta, per nome Satchells, ignoto alle storie letterarie e ai repertorii bibliografici, ma citato, non so con quanta veridicità, da Gualtiero Scott, parla di una storia di Michele Scotto da lui veduta[510].

Come le altre leggende di presunti maghi, la leggenda di Michele Scotto cominciò a trovar molti increduli, e fu risolutamente negata, dopo che la nuova coltura ebbe sgombrate le menti dalle caligini medievali. Il Pits, il Dempster, il Leland, il Naudé, altri, schifano la leggenda, esaltano, come s'è veduto, il sapere di Michele, dicono ch'egli fu mago solo nell'opinione del volgo. Nel 1739, un Giovanni Gotofredo Schmutzer scrisse un'apposita dissertazione per difendere Michele Scotto dalla imputazione di veneficio[511]. Per veneficio l'autore intese probabilmente, come dai Latini molte volte s'intese, maleficio, sortilegio: a me non fu dato di veder quest'opuscolo.

In Italia le leggende di Pietro Barliario e di Cecco d'Ascoli son vive tuttora, offron tuttora alcun pascolo alla curiosità popolare; ma quella di Michele Scotto è spenta già da gran tempo[512]. In Iscozia, la leggenda di Michele Scotto, viva ai tempi dell'autore d'Ivanhoe, è forse viva anche ora; ma non andrà molto che e questa, e quelle, ed altre parecchie, andranno a raggiungere le innumerevoli che i nuovi tempi, i nuovi costumi e le nuove idee hanno cancellate per sempre dal libro della vita. Allora, solo nei libri degli eruditi esse troveranno ricetto e riposo.

NOTE

[432]. Inf., XX, 115-7.

[433]. Scrive Adolfo Bartoli nel VI volume della sua Storia della letteratura italiana, parte 2ª, p. 78: «Non molto ci interessano gli indovini della quarta bolgia, se non forse per dimostrarci che Dante non prestava fede all'arte magica. In tale giudizio non posso accordarmi con l'illustre amico mio, profondo conoscitore dell'opere tutte dell'Alighieri. Da più luoghi del poema, e in particolar modo dal racconto posto in bocca a Virgilio nel IX canto dell'Inferno, vv. 22-7, si ricava, parmi, con sicurezza, che Dante non dissentiva, per questo capo, dalla comune credenza de' tempi suoi, credenza che Tommaso d'Aquino aveva, con logico procedimento, ridotto in forme dottrinali. Dante vide nella magia un'arte diabolica, nascente dalla mostruosa alleanza dell'uomo con le potenze infernali; e se potè credere, con altri assai, che i prodigi per essa operati non fossero se non finzioni e frodi del diabolico ingegno, non però credette quell'arte un'arte vana, come oggi s'intende. Già Lattanzio aveva detto, parlando dei demonii: «Eorum inventa sunt astrologia, et aruspicina, et auguratio, et ipsa quae dicuntur oracula, et necromantia, et ars magica». (De origine erroris, l. II, cap. 16). Non altrimenti la pensò Dante; e s'egli disviluppò Virgilio dalla leggenda magica che gli s'era stretta d'attorno, penso il facesse, non tanto perchè tal leggenda gli paresse assurda in sè stessa, quanto perchè gli premeva purgare da un'accusa gravissima il nome venerato del suo maestro ed autore. Cfr. uno scritto recente di F. D'Ovidio, Dante e la magia, nella Nuova Antologia del 16 settembre 1892.

[434]. I biografi che scrissero in latino s'attengono alla forma Scotus, e il Dempster espressamente avverte (Historia ecclesiastica gentis Scotorum, Bologna, 1627, p. 494): «cognomentum etiam Scoti non est familiae sed nationis». Vedi in contrario Wuestenfeld, Die Uebersetzungen arabischer Werke in das Lateinische seit dem XI. Jahrhundert, estr. dalle Abhandlungen der königlichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, vol. XXII, 1877, p. 99. Gualtiero Scott (v. citazione più sotto) scrisse Michael Scott.

[435]. «E dice l'autore poetando che ne' fianchi è poco, quasi a dire: elli fu spagnuolo, in per quello che li spagnuoli nel suo abito fanno strette vestimenta». Commedia di Dante degli Allagherii col commento di Jacopo di Giovanni dalla Lana Bolognese, Milano (1865), p. 93.

[436]. Così pure il Boccaccio (Decam., giorn. VIII, nov. 9ª): «... ebbe riome Michele Scotto, perciò che di Scozia era». Il Landino, avvertito come alcuni volessero lo Scotto spagnuolo, altri scozzese, soggiunge, senza brigarsi di sapere chi abbia ragione e chi torto: «Ma tutti conchiudono, che fosse ottimo astrologo, et gran mago».

[437]. Chiose anonime alla prima cantica della Divina Commedia di un contemporaneo del poeta, pubblicate da Francesco Selmi, Torino, 1865, p. 114. La seconda notizia data dall'anonimo è da collegare, senza dubbio, con una delle interpretazioni di quelle parole del poeta: che ne' fianchi è così poco, allusive, secondo alcuni, a certa foggia di vestire: «abiti corti e strettissimi usati da Scozzesi, Inglesi e Fiamminghi», dice il Daniello. Altri vuole che quelle parole alludano a forma naturale della persona, o a magrezza prodotta da soverchio studio: dubbio grande, che lasceremo volentieri insoluto.