ne lo reame d'Inghilterra.
Qui si allude, senz'alcun dubbio, a una credenza secondo la quale Artù sarebbe nell'Etna; ma non si afferma già ch'ei ci sia veramente. La cosa rimane in dubbio. I cavalieri se ne tornano indietro senz'essersi potuti accertare del vero (e non sapemo ke sia venuto), e da tutto il passo sembra traspaja qualcosa della solita incredulità italiana in fatto di meraviglioso[531]. Oltre che a quella credenza, vi è accennato, ma in modo indiretto, all'antica opinione che Artù dovesse tornare.
Da ciò che precede rimane, parmi, provata l'esistenza, nei secoli XIII e XIV, di una vera e propria leggenda (non di una semplice e scioperata immaginazione individuale), la quale poneva nell'Etna la dimora di Artù, e riman provato che tale leggenda fu cognita a molti allora in Sicilia, se pur non fu popolare. Ma il tema nostro non è per anche esaurito, e alcuni dubbii che nascon da esso, e alcune particolarità che in esso si notano, richiedon ora la nostra attenzione.
II.
Come mai, e per quale ragione, ed a chi potè venire primamente in pensiero di strappare Artù all'isola di Avalon per porlo nell'interno di un vulcano, in Sicilia? Dobbiam noi credere che inventori della strana finzione sieno stati que' Siciliani medesimi tra cui Gervasio, secondo attesta, la trovò divulgata? Dobbiam per contrario credere che altri uomini ne sieno stati inventori? Il dubbio, credo, sarà chiarito se si riesce a dimostrare: 1º che i Siciliani non avevano ragione di sorta, nè quasi possibilità d'immaginaria; 2º che la finzione stessa, specie nella forma che veste in Gervasio, ha in sè tutti i caratteri di una finzione, non italica, ma germanica, rimanda a un vero e proprio mito germanico.
Cominciamo dal primo punto.
Che i Siciliani non dovessero avere nessuna ragione, e quasi nemmeno la possibilità d'immaginar la finzione, s'intende assai agevolmente. La finzione stessa presuppone sentimenti, credenze, fantasie, che i Siciliani non avevano e non potevano avere: un ricordevole affetto per Artù; un desiderio immaginoso di raccostarsi in qualche modo all'eroe; una vaga speranza di vederlo tornare, quando che fosse, nel mondo. Chi poneva Artù nell'Etna doveva sentirsi legato a lui da vincoli particolari, da vincoli di cui nessuna ragione potrebbe trovarsi nella storia, nelle costumanze, nelle aspirazioni del popolo di Sicilia; e se la finzione fosse stata frutto naturale e spontaneo della fantasia di quel popolo, noi dovremmo, sembra, trovarne vestigio in alcuna delle sue croniche, laddove non ce ne troviamo nessuno.
Fatto sta che ai Siciliani l'Etna ricordava altre meraviglie e suggeriva altre immaginazioni: fatto sta che anche in Sicilia, come per tanti esempii si vede essere avvenuto nella rimanente Italia, la memoria e la fantasia tornavano ostinatamente alle storie e ai miti dell'antichità classica, ne' quali, come in cosa lor propria, si compiacevano. Nelle croniche dell'isola si trovano ricordati i Ciclopi, i giganti fulminati da Giove, il ratto di Proserpina, la fine di Empedocle, ecc.; e si può credere che nella coscienza popolare questi fossero più che semplici ricordi di tradizioni e di favole antiche, fossero anzi, alcuni di essi, miti tuttora viventi. Di un'apparizione dei Ciclopi e di Vulcano si fa ricordo ancora nel 1536, poco prima di una grande eruzione dell'Etna[532]. Come in antico, si credeva che il monte ignivomo (e altrettanto dicasi degli altri vulcani, non escluso quello d'Islanda) fosse uno spiracolo dell'inferno; e le leggende che più facilmente dovevano accreditarsi in Sicilia e diffondersi, erano le leggende monacali ed ascetiche, le quali appunto si conformavano a quella credenza, e narravano di anime dannate, portate a volo entro il monte dai diavoli, e d'altre meraviglie paurose. Di queste leggende è grande il numero, e qui basterà ricordare quelle di Eumorfio e di Teodorico, narrate da Gregorio Magno[533], e quella del re Dagoberto, narrata dallo storico Aimoino[534]. Subito dopo aver narrata la storia del decano di Palermo, Cesario racconta[535] quella di Bertoldo V, duca di Zähringen, a cui i diavoli preparano nell'Etna il meritato castigo. Secondo certo racconto riferito da Pier Damiano nella Vita di Odilone, dentro l'Etna si udivano le querele delle anime purganti, tormentate da infiniti demonii[536]. Nel nome stesso dell'Etna si trovava indicata la condizione sua. Isidoro da Siviglia dice: «Mons Aetnae ex igne et sulphure dictus, unde et Gehenna[537]». Gotofredo da Viterbo raccoglie la comune opinione:
Mons ibi flammarum, quas evomit, Aetna vocatur:
Hoc ibi tartareum dicitur esse caput.