Gervasio, nel suo racconto, parla di una pianura assai spaziosa e gioconda, e di un palazzo di mirabile struttura. Non si può credere che i Siciliani immaginassero sì fatte cose nel monte; ma non parrà, troppo strano che ce le immaginassero i Normanni, i quali avevano nella fantasia la deliziosa e incantata isola di Avalon, e credevano forse di riconoscere alcune delle proprietà di essa nella ubertosa campagna in mezzo a cui sorge arduo e maestoso il vulcano. Si sa che i primi Normanni che approdarono alle coste dell'Italia meridionale, tornati in patria, narrarono meraviglie di quelle terre sorrise dal sole, e recaron con sè il desiderio di ritornarvi, come poi fecero, cresciuti di baldanza e di numero. Forse l'isola di Sicilia tutta intera assunse agli occhi loro l'aspetto della paradisiaca isola di Avalon, stanza di Morgana e di Artù.
Pongasi mente ad un altro fatto.
Mentre in Sicilia, come in altre parti d'Italia, sono frequenti i nomi di luoghi e le locuzioni proverbiali derivate dalle leggende del ciclo carolingio, la qual cosa prova che tali leggende erano veramente passate nella letteratura orale e nella coscienza del popolo, nulla di consimile si vede essere avvenuto rispetto alle leggende del cielo brettone; e ciò prova che il popolo non ebbe gusto alle leggende brettoni, o che se l'ebbe, fu sì debole e scarso da escludere affatto l'ipotesi ch'esso potesse lavorarvi intorno di suo[553]. Una eccezione vuol farsi in favore della fata Morgana. Ho già detto che costei dovette penetrare nell'Etna insieme con Artù. Ora è noto che col nome di fata Morgana si designa un fenomeno ottico (ciò che i Francesi chiamano mirage) solito a lasciarsi vedere con maggiore frequenza e perspicuità appunto nello stretto di Messina. Quel nome designa presentemente il fenomeno stesso, e non accenna più ad alcuna individuata e soprannaturale potenza che ne sia cagione; ma in origine non dovette essere così. Si credette allora alla reale presenza della fata in quei luoghi, e il fenomeno si considerò come un'opera dell'arte sua, forse com'uno dei giuochi o degli allettamenti ond'ella abbelliva l'ore e il soggiorno a' suoi compagni di faerie[554].
Non è, nè può esser provato, ma è molto probabile che assai prima di approdare in Sicilia i Normanni avessero cognizione di una leggenda che poneva Artù nell'interno di un monte: approdati in Sicilia, essi non ebbero a fare un grande sforzo di fantasia per porre l'eroe entro il massimo monte dell'isola. Può darsi ancora che, prima d'approdarvi, essi avessero una generale notizia della possibile rimozione e dimora degli eroi nell'interno di un monte, o una particolare notizia di alcuno eroe in tal modo rimosso e dimorante, e che, trovatisi in presenza del meraviglioso vulcano, pensassero senz'altro di trasporvi il re Artù. Se parecchi poemi francesi pongono la scena della loro azione in Sicilia; se in molti altri la Sicilia è ricordata; se di parecchi si può ragionevolmente congetturare che sieno stati composti nell'isola[555], noi dobbiamo esserne grati, soprattutto, ai Normanni; e dai Normanni dobbiam riconoscere la leggenda arturiana che Gervasio da Tilbury fu primo a raccogliere e a tramandare.
NOTE
[513]. Explanatio in prophetias Merlini, l. III, c. 26.
[514]. Vedi Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, ediz. Henschel, s. v. Arturum expectare.
[515]. Vedi Raynouard, Choix des poésies originales des troubadours, Parigi, 1816-21, t. II, p. 129, col. 2ª; p. 255, col. 2ª; Birch-Hirschfeld, Ueber die den provenzalischen Troubadours des XII. und XII. Jahrhunderts bekannten epischen Stoffe, Halle a. S., 1878, pp. 58-4. Vedi inoltre, intorno alla credenza, Ag. Thierry, Histoire de la conquête de l'Angleterre par les Normands, 3ª ediz., Parigi, 1830, vol. I, p. 22; De la Rue, Essais historiques sur les bardes, les jongleurs et les trouvères normands et anglo-normands, Caen, 1834, t. I, p. 73; San-Marte, Gottfried's von Monmouth Historia regum Britanniae, ecc. Halle, 1854, pp. 417 sgg.
[516]. Arrighetto, ovvero trattato contro all'avversità della Fortuna, edizione del Manni, Firenze, 1730, pp. 9, 23.
[517]. Ap. Pertz, Scriptores rerum germanicarum, t. XVIII, p. 796.