Nel più antico poema pervenuto intero sino a noi, il racconto procede nel modo che segue[651]. Dopo lunga e faticosa navigazione, il duca Ernesto e i compagni suoi giungono in vista di un arduo monte, alle cui falde spesseggia come una gran selva di alberi di nave. Uno dei nocchieri, avendo riconosciuta la natura del monte, il quale s'alza fuori dalle onde pigre del mare coagulato, annunzia al duca e agli altri la rovina irreparabile. Alla forza attrattiva della calamita non è possibile di resistere: tutti quegli alberi sono di navi naufragate; la morte per fame attende i naufraghi. Udito così tristo annunzio, il duca senza smarrirsi, parla amorevole ai suoi, li esorta a innalzar l'anima a Dio, a pentirsi d'ogni errore commesso, a prepararsi ad entrare, con la divina grazia, nel regno dei cieli. Tutti si conformano alle sue esortazioni, ed intanto la nave, con impetuosissimo corso, s'approssima al monte, e a guisa di un cuneo si caccia tra l'altre navi, molte delle quali sono, per vetustà, marcite, e con ispaventevole fragore, sfondando fianchi e travolgendo rottami, passa oltre, e cozza alla rupe. Le ricchezze perdute che s'offron quivi agli sguardi dei naufraghi son tali e tante che non si posson descrivere. Ma a che giovano? Il monte sorge in mezzo a remotissimo oceano e da nessuna banda si scorge la terra. A poco a poco vengon meno le vettovaglie; l'un dopo l'altro quei valorosi periscon di fame; soppraggiungono i grifoni e ne rubano i corpi, per pascerne i loro nati. Da ultimo rimangon vivi solo il duca e sette compagni, e delle provviste più non avanza se non mezzo pane. Allora il conte Wetzel, illuminato da una miracolosa idea, propone ai soci di avvolgersi in pelli di bue e lasciarsi rapir dai grifoni, non essendovi, fuor di questa, altra speranza di scampo. Il consiglio è accolto con applauso e con giubilo. Vestiti di tutte l'armi, si fanno, primi, cucir nelle pelli il duca ed il conte: vengono a volo steso i grifoni, li levano in aria, li portan di là dal mare. Quando si sentono sul sodo, i due fendono con le spade le pelli, balzan fuori, son salvi. E nella stessa maniera si salvano gli altri, meno uno, che rimasto ultimo, non ha chi lo ajuti ad avvolgersi nella pelle, e muore di fame. Ma, per partirsi dal luogo dove i grifoni li hanno deposti, i superstiti debbono abbandonarsi, sopra una zattera, al corso impetuoso di un fiume sotterraneo, il cui letto è tutto sparso di preziosissime gemme.

Ugone da Bordeaux, il noto eroe della gesta carolingia, corse gli stessi pericoli, si salvò nel medesimo modo; e tra il racconto che narra di lui e quello che narra del duca Ernesto non sono, per questa parte, se non picciole differenze e di poco rilievo[652]. Ugone sopravvive solo ai suoi compagni di sventura, e perciò bisogna che si lasci rapir dal grifone senza ravvolgersi in una pelle di bue, e il grifone lo trasporta in un'isola paradisiaca, dove scaturisce una fonte e maturan pomi che hanno virtù di ridare la giovinezza, e d'onde l'eroe non può altramente partirsi che affidandosi al corso di un fiume sotterraneo, in tutto simile a quello descritto nel poema del duca Ernesto. La differenza maggiore si nota, non tra le avventure dei due cavalieri, ma tra i due cavalieri medesimi. Ernesto affronta impavido il periglio e la morte, incuora e sorregge i suoi: Ugone piange, si dispera, sviene, è confortato dai suoi, scambia i grifoni per diavoli. Egli è di quella picciola schiera di eroi, non meno timorati e piagnucolosi che prodi, a cui appartengono anche Ugone d'Alvernia e Guerino il Meschino.

Non è chi non avverta subito la somiglianza grandissima che questi racconti occidentali, oltrechè col racconto del terzo calendero, hanno con quello del sesto viaggio di Sindbad il navigatore, quale si legge pur esso nelle Mille e una Notte. Anche la nave di Sindbad è tratta irresistibilmente verso un monte le cui radici sono ingombre di rottami di navi naufragate e d'infinite ricchezze; anche Sindbad, solo sopravvissuto ai compagni periti di fame, scampa, lasciandosi trascinare, sopra una zattera, da un fiume copioso di gemme, che scorre sotterra. E io credo che i racconti occidentali porgano, se non una prova, un indizio, che il racconto orientale è, in certo punto, difettoso o alterato, e dieno anche modo di restituirlo alla integrità e sincerità primitiva. Sindbad non dice che il monte ov'ei naufragò sia il Monte della Calamita; ma che tale fosse veramente in origine parmi si possa argomentare dalle particolarità stesse della descrizione, e dai collegamenti che hanno i varii racconti tra loro. Per le ragioni medesime credo s'abbia ad identificare col Monte della Calamita la montagna smisurata, e lucida come se fosse di acciajo forbito, verso la quale è trascinata la nave di Abulfauaris nei Mille ed un Giorno. A questo proposito un riscontro curioso e notabile. Nella storia prosastica latina del duca Ernesto si dice che il Monte della Calamita sorgeva tutto corrusco dall'onde, come se fosse di fiamma viva[653].

Molti altri eroi, oltre al duca Ernesto e ad Ugone da Bordeaux, corsero questa memorabile e gloriosa avventura. Ho già accennato a racconti intessuti nella Gudruna, nel Reinfrit von Braunschweig, nel Jüngere Titurel, in una tarda redazione dell'Ogier, ecc.: ricorderò ancora la storia tedesca di Enrico il Leone, e una redazione, pure tedesca, del viaggio di quel San Brandano cui nessuno dei miracoli del mare doveva rimanere occulto[654]. La molteplicità e varietà di sì fatti racconti mostrano quanto diffusa e celebre fosse in Europa l'antica favola nata in Oriente, la favola che il Goethe ricordava d'avere udito narrare quand'era ancora fanciullo.

NOTE

[620]. Historia naturalis, l. II, cap. 98 (ediz. Lemaire, Parigi, 1827-32): «Duo sunt montes juxta flumen Indum: alteri natura est, ut ferrum omne teneat, alteri ut respuat. Itaque si sint clavi in calceamento, vestigia avelli in altero non posse, in altero sisti». Nel l. XXXVI, cap. 25, lo stesso Plinio, parlando della calamita, dice: «Magnes appellatus est ab inventore (ut auctor est Nicander) in Ida repertus: namque et passim invenitur, ut in Hispania quoque. Invenisse autem fertur, clavis crepidarum et baculi cuspide haerentibus, quum armenta pasceret». Può nascer dubbio se questa seconda notizia non si riferisca all'uno de' monti a cui si riferisce la prima. Alcuni codici della Historia recano in India anzichè in Ida, e in India deve aver letto Isidoro da Siviglia, il quale nel l. XVI, cap. 4 delle Etymologiae scrisse: «Magnes, lapis indicus, ab inventore vocatus. Fuit autem in India ita primum repertus: clavis crepidarum, baculique cuspidi haerens, quum armenta idem Magnes pasceret: postea et passim inventus». I versi di Nicandro, che potrebbero sciogliere il dubbio, andarono perduti; ma notisi che nei lapidarii, e in altri trattati la calamita è comunemente ricordata come pietra dell'India.

[621]. Geographia, l. VII, cap. 2.

[622]. Versione latina: «Mille vero, aut eo circiter, insulae (nisi falsum est quod fertur) isti insulae (Taprobanae) circumjacent, quas Mare rubrum interfluit: ibique, in insulis quae vocantur Maniolae, magnes lapis nascitur, ferri attractor, apud quas siqua navis ferreis armata clavis advenerit, virtute lapidis illico adducitur et in cursu sistitur. Ideoque in Taprobanem profecturi, navigiis in eum specialiter usum clavis ligneis compactis utuntur». Palladius, De gentibus Indiae et Bragmanibus; S. Ambrosius, De moribus Brachmanorum; Anonymus, De Bragmanibus, Londra, 1665, p. 4.

[623]. «Hic ille, quem Magnetem appellant, reperitur lapis, qui ferri naturam ad se vi sua trahere dicitur. Cum ergo navis aliqua clavos habens ferreos illic applicuerit, illico retinetur, nec quoquam ire permittitur, vi nescio quadam lapidis occulta impediente, ob id naves ibi ligneis clavis construi dicebat». P. 59. Ciò si dice a proposito delle isole Maniole, trasformate, forse per error di scrittura, in Mammole, e sulla fede di un Tebeo Scolastico, il quale sarebbe stato in India.

[624]. L. III, cap. 7, ediz. di Carlo Müller, Parigi, 1846, p. 103.