[180]. I diavoli che tormentavano San Gutlac (m. 714) sono, per citare un esempio, così descritti: Erant enim aspectu truces, forma terribiles, capitibus magnis, collis longis, macilenta facie, lurido vultu, squallida barba, auribus hispidis, fronte torva, trucibus oculis, ore foetido, dentibus equinis, gutture flammivomo, faucibus tortis, labro lato, vocibus horrisonis, comis combustis, buccula crassa, pectore arduo, femoribus scabris, genibus nodosis, cruribus uncis, talo tumido, plantis aversis, ore patulo, clamoribus raucisonis. (Acta Sanctorum, Apr., t. I, p. 42). Confronta con questi i diavoli veduti da S. Furseo che avevan capi come caldaje di rame. (Acta Sanctorum, Genn., t. II, p. 37. Avverto che l'edizione degli AA. SS. da me citata è sempre quella di Venezia). A cominciare dall'XI secolo la figura del diavolo si fa sempre più mostruosa, e raccoglie in sè, accozza e sovrappone tutte le possibili forme e parvenze del brutto, dello sconcio, dell'orrendo. La pittura e la scoltura, quasi per dare immagine della ingenita disarmonia della natura diabolica, a gara congiunsero nei corpi maledetti le forme più disparate e più repugnanti dell'umano e del bestiale, trasmodando spesso nella più pazza caricatura, e preparando le paurose e in un comiche immaginazioni di Gerolamo Bosch, di Pietro Breughel, di Giacomo Callot e di Salvator Rosa. Per la figura attribuita ai demonii nel medio evo, vedi Von Blomberg, Studien zur Kunstgeschichte und Aesthetik, P. I: Der Teufel und seine Gesellen in der bildenden Kunst, Berlino, 1867, pp. 25-53; Wessely, Die Gestalten des Todes und des Teufels in der darstellenden Kunst, Lipsia, 1876, pp. 75-92; Twining, Symbols of early christian art, Londra, 1860, tav. LXXV-LXXX; Wright, A History of Caricature and Grotesque in Literature and Art, Londra, 1875, cc. III, IV, XVII e passim.
[181]. Inf., XXXIV, 18.
[182]. Inf., XXXIV, 28 sgg.
[183]. Vedi Didron, Iconographie chrétienne. Histoire de Dieu (Collection de documents inédits de l'histoire de France), Parigi, 1843, pp. 543-6; Didron et Durand, Manuel d'iconographie chrétienne, Parigi, 1845, p. 78; Viollet-Le-Duc, Dictionnaire raisonné de l'architecture, Parigi, 1867-68, s. v. Trinité. Non è dunque il caso di ricordarsi con l'Ozanam, Op. cit., p. 108, di Ecate Triforme, e nemmeno è da ricordarsi di Cerbero, sebbene Cerbero possa aver suggerito l'idea di un demonio, non con tre facce, ma con tre teste. Al ricordo di Cerbero è dovuto probabilmente il tricefalo Beelzebub che si ha in una omelia di Eusebio di Alessandria (sec. VI?) e altrove (Piper, Op. cit., vol. I, p. 403). Giovanni Wier dice che il demonio Bael ha tre teste, una di rospo, l'altra d'uomo, la terza di gatto (Pseudomonarchia daemonum, Opera, Amsterdam, 1660, p. 650).
[184]. Vedila riprodotta nella citata opera del Wright, p. 56.
[185]. Inf., III, 5-6.
[186]. Caravita, I codici e le arti a Montecassino, Montecassino, 1869 sgg., vol. I, pp. 245 sgg.
[187]. Didron et Durand, Op. cit., p. 78. Se la figurazione in discorso era già familiare alle arti rappresentative, prima che Dante la recasse nel suo poema, si vede quanto bisogni andar guardinghi nell'asserire che il tale o tale altro pittore contemporaneo di Dante, o di poco posteriore, da Dante appunto ne abbia tratto il concetto. Ciò si afferma comunemente di Giotto, dell'Orcagna, dell'incerto, che nel Campo Santo di Pisa dipinse il Giudizio Universale, di altri. Quanto all'Orcagna non può esservi dubbio, perchè il Lucifero da lui dipinto nella Cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella di Firenze, risponde a capello al Lucifero dantesco, meno la particolarità di un serpente che il pittore attorcigliò al braccio destro del suo demonio, e di cui non è cenno nel poeta. (Cfr. Dobbert, Orcagna, nella raccolta del Dohme, Kunst und Künstler des Mittelalters und der Neuzeit, Lipsia, 1875 sgg., t. II, P. I, p. 63). Ma la cosa va altrimenti pel Lucifero che con sola una bocca divora i dannati, dipinto da Giotto nell'Oratorio degli Scrovegni, nell'Arena di Padova, e per quello che campeggia nel Giudizio Universale del Campo Santo di Pisa. Rispetto al primo basterebbe avvertire che gli affreschi di Giotto in Padova sono anteriori alla Divina Commedia. Ad ogni modo nota in proposito G. G. Ampère: La tradition veut que le Giotto ait exprimé dans ces peintures les idées de Dante; elle ajoute même que le peintre était venu à Padoue tout exprès pour y voir le poëte. Le premier coup d'oeil donné au Jugement dernier peint par le Giotto sur un des murs de l'Arena, montre l'erreur de cette supposition. (Voyage dantesque. La Grèce, Rome et Dante, études littéraires, nuova edizione, Parigi, 1859, p. 333). Nulla più plausibile, del resto, mi sembra l'opinione espressa dal Jessen, Die Darstellung des Weltgerichts bis auf Michelangelo, Berlino, 1883, pp. 44, 49, che Dante abbia tolta da Giotto l'idea del suo Lucifero. Rispetto al Lucifero del Campo Santo di Pisa, basta far osservare: che esso è senz'ali; seduto tra le fiamme, e non confitto nel ghiaccio; che ha un peccatore in ciascuna mano; che altri peccatori gli escon dal corpo, o gli entran nel corpo, per due aperture, nell'epigastrio e nell'inguine; ch'egli ha il corpo rivestito di ferrea armatura; il tutto conformemente a figurazioni già ricevute nell'arte. E pure dice lo stesso Ampère, Op. cit., p. 239, che questo Lucifero è ritratto da quello di Dante. Una bocca nell'epigastrio, o nell'inguine, ha anche il Lucifero veduto da Guerino il Meschino. Cf. Renier, Op. cit., p. cix. Vedi pure Thode, Franz von Assisi und die Anfänge der Kunst der Renaissance in Italien, Berlino, 1885, p. 460.
[188]. Decam., gior. VIII, nov. 9. Che dovesse essere un Lucifero maciullator di dannati, si rileva dalle parole che il Boccaccio pone in bocca a Bruno: «O me!... maestro, che mi domandate voi? egli è troppo gran segreto quello che voi volete sapere, et è cosa da disfarmi e da cacciarmi del mondo; anzi da farmi mettere in bocca del Lucifero da San Gallo, se altri il risapesse...».
[189]. Così notò il Fanfani nella edizion del Decamerone da lui procurata. Io non ho agio di compulsar tutti i numerosi libri dello scrittor veneziano, e però non posso dire in quale di essi la notizia si trovi. Nel Ritratto delle più nobili et famose città d'Italia, là dove si parla di Firenze, non n'è cenno.