Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo Merula, nella sua Cosmographia generalis: «Nel Piceno, di fianco al Monte Vittore, dalla parte che guarda a Oriente, è un lago nobilitato dalla fama, detto Nursino. Dice il volgo ignorante che in esso nuotano i diavoli, e ciò perchè quelle acque si vedono con perpetui moti salire e calare a vicenda, non senza grandissima ammirazione di coloro che ne ignoran la causa». Riferisce ancor egli, come l'Alberti, quanto aveva già detto il Razzano; ma non fa parola di Pilato[349]. Sembra del resto che queste leggende norcine cominciassero allora, o poco dopo, a perdere della loro celebrità, perchè non se ne trova cenno in una poesia che in vituperio di Norcia scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio, andatovi per sua sciagura prefetto[350], e nemmeno nei due capitoli che a Pilato e a Norcia consacrò il Marucelli nel suo sterminato Mare magnum, che manoscritto si conserva in Firenze nella biblioteca da lui nominata[351].

Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non so, nè vorrei affermare che qualche concorso di elementi e qualche suggestione non le sieno venuti d'oltr'alpe. Essa ha perduto ormai ogni celebrità, e appena ne rimane qualche vestigio tra il popolo di quella provincia[352]; e mentre il Monte di Pilato presso Lucerna è cognito a tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visitatori, son ben pochi coloro che conoscano l'esistenza di un monte e di un lago di Pilato fra gli Apennini, nel cuore d'Italia.

NOTE

[321]. Vedi Mone, Die Sage von Pilatus, nell'Anzeiger für Kunde der teutschen Vorzeit, annata 1835, coll. 421 sgg., e nell'annata 1838, coll. 526 sgg.; Du Méril, Poésies populaires latines du moyen-âge, Parigi, 1847, pp. 340 sgg.; Massmann, Der keiser und der kunige buoch oder die sogenannte Kaiserchronik, Quedlimburgo e Lipsia, 1849-54, vol. III, pp. 573 sgg., 594 sgg.; Creizenach, Legenden und Sagen von Pilatus, nei Beiträge zur Geschichte der deutschen Sprache und Literatur, vol. I (1873), p. 89 sgg.; Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo, Torino, 1882-3, vol. I, pp. 345 sgg., 370 sgg. Per la bibliografia della leggenda vedi Herzog, Theologische Realencyclopädie, Gotha, 1859, XI, 663. Vedi pure una recensione che di questo mio scritto, quando lo pubblicai la prima volta, fece F. Torraca nella Nuova Antologia, serie 3ª, vol. XXV (1890: Rassegna della letteratura italiana). Debbo ad essa alcune correzioni.

[322]. L. III, cap. 1. Guglielmo Capello, nell'inedito suo commento al poema (ms. della Nazionale di Torino N, I, 5, f. 94 v.) nota solo: Scharioto è una villa de Ascoli ove nacque Juda che fu discipulo di Christo e poi il tradì. Di questo Scariotto fa pure ricordo il cronista e novelliere Giovanni Sercambi: vedi Novelle inedite di Giovanni Sercambi tratte dal codice trivulziano CXCIII per cura di Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. lvii e 218.

[323]. Domus Pilati, palatium Pilati, anche casa di Crescenzio e casa di Cola di Rienzo. Era una torre presso Ponte Rotto. A Nus, in Val d'Aosta, un castello della seconda metà del secolo XII si chiama Château de Pilate. «On appelle ces ruines le château de Pilate, et ce n'est pas sans une répugnance manifeste que les habitants du pays prononcent le nom de ce Romain, détestable complice de la mort de Notre-Seigneur». Così in un suo libro intitolato La Vallée d'Aoste, Parigi, 1860, pp. 163-4, Edoardo Aubert, il quale ricorda pure una tradizione, secondo cui Pilato, recandosi a Vienna, sarebbe passato per la Val d'Aosta, sostando in casa di un senatore romano suo amico. Debbo questa notizia alla cortesia del barone Bollati di St. Pierre. L'egregia signora Caterina Pigorini Beri mi avverte gentilmente che, secondo tradizioni tuttora vive nel mezzogiorno d'Italia, Giuda e Pilato sarebbero stati calabresi; che Pilato si fa nascere anche in Ponza (d'onde Ponzio) ecc. Una tradizione friulana indica quale patria di Pilato il villaggio d'Imponzo. Vedi nelle Pagine Friulane, anno III (1890), num. 4, una nota intitolata Le leggende intorno a Pilato.

[324]. Io sorpasso a tutto ciò molto rapidamente, e senza entrare in disamine e in discussioni che sarebbero, per sè, opportune e necessarie, ma che non fanno ora al proposito mio. Vedi gli scritti circa la leggenda citati più sopra.

[325]. Evangelia apocrypha, Lipsia, 1853, pp. 432-5.

[326]. Cognita Caesar morte Pilati dixit: Vere mortuus est morte turpissima, cui manus propria non pepercit. Moli igitur ingenti alligatur et in Tiberim fluvium immergitur. Spiritus vero maligni et sordidi, corpori maligno et sordido congaudentes, omnes in aquis movebantur, et fulgura et tempestates, tonitrua et grandines in aere terribiliter gerebant, ita ut cuncti timore horribili tenerentur. Quapropter Romani ipsum a Tiberis fluvio extrahentes, derisionis causa ipsum in Viennam deportaverunt et Rhodani fluvio immerserunt: Vienna enim dicitur quasi via Gehennae, quia erat tunc locus maledictionis. Sed ibi nequam spiritus affuerunt, ibidem eadem operantes. Homines ergo illi tantam infestationem daemonum non sustinentes vas illud maledictionis a se removerunt et in quodam puteo montibus circumsepto immerserunt, ubi adhuc relatione quorumdam quaedam diabolicae machinationes ebullire dicuntur.

[327]. Legenda aurea vulgo historia lombardica dicta, rec. Th. Graesse, Dresda e Lipsia, 1856, cap. liii, p. 235.