Cum gladiatorum pugnas spectare liberet[689].

Per ogni altro rispetto l'epiteto di neroniano non si addiceva allo smeraldo, che era tenuta gemma amica della castità.

Quasi ricordo delle magnificenze della Casa Aurea, Ranulfo Higden descrive nel Polychronicon il cielo di bronzo che Nerone si fece costruire, e il quale altro non è che una copia del cielo di Cosroe, di cui è un'altra copia quello del Colosseo[690].

Le dissolutezze e le lascivie di Nerone sono quelle che più offendono la coscienza cristiana e più attraggono l'attenzione nel medio evo. Non si dimentichi che secondo una credenza assai antica, giacchè si trova riferita da San Girolamo, la notte che Cristo nacque morirono subitamente tutti i sodomiti sparsi sulla faccia della terra, e ciò perchè non fosse insozzata di tanta turpitudine la umana natura il giorno in cui, di essa rivestito, nasceva il figliuolo di Dio. Si ricordava che Nerone era stato marito del giovane Sporo e moglie dei due liberti Pitagora e Doriforo; si ricordava aver egli promesso onori e premii singolari a chi potesse convertirgli in femmina l'amasio; si sapeva essere egli stato di così focoso temperamento e di tanta libidine, che, per moderarsi alquanto, gli conveniva fare uso di unguenti refrigeranti[691]. Di nessun altro imperatore si narrano tante particolarità quante di Nerone. Il vizio di lui più appariscente e più caratteristico, la lussuria mostruosa, finisce per inspirare una leggenda assai strana, ma nella sua stessa stranezza significantissima; la leggenda, cioè, della gravidanza di Nerone. Nerone, non sapendo oramai che altro immaginar di nuovo, da chetare alquanto la stravolta sua fantasia, vuole impregnare e partorire; chiama i suoi medici, e ingiunge loro, sotto pena della morte, di appagare il suo desiderio. I medici, per torsi d'impaccio, gli fanno trangugiare in un beveraggio una piccola rana, che gli cresce in corpo, e ch'egli vomita dopo certo tempo. Questa è la sostanza della favola che si trova narrata con varianti di poco conto da molti. La Graphia e Martino Polono ne fanno ricordo, ma senza insistervi sopra. Forse il più antico monumento letterario in cui essa si trovi narrata è la Kaiserchronik, che vi spende intorno una quarantina di versi[692]. Giacomo da Voragine la riporta molto distesamente, dicendo di trarla da una storia apocrifa, della quale non so che si abbia altrimenti notizia. Ecco le sue proprie parole[693]: «Rursus Nero nefaria mentis insania ductus, ut in eadem hystoria apocrypha reperitur, matrem occidi et scindi jussit, ut videret, qualiter in ejus utero fovebatur, physici vero eum de matris perditione arguentes dicebant: jura negant et fas prohibet, ut filius matrem necet, quae ipsum cum dolore peperit, et cum tanto labore et sollicitudine enutrivit. Quibus Nero: faciatis me puero impraegnari et postea parere, ut, quantus dolor matri meae fuerit, possim scire. Hanc insuper voluntatem pariendi conceperat eo, quod per urbem transiens quandam mulierem parientem vociferantem audiverat. Dicunt ei: non est possibile quod naturae contrarium est, nec est facile, quod rationi non est consentaneum. Dixit ergo iis Nero: nisi me feceritis impraegnare et parere, omnes vos faciam crudeli morte interire. Tunc illi eum impotionantes ranam sibi occulte ad bibendum dederunt, et eam artificio suo in ejus ventre excrescere fecerunt, et subito venter ejus naturae contraria non sustinens intumuit, ita ut Nero se puero gravidum aestimaret, faciebantque sibi servare diaetam, qualem nutriendae ranae noverant convenire dicentes, quod propter conceptum talia eum observare oporteret. Tandem nimio dolore vexatus medicis ait: accelerate tempus partus, quia languore pariendi vix anhelitum habeo respirandi. Tunc ipsum ad vomitum impotionaverunt, et ranam visu terribilem, humoribus infectam et sanguine edidit cruentatam, respiciensque Nero partum suum ipsum abhorruit, et mirabatur adeo monstruosum, dixerunt autem quod tam difformem fetum protulerit, ex eo, quod tempus partus noluerit expectare. Et ait: fuine talis de matris egressus latibulis? Et illi: etiam. Praecepit ergo, ut fetus suus aleretur et testudini lapidum servandus includeretur. Haec autem in chronicis non leguntur, sed apocrypha sunt». Detto come i Romani cacciassero Nerone, Giacomo da Voragine soggiunge: «Redeuntes igitur Romani, ranam in testudine latitantem invenerunt, et ipsam extra civitatem projicientes, combusserunt. Unde et pars illa civitatis, ut aliqui dicunt, ubi rana latuerat, Lateranensis nomen accepit».

Matteo di Westminster inserisce nei Flores historiarum l'intero racconto del Voragine, mentre lo abbrevia nel Polychronicon[694] Ranulfo Higden, che malamente cita a questo proposito Martino Polono. Dal Voragine attingono inoltre Giovanni da Verona nella Historia Imperialis, e lo Scozzese Barbour (c. 1316 — c. 1395) nella sua Leggenda di S. Paolo[695]. Enenkel, diluendo, com'è da credere, il succinto racconto della Kaiserchronik, narra in 380 versi, con l'aggiunta di molte particolarità, e collegandovi da ultimo la morte di Nerone, tutta la strana avventura[696]. Secondo Enenkel, Nerone chiama a sè settantadue medici e fa intendere loro il suo desiderio. Questi da prima si scusano, ma minacciati di morte, e rinchiusi in un carcere, ricorrono all'espediente del beveraggio e della rana, poi, liberati e largamente premiati, se ne fuggono. La gravidanza facendosi assai tormentosa, Nerone chiama altri medici, e con l'ajuto dell'arte loro vomita il mal concepito figliuolo, al quale tosto provvede una nutrice perchè lo allevi, e dà per compagni i figliuoli di tutti i principi che si trovano in Roma. Celebra poscia una festa solenne a cui intervengono settantadue re, e fa girare per Roma la nutrice e la rana in un carro di argento con le ruote d'oro, tempestato di gemme, adorno di un magnifico baldacchino, e tirato da un cervo addomesticato. Nel passare un ponte la rana salta nell'acqua e sparisce. Nerone, furibondo, fa mettere a morte la balia e quindici giovanetti, figli di principi. Allora i padri si ribellano, segue una gran battaglia, e Nerone, vinto, si fa uccidere da uno de' suoi capitani. I principi vincitori edificano il Laterano. Nel Libro Imperiale si dice che Nerone volle impregnare perchè dubitava della fedeltà della moglie: «et chomandò a' filosofi che lo fesono ingravidare acciò che partorisse uno figliuolo maschio che si rassomigliassi a lui, perchè dubitava che la donna sua non partorisse figliuoli legittimi. Et questi filosofi per fare il suo mandato li missono in corpo una ranochia»[697]. Giovanni d'Outremeuse dice che Nerone mise a morte i dodici medici che l'avevano fatto ingravidare[698].

Al parto stravagante di Nerone si lega, come abbiamo veduto, l'origine del Laterano. La Kaiserchronik fa derivare il nome di Latarân da lata rana, giacchè, quando Nerone spregnò, i presenti, veduto il feto, gridarono: Lata rana[699]. La Graphia[700], e il Voragine fanno derivare Lateranum da latere e rana, latente rana, latitante rana. Martino Polono, o dalla situazione del palazzo, o dalla rana secretamente partorita da Nerone[701]. La residenza di Nerone si poneva, o in Vaticano, o in Laterano; ma più spesso qua che là; del che poteva forse essere cagione una qualche vaga reminiscenza di relazioni di esso Nerone col palazzo Lateranense. Tacito parla di una congiura contro Nerone, della quale era capo Plauzio Laterano[702], e Giovenale dice che, scoperta la congiura, Nerone s'impadronì del palazzo che Laterano aveva fatto costruire per la sua famiglia[703].

Per ciò non sarebbe senza qualche fondamento la congettura che facesse derivare la intera leggenda della gravidanza di Nerone dalla fantastica etimologia del nome del Laterano, e la conforterebbero esempii senza numero di leggende nate nel medesimo modo. Tuttavia io credo piuttosto che il nome di Laterano altro non abbia suggerito che la rana, e che il fondo stesso di quella finzione, cioè la gravidanza, abbia ragioni meno fortuite e più consistenti. La popolare fantasia non poteva inventare una leggenda che meglio di questa si attagliasse a Nerone, il più insaziabile dei dissoluti, il più pazzo ricercatore di novità mostruose che la storia ricordi; ed io non conosco nessun'altra leggenda che meglio e più opportunamente di questa illustri la storia. Il sovvertimento di ogni ordine di natura, in che colui si compiaceva, è in essa colto e rappresentato al vivo. Lo stesso ridicolo che vi è profuso si conviene mirabilmente all'istrione coronato, che in mezzo alle maggiori atrocità conserva sempre un non so che di melenso e di giullaresco. Nerone, diventato Calandrino, è Nerone perfetto. Del resto, la leggenda stessa poteva trovare occasione ed appiglio nella storia autentica, o tale creduta: narrasi, in fatto, che un soldato, interrogato una volta che cosa facesse Nerone, rispose: Partorisce; giacchè in un'azione scenica simulava per l'appunto un parto. Inoltre si vuol ricordare come in un luogo dell'Apocalisse dicasi che dalla bocca del Drago, cioè Satana, della Bestia, cioè Nerone, e del falso profeta escono tre spiriti impuri somiglianti a rane. Nè fu Nerone il solo che operasse questo miracolo di mettere al mondo una rana. Negli Annales Corbejenses, ad a. 1026, si narra: «Mendica in littore Visarab sub saliceto duos simul peperit filios perfecte sanos, aliquot ranas et grandem lacertum: ipsa etiam valida et sana». Di un tristo che, confessatosi, vomitò sette rospi, narra Tommaso Cantipratense[704]. Di una matrona di Fiandra che inghiottì, bevendo, un serpe, e lo partorì poi insieme con un bambino, racconta Cesario di Heisterbach[705].

Ma, come vive la memoria delle sceleraggini che solo hanno termine con la morte, così vive ancora la memoria de' buoni principii di Nerone, e si giunge anzi a fare di lui un amico di Cristo e quasi un credente, con l'intenzione, oltrechè di mostrare, sin dal principio, un imperatore amico del cristianesimo, forse ancora di rendere più odiosa la mala vita che egli condusse di poi, e darle quasi carattere di apostasia. Racconta Suida che Nerone, essendo ancor giovane attendeva allo studio della filosofia, e parlava di Cristo, il quale credeva fosse ancora tra gli uomini. Saputo che i Giudei l'avevano crocifisso n'ebbe grande sdegno, e fece venire a sè, stretti in catene, Anna, Caifasso e Pilato, e quei due primi, udita in Senato la narrazione dei fatti, assolse, Pilato, per contro, fece decapitare[706]. Ma che Nerone fece mettere a morte Pilato, assai prima che da Suida, si trova barrato da Giovanni Malala[707]. Notisi tuttavia che qui si attribuisce a Nerone quanto la più vulgata leggenda attribuisce, come vedremo nel seguente capitolo, a Tiberio, fatto probabilmente lo scambio per la già notata ragione del nome comune ad entrambi. Il seguente racconto si legge in un Liber de inventione ymaginis salvatoris delato navigio Rome per Velosianum, che manoscritto si conserva in Roma nella Vallicelliana[708]: «Eodem tempore suscepit imperium romanum Gaius cesar, et post hunc Nero cesar. Post aliquantos autem annos venerunt discipuli Jhesu Christi ad urbem Romam. Venit et quidam homo samaritanus nomine Simon, in arte magica nimis eruditus, in quo demonia habitabant multa, qui se deum et dei filium dicebat, et ipse apud Judeos fuisset passus, mortuus et sepultus, et tercia die asserebat se surrexisse. Set dum Neroni Cesari nunciatum fuisset de Jhesu Christo filio dei vivi, et omnia que de eo acta sunt apud Judeos, nunciatum est ei etiam de Pilato. Qui statim direxit milites suos in Amerinam civitatem, et Pilatum ad se accerseri precepit. Et cum ei presentatus fuisset narravit Neroni omnia que de Jhesu Nazareno gesta sunt, presentavitque et discipulos eius Petrum et Paulum. Qui dixerunt Cesari: Bone imperator, omnia ista facta sunt per Jhesum Christum dominum nostrum filium dei. Nam iste Simon magus plenus est mendaciis et diabolicis artibus, in tantum ut dicat se esse deum cum sit homo pollutus, et filium dei se ausus est dicere, in quo nos omnes sumus cultores, per deum et hominem quem assumpsit illa divina maiestas irreprehensibilis, que omnibus hominibus dignata est subvenire. In isto vero Simone duo substantiae esse cognoscuntur, non dei et hominis, set diaboli et hominis, quia ipse seductor per hominem hominibus impedire conatur. His auditis Nero imperator, interrogans Pilatum si vera essent que a Petro audiebantur, respondit Pilatus: Vera sunt omnia que a Petro in vestris auribus sonuerunt. Post hoc autem, propter circumcisionem suam Pilatus, quam a Judeis acceperat in corpore suo, iterum in Amerinam civitatem in exilium a Nerone cesare directus est, ibique animam exalavit. Hec omnia scripta sunt qualiter dampnatus est Pilatus a Tiberio augusto qui credidit in Jhesum Christum dominum nostrum, et baptizatus est atque salvatus, et ab hac luce sublatus est. Nero vero interfector martirum impius et paganus a diabolo percussus interiit, quemadmodum prius a diabolo interemptus fuit Simon».

La leggenda pretende che Nerone fece morire San Pietro e San Paolo per vendicare l'amico suo Simon Mago, che in una gara col principe degli apostoli era rimasto vinto, ed aveva poi perduto la vita nell'ultima prova del volo miracoloso. Tutta questa storia, che io non istarò a riferire altrimenti, è narrata per disteso nell'operetta di un preteso discepolo di San Pietro, per nome Marcello, intitolata De conflictu Simonis Petri et Simonis Magi[709], d'onde passa nei Leggendarii, nelle cronache, e in altre scritture senza numero[710]. I lineamenti principali di essa si trovano già in uno scrittore cristiano del secondo secolo, Egesippo. La leggenda rappresenta Nerone e Simone come amicissimi: «Symon autem magus in tantum a Nerone amabatur, quod vitae ejus et salutis et totius civitatis custos sine dubio putabatur», dice Giacomo da Voragine. Simone faceva trasecolare Nerone coi miracoli più stravaganti. Un giorno, stando dinnanzi a lui, prese a trasmutarsi per modo che, ora vecchio, ora giovane si mostrava. Pregò Nerone lo facesse decollare, perchè sarebbe risuscitato in capo di tre dì, e ponendo in suo luogo un ariete fece credere d'aver mantenuta la promessa. Per questi, e per altri prodigi, Nerone lo teneva veramente, qual egli si spacciava, figlio di Dio. Un giorno, mentr'egli trovavasi in compagnia dell'imperatore, un demonio, assunto il suo aspetto, arringava il popolo, così che questo cominciò ad averlo in grande venerazione, e gli eresse una statua con l'iscrizione: Symoni Deo sancto[711]. Dopo il martirio San Paolo apparisce a Nerone in pien consiglio e gli annunzia la morte eterna: Nerone allora fa liberare San Barnaba insieme co' suoi compagni. Nel mistero francese degli Atti degli Apostoli, composto verso il 1450 dai fratelli Gresban, è San Pietro quegli che, per ben due volte, apparisce a Nerone, il quale cade in profonda melanconia, ed è bastonato dagli angeli[712]. In un altro mistero francese, intitolato Le martyre de saint Pierre et saint Paul[713], tutt'a due i santi appariscono a Nerone, contro a cui il popolo, sdegnato del loro supplizio, si è ribellato.

Narrata la vita sceleratissima del tiranno, se ne narra anche la morte ignominiosa, e, com'è naturale, si aggiunge al vero più di un particolare fantastico. Secondo la più comune opinione il tristo imperatore si uccide da sè, o con una spada, o con un palo che egli stesso ha rabbiosamente aguzzato co' denti[714]. Nel citato mistero dei fratelli Gresban si uccide per consiglio di Satana, e prima di morire invoca i demonii.