Di Tito narrano parecchi che, avendo fatto morire ingiustamente un cavaliere, si diede da sè in mano della vedova. Cedreno racconta[835] che Tito essendo un giorno, dopo lungo cammino, caduto in deliquio, fu ucciso dal fratello Domiziano, che, fingendo di volergli recare soccorso, lo chiuse in una cassa piena di neve.
Appendici al Capitolo XI.
APPENDICE A.
Nota sulle versioni e redazioni che della leggenda della Vendetta di Cristo si hanno nelle varie letterature d'Europa.
Non è, nè può essere intendimento mio di parlare in questa nota di tutte le numerosissime versioni e redazioni che, manoscritte e a stampa, si hanno nelle letterature del medio evo; ma solo di ordinare alcuni appunti, accompagnandoli di qualche breve considerazione, come corredo non inutile alla trattazione che precede.
Redazioni latine. — Le redazioni latine sono quelle di cui si è già discorso, la Cura sanitatis Tiberii, la Vindicta Salvatoris, la Mors Pilati, il poema De vita Pilati, ecc. Il racconto passa, com'è naturale, nei Leggendarii latini. Giacomo da Voragine lo riporta due volte, nel c. LIII(51) De passione Domini, e nel c. LXVII(63) De sancto Jacopo apostolo. Nel primo egli attinge da una storia di Pilato che potrebb'essere il poema latino già ricordato; nel secondo da un racconto forse andato perduto, nel quale il principio era tolto dalla Vindicta Salvatoris, ma era soppressa poi tutta quella parte che riguarda Tiberio e la Veronica, aggiunte invece molte altre cose, tolte dalle Storie di Giuseppe Flavio e d'altronde. La leggenda passa anche nelle Cronache latine, delle quali mi basterà ricordare il Liber de temporibus et aetatibus ad perpetuam rei memoriam di Sicardo, dove la narrazione, derivata dalla Vindicta, occupa quasi dieci colonne del manoscritto in folio dell'Estense VI, H, 5. Sotto varii nomi si trovano qua e là per le Biblioteche non pochi racconti latini che forse sono tutt'uno coi precedenti, forse, in parte, sono da quelli diversi. La Bodlejana possiede una Punitio Pilati et revelatio imaginis Christi. Tra i manoscritti della Biblioteca di Sant'Albino Audegavense erano due narrazioni, De morte Herodis sub quo Christus natus est, De morte Pilati sub quo Christus passus est. Tra i codici della regina di Svezia era un Liber de partibus mundi et de destructione Jerusalem, passato probabilmente nella Vaticana.
Redazioni francesi. — Redazioni francesi, in verso e in prosa, si trovano in gran numero in molte biblioteche di Europa. Nel Joseph d'Arimathie, altrimenti Petit Saint Graal, di Giuseppe di Boron, composto verso il 1160 o 1170 (pubblicato dal Michel, Bordeaux, 1841), di Tiberio non si parla; l'imperatore infermo è Vespasiano, la posseditrice della santa immagine si chiama Verrine. Gerusalemme non è assediata; gli Ebrei sono fatti prigioni con uno stratagemma e tutti trucidati, ad eccezione di un solo, che messo insieme colla sua famiglia in una nave è abbandonato in balia delle onde. Chi converte Vespasiano è Giuseppe d'Arimatea (v. 1000-2300). Roberto di Boron avrebbe attinto in parte dalla Vindicta; ma la sua fonte più diretta sarebbe il poema latino di Pilato. (V. Birch-Hirschfeld, Die Sage vom Gral, Lipsia 1877, p. 217). La liberazione di Giuseppe di Arimatea per fatto di Vespasiano sembra immaginata dal poeta, ma suggerita certamente da quanto dello stesso Giuseppe di Arimatea si narra nel c. 12 degli Atti di Pilato; essa passa poi in alcune delle narrazioni posteriori. Nel primo capitolo del Grand Saint Graal si narra del pari la storia della vendetta; ma il Grand Saint Graal deriva in parte dal Joseph d'Arimathie. In un manoscritto della Bibl. Nat. di Parigi segnato Fr. 413, f. 26 v. a 30 r., si contiene un racconto in prosa che deriva dalla Cura sanitatis. Tiberio è afflitto da una grave malattia per cui gli marciscono gl'intestini. Tornate vane tutte le cure dei medici, egli chiama i senatori e li prega di eleggere un degno e saggio uomo che vada a Gerusalemme e riconduca Cristo con sè. I senatori lodano il desiderio dell'imperatore e scelgono Volusiano, qui prestre estoit du temple et avoit este queux de l'empire. Volusiano giunge a Gerusalemme dopo sette anni e tre mesi di viaggio. La storia seguita come nella Cura sanitatis. Ma per la più gran parte i racconti francesi lasciano in disparte Tiberio, e non parlano che di Vespasiano e di Tito, traendo moltissimi fatti dalle istorie di Giuseppe Flavio. Essi aggiungono spesso agli altri personaggi San Clemente discepolo di Cristo. San Clemente viene a Roma e converte il siniscalco di Vespasiano. Questa forma della leggenda si trova già in un poema del XII secolo che ha tutti gli andamenti e i caratteri di una chanson de geste. (V. Histoire littéraire de la France, t. XXII, pag. 412 segg.). Nel cod. L, II, 14 della Nazionale di Torino un poema della Vendetta in circa 3400 alessandrini, è preceduto da una specie di prologo (f. 79 r., col. 2ª a f. 83 r., col. 1ª), che, come alcuni altri componimenti di quello stesso codice, intesi a dare una introduzione a taluni poemi, o a collegarne insieme parecchi, non credo si abbia altrove. Davide, re di Grecia, sposa Elena, figlia dell'imperatore Vespasiano, e la porta a Troja. Fra i loro discendenti è anche Carlomagno. Un sogno fatto da Elena muove il re a fare una spedizione contro gli Ebrei per conquistare la croce. In una città per nome Aussit, presa a viva forza dal re, si trova chiuso in un carcere Giuseppe di Arimatea con un Josaphus, un Cosma ed altri due, tutti fratelli. Essi vi stavano da trent'anni senza prender cibo. In una battaglia contro gli Ebrei Elena si mesce alla pugna, e, ferita, uccide Asillans, uno dei figliuoli di Erode, e gli toglie un bariletto pieno del famoso balsamo che servì ad ungere il corpo di Cristo, e di cui si parla nel Fierabras. Nicodemo figura anch'egli tra i personaggi. Sul Monte Oliveto si ritrova la croce, la cui autenticità è provata da miracoli. Qui il poeta caccia in mezzo la narrazione di un miracolo avvenuto a Lucca, che non ha nulla che fare col resto. Tutta la paganità si converte alla fede cristiana; ma allora Maometto va a Roma e con un falso miracolo induce Vespasiano e Tito a rovesciare gli altari appena eretti. Dio punisce Vespasiano mandandogli la lebbra. In mezzo alla confusione di questo pazzo racconto si possono riconoscere gl'influssi della nota leggenda di Sant'Elena, di cui esistono versioni in tutte le lingue, del Fierabras o della Destruction de Rome per quella novella del balsamo, del Romans de Mahomet, e della stessa Vengeance, o del Joseph d'Arimathie per la storia di Giuseppe d'Arimatea. Il poema che segue si scosta qua e là dalla tradizione comune. La storia di Pilato, per esempio, mostra qui alcune particolarità nuove. Battuto con le verghe in Gerusalemme, condotto a Roma, chiuso a Vienna in un pozzo, finisce per muovere a compassione Vespasiano che gli fa grazia, e lo chiama a sè; ma in Roma la terra s'apre sotto i suoi piedi e l'inghiotte (f. 96 r., col. 2ª). Nel codice L, IV, 10, pure della Nazionale di Torino, scritto da un Jean Orry de Chaumont nel 1426, un racconto in prosa, dove l'imperatore infermo è Vespasiano e di Tiberio non si parla, tien dietro a una storia della Passione di Cristo. Comincia: Apres quarente ans que Jhesucrist fut mis en croix en Jherusalem, Vaspasien, filz d'August Cesar, estoit empereur de Romme et d'Alemaigne et de toute Lombardie. Finisce: Puis apres les chevaliers s'en retournerent et deirent a l'empereur les nouvelles et a toutes les gens, et Jaffet du consentement de Jacob et de Joseph d'Arimatie escript la destruccion de Jherusalem, car ilz la savoient, et la justice et la mort de Pylate par le dit des chevaliers qui leur avoient dit, car ilz l'avoient vehue. Questo racconto, abbastanza lungo, si scosta in modo notabile dalle redazioni in verso. Qualche particolarità presenta anche il racconto che Giovanni d'Outremeuse introduce nel t. I, p. 424 segg. del Myreur des histors, sebbene derivi in sostanza dalla Vindicta. Per altri Mss. v. Stengel, Mittheilungen, ecc., p. 23-4. Per le stampe v. il Brunet, Vª ed., t. II, col. 654-6.
Redazioni italiane.[836] — La leggenda della vendetta di Cristo ebbe molta diffusione in Italia, e diede argomento a racconti in verso e in prosa. Parlando di essa leggenda dice Paolo Meyer nel Bulletin de la Société des anciens textes, n. 3 e 4 (1875), p. 52: La forme la plus ancienne de ce récit paraît se rencontrer dans un apocryphe, dont on a deux rédactions: la Vindicta Salvatoris publiée par Tischendorf, et la Cura sanitatis Tiberii, publiée par Mansi. Dans cette légende c'est Tibère, qui est malade puis guéri. Une autre forme infiniment plus répandue au moyen âge, est celle où Vespasien et non plus Tibère, est atteint de la lèpre et miraculeusement guéri entreprend la vengeance de Jésus mis à mort par les Juifs. Cette forme de la légende a eu un succès énorme, attesté par des rédactions en toutes les langues romanes. Veramente, considerare la Vindicta Salvatoris e la Cura sanitatis Tiberii quali due redazioni dello stesso apocrifo, è un assimilarle troppo, nè, assimilatele a quel modo, si sarebbe dovuto poi dire che l'infermo nella leggenda è Tiberio, mentre nella Vindicta comparisce infermo anche Tito; ma sorpassando su ciò, quanto qui si dice della maggior diffusione della seconda forma della leggenda è più propriamente vero delle redazioni francesi, mentre le redazioni italiane, per lo più, derivano dalla Vindicta. Così la Leggenda della vendetta della morte di Cristo, racconto in prosa composto probabilmente nel XIV secolo, e pubblicato insieme con l'Etica di Aristotile compendiata da Brunetto Latino, per cura e a spese della Società dei Bibliofili in Venezia, nel 1844. Tuttavia ciò che vi si narra di Giuseppe di Arimatea trovato vivo nelle fondamenta di una gran torre, ed altre particolarità, accennano a fonti francesi. Una versione veneziana di questo racconto si trova nel Cod. Marciano It., cl. I, XXX, f. 69 r. a 75 v. Dalla Vindicta derivano pure, un poemetto in ottava rima, più volte stampato, che comincia:
O degli eterni lumi e chiara lampa,
il quale conta 174 ottave distribuite in quattro cantari, nel già citato cod. dell'Universitaria di Bologna N. 157 (Aula II, A), e 182 ottave distribuite in tre cantari, nel cod. Marciano It. cl. IX, CCCXXIV; e un altro poemetto, similmente in ottava rima in dialetto veneziano, contenuto nel cod. Marciano It. cl. I, XXXVI. Questo rozzo poema che, per quanto mi fu possibile di accertarmene, è diverso da tutti gli altri, principia così: