Puis fu il baptisies et fu el pretatoire,
Plus sages clers ne fu ne mais que ss. Grigoires,
De chou qu'il vit as iex ne le doit nus mescroire.[816]
Nel racconto di Giuseppe Flavio si trovano i fatti e le narrazioni che vanno poi mano mano ad impinguare la leggenda: la storia degli Ebrei che trangugiarono gioielli per trafugarli[817], quella della madre che si ciba delle carni del proprio figliuolo[818], la distruzione della città[819], ecc.
Nella Vindicta Salvatoris troviamo già tutti i principali personaggi della leggenda, pervenuta oramai all'ultimo grado di suo svolgimento. Tito è qui re di Burdigala; altrove re di Burdigala è Vespasiano[820], detto ora fratello, ora padre, ed anche alcuna volta figlio di Tito. L'infermità è di solito attribuita a Vespasiano nei racconti posteriori, ed è prodotta da certe vespe o anche da certi vermi che gli annidano nel naso. Questa inaudita infermità fu certamente suggerita dal nome del supposto infermo, ma da quella invece si fa venire il nome di questo[821]. Nathan diventa qua e là Annatan, Adriano, Adrano, Albano. Volusiano si muta in Albano, Gajus, Gais. Giuseppe di Arimatea diventa personaggio sempre più importante nella leggenda[822]. Alcuni fatti si alterano passando d'uno in altro racconto, e fra le molte versioni e redazioni della leggenda sono spesso discordanze notabili. L'anno della espugnazione di Gerusalemme è incertissimo anche nelle Cronache. Secondo alcuni Gerusalemme sarebbe stata espugnata il giorno di Pasqua; e dice Eusebio a tale proposito, che fu giusto giudizio del cielo compiersi la vendetta nel giorno in cui fu consumato il delitto. Il numero degli Ebrei morti di fame e di malattia, uccisi, venduti, varia moltissimo[823]; ma è quasi costantemente e senza variazione ripetuta la notizia, che molti dei superstiti furono venduti trenta a denaro, in memoria di Cristo che fu venduto per trenta denari. Il fatto degli Ebrei che trangugiarono oro e furono sparati dai soldati romani, è anch'esso ricordato assai spesso.
Fuse insieme le due leggende, della guarigione di Tiberio e della distruzione di Gerusalemme, e avvenuta la già accennata duplicazione della malattia, quale motivo, non dirò capitale, ma iniziale della favola, la seconda leggenda, sostenuta da Vespasiano e da Tito, poteva novamente scompagnarsi dalla prima, e star da per sè. Di questa separazione sono parecchi esempii. Poteva ancora la seconda leggenda, arricchita di quel motivo tolto alla prima, mutilarsi dell'ultima parte, che riguarda la distruzione di Gerusalemme, e ridursi al miracolo della guarigione operata dalla santa immagine. Così nel poema latino De vita Pilati[824] di Tiberio non si fa parola. Tito e Vespasiano infermi guariscono, ma non si dice nulla della distruzione di Gerusalemme.
Notisi inoltre che in alcune narrazioni la Vendetta di Cristo diventa come un episodio della storia di Pilato; così nel poema latino testè citato, nel racconto francese pubblicato dal Du Méril e ricordato di sopra, e nella Vita di Pilato inserita nell'Alte Passional.
Del resto la leggenda va assumendo qua e là, in questa e in quella letteratura, forme speciali, qualche volta abbastanza remote da quelle che si hanno nei racconti primitivi. Di alcune di tali forme farò cenno nella nota che segue in appendice al presente capitolo[825].
Prima di lasciare l'argomento gioverà ricordare che anche gli Ebrei inventarono sulla distruzione di Gerusalemme la loro leggenda, la quale, come s'intende di leggieri, è di spirito in tutto contrario alla leggenda cristiana. Io non istarò a riferire per intero questa strana immaginazione[826]; ma ricorderò solo come si narri in essa che a Tito, appena approdato in Palestina, entrò nel naso un tafano che vi rimase poi sette anni interi. Esso era grosso quanto una rondine, anzi, secondo alcuni, quanto una colomba, ed aveva becco di rame e artigli di ferro[827]. Ma può anche darsi che fra gli stessi Ebrei qualcuno considerasse la distruzione di Gerusalemme come una punizione della ingiusta morte di Cristo. Giuseppe Flavio racconta[828] essersi creduto da alcuno di essi, che l'esercito di Erode fosse stato sconfitto da Areta re dell'Arabia, in punizione della morte di Giovanni Battista. Gli Ebrei fanatici in Roma evitano ancora al presente di passare sotto l'arco di Tito, che perpetua la memoria della rovina d'Israele[829].
Di altre finzioni aggiuntesi ai nomi di Vespasiano e di Tito v'è poco da dire. Nei Gesta Romanorum si narra[830] che Vespasiano, non avendo prole, sposò in lontane contrade una fanciulla, la quale lo rese padre. Dopo alcun tempo egli fece pensiero di tornare a Roma, dove si richiedeva la sua presenza, ma la donna si oppose a tale divisamento, minacciando di togliersi la vita. Allora l'imperatore provvide due anelli che avevano virtù, l'uno di far ricordare, l'altro di far dimenticare, e il primo tenne per sè, l'altro diede alla donna, dopo di che potè partire liberamente. Ma questa storia medesima si narra, invece di Mosè, da Pietro Comestore nella Historia scholastica[831], da Gervasio di Tilbury negli Otia imperialia[832], dal Berchorio nel Reductorium morale[833], da Giovanni Bromyard nella Summa praedicantium[834].