Chi così parlava aveva certo innanzi agli occhi della mente l'immagine di Roma antica assai più che non quella di Roma papale. Alessandro Neckam fu abate di Cirencester, Amato fu abate di Monte Cassino, ma lo spirito che scalda le parole di questi due ecclesiastici quando parlano di Roma, è interamente laico. Nel codice testè citato della Biblioteca regia di Bruxelles, in un elenco di città d'Italia con cui si dà principio a un Liber variis historiis compositus[29], di Roma così si ragiona: «Sequitur omnium nobilior, ditior atque potentior Italia generaliter tota, quam quidem plurimi non solum descripsere, sed laudabiliter ac triumphabiliter cecinere philosophi, tam greci, quam et latini; nec incongrue, quippe totius mundi monarchiam, obsequiumque orbis ac plenitudinem sola in domina et regna omnium urbium Roma sortita est».
L'onore di Roma rifluisce su tutta Italia. Fra Guido nel Prologo del suo Fiore, spiega a modo suo il nome di Magna Grecia dato già in antico all'Italia. «E se altri domandasse perchè fu chiamata la Gran Grecia, dico che fu, non perchè sia maggior terreno che l'altra Grecia, ma perchè più nobil gente di vita, di costumi e d'ingegni e d'arme fu sempre in Italia, che nell'altra Grecia, ed anche perchè ella è la più nobile patria che sia nel mondo». Non si può più risolutamente affermare la precellenza del gentil sangue latino. Che se ci appressiamo a quell'estremo confine del medio evo dove già principia il rinascimento, voci ben più possenti e più clamorose ci soneranno allo incontro. Leggasi ciò che Dante con la solennità consueta scrive della città predestinata nel cap. 5 del trattato IV del Convivio: «E certo sono di ferma opinione che le pietre che nelle mura sue stanno siano degne di reverenzia; e 'l suolo dov'ella siede sia degno oltre quello che per gli uomini è predicato e provato». Leggasi ciò che il Petrarca scriveva da Avignone a Giacomo Colonna, quando non ancora aveva visitata Roma e ardeva del desiderio di visitarla[30]: «De civitate, inquam, illa, cui nulla similis fuit, nulla futura est; de cuius populo scriptum legimus: magna est fortuna populi romani, magnum et terribile nomen; cuius sine exemplo magnitudinem, atque incomparabilem monarchiam futuram praesentemque divini cecinerunt vates». Lo stesso Petrarca nella epistola 1ª a Carlo IV introdusse Roma a celebrare le proprie sue glorie[31]. E a compiere la triade non si mostra da meno il Boccaccio che alla glorificazione di Roma tutta consacra la canzone che comincia:
O fior d'ogni città, donna del mondo,
O degna, imperiosa monarchia.
Le ricordanze che si serbavano dell'antichità suggerivano naturalmente questi pensieri; ma ad accrescere il gran concetto che si aveva di Roma giovavano inoltre non poco le scoperte non infrequenti di monete, di statue e di vasi preziosi[32], e le maestose rovine sparse su tutta la faccia dell'Europa[33].
Così ammirata e magnificata Roma diventa come il natural paragone di ogni umana grandezza. Le città andranno a gara per potersi fregiare, quasi titolo singolare di nobiltà, del nome di Nova Roma[34], o di Roma secunda; e prima si farà chiamare Nova Roma Bizanzio, e poi, nei tempi a cui è più particolarmente volta la nostra attenzione, si glorieranno di potersi così chiamare Aquisgrana[35] e Treveri, Milano e Pavia. È noto come, a cominciare dal IV secolo, Milano acquistasse, per le condizioni dell'impero, tanta importanza da far ombra a Roma. Se si dovesse prestar fede a certi racconti, un proconsole Marcellino avrebbe fatto scolpire sopra le porte di Milano i versi seguenti:
Dic homo qui transis, dum portae limina tangis:
Roma secunda vale, Regni decus imperiale;
Urbs veneranda nimis, plenissima rebus opimis,
Te metuunt gentes, tibi flectant colla potentes,