In bello Thebas, in sensu vincis Athenas[36].

Quattro versi che esprimono gli stessi concetti quasi con le stesse parole si leggevano, nel secolo XV, sopra una delle porte di Pavia[37]. Accostarsi a Roma come al supremo termine della gloria, e coprirsi di un lembo della sua porpora, tale è il pensiero che suggerisce questi ed altri simili vantamenti.

Il sentimento e l'amor della gloria non erano così scarsi e così freddi nel medio evo come da taluno si va dicendo. La fede e la sapienza che da lei s'inspirava, raccomandavano, è vero, il disprezzo dei beni e delle grandezze della terra, ma non riuscivano a soffocare le naturali cupidigie dell'anima umana, nobili od ignobili che fossero. Poter essere paragonato a qualcuno di quegli illustri figliuoli di Roma, fulmini di guerra, o maestri d'ogni dottrina, i cui nomi avevano vita immortale nelle storie, stimavasi lode maggiore d'ogni altra, e l'adulazione, più ingenua che servile, alcune volte la largiva con manifesto compiacimento. Quando il Poeta Sassone vuol celebrare nel più degno e solenne modo l'alte virtù e i gran fatti di Carlo Magno, ecco in quali parole prorompe[38]:

Ob hoc, mirificos Karoli qui legeris actus,

Desine mirari historias veterum.

Non Decii, non Scipiadae, non ipse Camillus,

Non Cato, non Caesar maior eo fuerat;

Non Pompeius huic merito, vel gens Fabiorum

Praefertur, pariter mortua pro patria.

Quando Fra Guittone d'Arezzo rimprovera ai suoi concittadini la miseria in cui da felice e glorioso stato precipitarono per lor colpa, ecco in qual forma esprime il suo pensiero[39]: «O miseri, miserissimi, disfiorati, ove è l'orgoglio e la grandezza vostra, che quasi sembravate una novella Roma, volendo tutto soggiogare il mondo? e certo non ebbero cominciamento gli Romani più di voi bello, nè in tanto di tempo più non fecero, nè tanto quanto avevate fatto, e eravate inviati a fare, stando a comune».