Nasceva tutta una serie di leggende parallele[45]. Come Enea in Italia, così giungeva Franco, o Francione, figlio di Ettore, dopo l'eccidio di Troja, in Germania. Da lui traggono l'origine i Franchi. Fredegario fa derivare a dirittura i Franchi dalla quarta parte degli abitanti di Troja distrutta[46]; i Gesta Regum Francorum li fan venire dall'avanzo dell'esercito Trojano sommante a circa 12,000 uomini[47]. Priamo, ultimo figlio di Priamo il vecchio, giunge con grande moltitudine in Ungheria e fonda la città di Sicambria. Paride fonda Parigi, e Gallo, suo socio, Gallia, che poi dà il nome a tutta la regione. Da Colono e da Maganzio hanno principio Colonia e Magonza. Bruto, nipote di Enea, espulso dall'Italia, giunge in Bretagna, che da lui riceve il nome[48]. In Italia, oltre Padova, cent'altre città si gloriano di trojane origini[49].

Ma e in Italia e fuori molte pur se ne trovano che stimano gloria uguale, se non maggiore, trarre l'origine dalla stessa Roma. Non parlo di quelle cui tale origine è dalle storie debitamente riconosciuta, ma di quelle che se la usurpano. Aquisgrana si diceva fondata da un Grano, fratello di Nerone; Perugia da un Perus romano[50]. Pisa pretendeva d'essere il luogo dove si pesavano (quindi il nome) i tributi che dalle varie province si mandavano a Roma[51], ecc. Il cronista Giovanni d'Outremeuse, instancabile raccoglitore di ogni maniera di favole, parla della città di Nimay in Germania, fondata da Numa Pompilio, e di cinque altre città, similmente in Germania, fondate da Tarquinio il Superbo[52].

Non mancano tuttavia esempii di città che pretendono farsi più antiche, e però più nobili di Roma. Anteriore alla Roma romulea[53] si vantarono Genova, fondata da Giano, Ravenna, fondata da Tubal, Bologna, fondata da Felsino (Felsina), ampliata da Buono (Bononia). Secondo che narra Galvagno Fiamma, Milano fu edificata 932 anni prima di Roma[54]. Brescia si vantava fondata da Ercole[55], Torino da Fetonte[56]; persino Chiusi si reputava più antica di Roma. Ma di tutte le città d'Europa la più antica, secondo gl'italiani, era Fiesole[57], secondo i Tedeschi, Treveri[58] .

Se intere città pretendono di trarre da Roma l'origine, non mancheranno famiglie patrizie, e persino dinastie, che cercheranno in qualche romano illustre il primo loro stipite, o si spacceranno per diretta e legittima discendenza di qualcuna tra le più famose famiglie romane. I Frangipani, i conti di Pola, altri, si gloriavano di discendere da Ottavio Manilio, morto alla battaglia del Lago Regillo[59]. Gli Uberti di Firenze si dicevano discesi da Catilina[60]. I Colonnesi facevano risalire sino a Giulio Cesare la loro prosapia[61]. Altre famiglie Romane provvidero in egual modo, o anche meglio, alla dignità propria. I Savelli si vantavano d'essere stati con Aventino, re degli Albani, in soccorso del re Latino contro Enea. Dei Conti pensavano alcuni che discendessero dai primi re d'Italia, ma più sicuri scrittori li facevano venire dalla gente Anicia, che fu quella di Giulio Cesare. La famiglia Cesi, discesa da Ceso, nipote di Ercole, e re degli Argivi, sin dai tempi della repubblica aveva dato a Roma molti uomini insigni; e antichissimi ancora fra i Romani erano gli Anguillari, sebbene la loro prosapia «sotto altro nome fosse vissuta»[62]. Dalla gente Anicia similmente si fecero derivare gli Absburgo[63], e secondo il Chronicon Rastadense[64], compilato nel secolo XV, tutti i lignaggi dei re, duchi, conti e baroni di Alemagna e di Germania vengono da Ottaviano Augusto.

La grandezza e felicità di cui Roma aveva più particolarmente fruito nei tempi migliori della repubblica, e sotto il glorioso reggimento di Augusto, considerate a tanti secoli di distanza, e dal mezzo di una età piena di turbamento e di travaglio, non solo incutevano maraviglia e rispetto, ma naturalmente ancora facevano nascere di sè un desiderio fervido e generoso che più di una volta si tradusse in azione. Crescenzio, Arnaldo da Brescia, Cola di Rienzo pagarono con la vita i loro sogni di repubblica. Se un principe saggio e magnanimo sparge sopra il suo popolo i benefizii del buon governo, si crederanno prossimi a tornare, o già tornati, i tempi venturosi dell'antica Roma. Così Nasone, parlando, nell'ecloga poc'anzi citata, dell'era di felicità che novamente arride al mondo sotto il paterno reggimento di Carlo Magno, esclama:

Rursus in antiquos mutata saecula mores;

Aurea Roma iterum renovata renascitur orbi.

La rinnovazione dell'impero cresceva forza alle accarezzate speranze; ma il più delle volte tale è la reale condizione delle cose, che più che al desiderio non lascia luogo, e questo tanto più vivo e più impaziente quanto più la realtà si mostra disforme dal sogno. Presso Sutri i legati di Roma invitavano Federico Barbarossa a ricondurre gli antichi tempi, a difendere i sacri diritti della eterna città, a far piegare novamente sotto la imprescrittibile autorità di lei la mala tracotanza del mondo: ricordavano come in antico, per la saviezza del senato, per il valore dei cavalieri, Roma avesse esteso la sua dominazione sopra tutte le genti[65]. In una poesia goliardica la stessa Chiesa invoca i Catoni e gli Scipioni perchè sorreggano le sue vacillanti colonne[66], e tutta la poesia dei Vaganti è piena del rimpianto e del desiderio del tempo andato. Appena si presentava il destro di rimettere alcuna istituzione antica, o alcun antico costume, si rimetteva, senza punto avvertire che la diversità dei tempi non consentiva a sì fatte rinnovazioni nè lunga durata, nè prospero evento. Federico II, vinti nel 1237 i Milanesi a Cortenuova, mandava a Roma il Carroccio, e faceva intendere ai Romani di volere il trionfo secondo il costume dei Cesari antichi. Restituito nell'anno 1143 il Senato, di cui nei tempi anteriori poco più sussisteva che il nome, rinnovata per opera di Cola di Rienzo la repubblica, si dava principio a una nuova èra, quasi si fosse rifatto il mondo.

Ma un sentimento che si leva sopra tutti gli altri, o che tutti gli altri accompagna, si è quello di una profonda tristezza e di un vivo rammarico al cospetto della formidabile rovina di Roma. Già Gregorio Magno, quel Gregorio a cui la storia e la leggenda concordi imputarono, a torto, credo, devastazioni non osate dai barbari, piange amaramente in una sua celebre omelia lo sterminio della Città, e ad essa collega la fine del mondo[67]. Potrei di leggieri moltiplicare le citazioni e le testimonianze, ma, poichè dovrò tornare nel seguente capitolo sopra questo stesso argomento, mi terrò pago ora di riportar per intero un carme elegiaco d'Ildeberto di Lavardin, vescovo Cenomanense, morto fra il 1130 e il 1140, carme che da taluno fu creduto opera di poeta classico, e che godette nel medio evo di molta celebrità. Eccolo, ridotto a lezione più corretta che non sia la comune[68]:

Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina;