CAPITOLO II Le rovine di Roma e i Mirabilia.

La rovina di Roma non si compie in un tratto: otto secoli ci vogliono e l'opera devastatrice di trenta generazioni per condurla al punto in cui il Rinascimento inoltrato l'arresta. Dice Ildeberto Cenomanense, di cui ho riportato i versi qui di sopra, che gli dei non valevano a distruggere la fattura degli uomini.

I barbari, parlando in generale, pensarono più a far bottino che a demolire; anche gl'incendii suscitati dalle loro mani non furono così esiziali ai monumenti come fu poi l'opera lenta e sistematica degli stessi Romani[81]. Teodorico mostra per le moltissime fabbriche di cui ancora andava superba Roma al suo tempo, la più viva sollecitudine; vuole che si spendano in loro beneficio i denari provveduti a tal uopo[82], e ne domanda conto[83]; loda Simmaco pei molti nuovi edifizii da lui costruiti, e fa riparare del proprio il teatro di Pompeo[84]. Certo i successori suoi non imitarono sì nobile esempio; ma, se non fecero bene, non si può dire nemmeno che facessero male; ond'è che ai tempi di Carlo Magno i monumenti dell'antica Roma, tuttochè danneggiati e guasti dai terremoti e dagl'incendii, rimangono ancora pressochè tutti in piedi[85]. Molto più rapida fu la decadenza morale ed economica. Già ai tempi di papa Vigilio (537-55), nell'interno della città, che non contava più di 50000 abitanti[86], erano campi seminati, e pascoli per bestiame[87]. Nel 556 Pelagio I scrive a Sapaudo vescovo di Arles, perchè induca il patrizio Placido a mandar denari e vestimenta, e nel 557 riscrive, perchè sieno mandate a Roma le vestimenta comperate, «quia», dic'egli, «tanta egestas et nuditas in civitate ista est, ut sine dolore et angustia cordis nostri homines, quos honesto loco natos idoneos noveramus non possimus adspicere»[88].

La scarsa popolazione si va man mano raccogliendo nella regione di campo Marzio, abbandonando i colli: dove sorgevano un tempo le case della migliore cittadinanza, si stendono umili orti[89]. D'anno in anno la miseria cresce, e crescono con la miseria l'ignoranza e l'imbarbarimento dei costumi. Alcuni versi che potrebbero risalire al VII secolo, ma che sicuramente non sono posteriori al X, deplorano la sciagurata sorte della città stata un tempo signora del mondo[90]. Essi meritano d'essere qui riportati.

Nobilibus quondam fueras costructa patronis;

Subdita nunc servis, heu male, Roma, ruis.

Deseruere tui te tanto tempore reges:

Cessit et ad Grecos nomen honosque tuus,

Constantinopolis florens nova Roma vocatur;

Moribus et muris, Roma vetusta, cadis.