Il poema di Ligurinus, tenuto apocrifo sino a questi ultimi tempi, fu dimostrato autentico dal Pannenborg, Forschungen zur deutschen Geschichte, t. XI, p. 163-300, e da Gaston Paris, Dissertation critique sur le poème latin de Ligurinus, attribué à Gunther, Comptes Rendus de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, gennajo e dicembre 1871 (pubblicata anche a parte nel 1872). Il poema fu composto nel 1186 o 1187. V. anche Wattenbach, Deutschlands Geschichtsquellen, 4ª ed., vol. I, p. 218-22. Si può trarre a riscontro dei versi testè citati ciò che narra Gregorio di Tours (Historia Francorum, l. X, in principio) di una piena del Tevere, che, nell'anno 590, trascinò con sè grandissima moltitudine di serpenti e un drago enorme, i cui corpi, corrompendosi poi sulla riva del mare, generarono una micidialissima peste. I serpenti dovevano ancora infestare la campagna intorno Roma in pieno secolo XVI, giacchè l'Ariosto dice nell'Epithalamion:

Flexipedes surgunt ederae, fructicesque maligni,

Et turpes praebent latebras serpentibus atris.

Curiosa e degna d'essere riportata è la ragione che della insalubrità di Roma e delle città di maremma e di marittima reca Giovanni Villani nelle Istorie Fiorentine, l. I, c. 50: «Et la cagione perchè hoggi sono disabitate quelle terre della marina et inferme, et etiandio Roma è peggiorata, dicono i grandi maestri d'astrologia, che ciò è per lo moto della VIII. sphera del Cielo, che in ogni C. anni si muta uno grado verso il polo di Settentrione, et così farà LXXV. gradi in 7500 anni, et poi tornerà adrieto per simile modo, se fia piacere d'Iddio che 'l mondo duri tanto; et per la detta mutatione del Cielo è mutata la qualità della terra et dell'aria, et là dove prima era habitata et sana si è hoggi dishabitata et inferma, et e converso». Il fenomeno a cui allude Giovanni Villani è quello della precessione degli equinozii.

[94]. Fabio Pittore ricorda i pascoli a piè del Clivo Capitolino, e Porcio Catone dice nelle Origini: «Roma principio sui pascua bobus erat». Virgilio, narrando la visita dei Trojani alla città di Evandro, dice (Aeneid., VIII, 360-1):

. . . . . . . passimque armenta videbant

Romanoque foro et lautis mugire Carinis.

Il Mascheroni andò più in là, dicendo nell'Invito a Lesbia:

Che qui già forse italici elefanti

Pascea la piaggia e Roma ancor non era.