[89]. Non so su quali prove si fondi il Lancisi per dire (De adventitiis Romani coeli qualitatibus, parte 2ª, c. IV, n. 10) che il Campo Marzio si prese ad abitare solamente ai tempi di Leone X.

[90]. Questi versi non fu primo il Muratori a pubblicarli, sebbene così comunemente si creda. Essi trovansi già in calce al t. I delle Opere di Beda, ed. di Basilea, p. 558. Il Muratori li inserì nel t. II, p. 148 delle Antiquitates italicae, traendoli da un antichissimo codice modenese, e facendoli del VII, o dell'VIII secolo. Li ripubblicò il Migne nel t. 122, p. 1194 della Patrologie latine, e poi il Jaffé nei Monumenta Bambergensia, p. 457-8. Che non possano essere posteriori al X secolo dimostra un codice Bambergense che li contiene, come pure il trovarsene citati gli ultimi due in una Invectiva in Romam, che è di quel secolo appunto. Alcuno ne fece autore Ratranno, ma senza buon fondamento.

[91]. V. Giesebrecht, De litterarum studiis apud Italos, ecc., p. 5.

[92]. Id., ibid.

[93]. Guntero, descrivendo nel Ligurinus la triste condizione di Roma durante la canicola, quando le pestilenziali esalazioni del suolo ammorbano l'aria, dice:

Adde quod antiquis horrens inculta ruinis,

Parte sui maiore vacat, generisque nocentis

Plurima monstriferis animantia Roma cavernis

Occulit: hic virides colubri, nigrique bufones,

Hic sua pennati posuerunt lustra dracones.