[159]. Cod. della Bibl. Nat. di Parigi, Fr. 730, sec. XV.

[160]. Inedita. Cod. dell'Universitaria di Bologna, n. 431, f. 18 v.

[161]. Venezia, 1517, l. II, c. 70.

[162]. Documents inédits, p. 155, n. a.

[163]. Non ispiacerà al lettore ch'io trascriva qui per la sua curiosità un passo del commento inedito che Guglielmo Capello fece al poema, passo che appunto si riferisce al luogo testè citato. Lo traggo da un codice del Dittamondo, scritto nel 1437, e conservato nella Nazionale di Torino, sotto la segnatura N. I, 5: «Si come dice Esiodo, e altrove non credo si lega, dopo i figliuoli di Noè ebbero edificata la torre de confusione, Noè con alchum entrò in nave in furia et arrivò presso al luocho ove è Roma, e li edificò una terra e chiamola dal suo nome Noè, in la quale finì le sue fatiche e la vita. Poi Jano, figliuolo di Jafet e nipote di Noè, e Camese paesano edificarono lo Janicolo. Poi Saturno fugì da Creti per pagura di Jove suo figliuolo et arrivò a le parti ove adesso è Roma, et edifichò in lo monte del Capitolio. Italo era venuto poco tempo inançe et edificata una cità a riva a l'Albula che poi fu chiamato Tebero. Hercules, figliolo de Italo, come dice Varrone, venendo da Argos de Grecia a quelli medesmi luochi edifichò in lo monte Palanteo. Successu temporis venne Evandro da Archadia et edificone un'altra lì vicina. Dopo questo venne Roma figliola de Enea con gran moltitudine di Troiani, secondo dice Solino, et edifichone un'altra. Aventino, re degli Albani, tenne drieto et edifichò in monte Aventino. Glauco, figliolo iuniore di Jove, venne apresso, e pur in lo terreno vicino edifichò una cità. Dopo questi venne da levante il re Tibri con molti di suoi, et edifichò una cità a la riva del Tevero, e in lo Tevero se anegò, e 'l fiume però mutò nome, ove prima se chiamava Albula, poscia se chiamò Tebris. Roma ogie comprende tutti septe questi monti in li [quali] forono edifichate le cità soprascripte da ditti signori, sì che è da credere che fossono picholi riducti.

Janicolo |
Tarpeio |
Aventino |
Palanteo > Montes Romae».
Quirinale |
Celion |
Viminale |

[164]. Giovanni Cavallino, narrata nel l. VI, c. 8, la venuta di Noè in Italia, soggiunge: «Civitatem construxit nominis sui, et dicitur hodie a romanis archa Noe, ubi habetur hodie macellum prope turrim comitum, in qua et laboribus et vite terminum dedit». Quel nome non si comincia dunque ad usare soltanto nel XV secolo, come il Jordan crede. Esso pare sia una corruzione di arcus Nervae, nome con cui fu designato il tempio di Minerva (le Colonacce) nel Foro di Nerva. Il Signorili ricorda l'ephitaphium scriptum in oratorio Nervae, in loco qui dicitur corrupto vocabulo arca Noe ad honorem Nervae. De-Rossi, Le prime raccolte d'antiche iscrizioni, p. 48. Cf. Jordan, op. cit., v. II, p. 469, 503-4.

[165]. Chronicon, dist. I, c. 1, ap. Murat., Script., t. XIV, col. 783.

[166]. Liber Genesis, c. 37.

[167]. Manipulus Florum, c. IV. In certe Cronache latine, le quali si stendono dal diluvio sino all'anno 625 dell'èra volgare, contenute in un codice della Nazionale di Torino, segnato H, V, 37, si legge (f. 13 v., 14 v.) quanto segue.