[377]. V. Massmann, Kaiserchronik, v. III, p. 421-2.
[378]. Per Giacomo da Voragine è di Roma, ma per un suo anonimo traduttore francese è di Romolo: «Car comme les romains en temps passe eurent tout le monde subiuguiet a leur seignourie ilz firent faire a Romme un tresgrant temple et mirent ou milieu de ce temple la statue ou l'ydole de Romulus, et tout à l'environ de leur ydole ils mirent les ydoles de toutes les provinces du monde...». (Cod. della Nazion. di Torino, L. II, II, f. 309 r., col. 2ª). Per Giovanni d'Outremeuse e per altri (v. Keller, Li romans des Sept sages, p. CCXII-CCXIII), la statua è dell'imperatore (Myr. d. hist., v. I, p. 69-70; cf. p. 229-30). L'immagine che descrive Guglielmo le Clerc parrebbe dover essere quella di Roma, ma egli nol dice; Jacopo della Lana parla di «una immagine la quale presentava la signoria di Roma».
[379]. Rappresentano i principi nella descrizione di Enenkel, e in quella di Guglielmo le Clerc.
[380]. Non abbastanza chiaramente Uguccione: «.... quia quando aliqua Provincia volebat insurgere contra Romanos, statim imago Romae obvertebat dorsum imagini illius provinciae: vel ubi Dominus, imago illius provinciae insurgebat contra Romae imaginem».
[381]. Fiorita di Armannino Giudice, Cod. Laurenz, pl. LXII, 12, f. 233 v.: «Un'altra cosa maravigliosa era in quel tempo, che in Campidoglio, del quale io o decto, era una grande torre tucta ritonda intorno intorno: in cima della torre erano per arte magicha composte certe statove, le quali per numero erano tante quante erano le principali province del mondo che obidienti erano a' Romani. Ciaschuna avea lo suo archo in mano con le saette, e parea che saettassero. In meczo di quelle ne sedea un'altra molto grande e alta a modo di Reina incoronata. Questa somigliava Roma, e quando alcuna di quelle province si rivellava a Roma, la statova che quella dimostrava con l'archo si volgeva inverso quella grande che Roma presentava».
[382]. Così in Elinando, in Vincenzo Bellovacense, in Giovanni Mansel, ecc.
[383]. In Hermann von Fritstar. V. Massmann, Kaiserchronik, V. III, p. 424, n. 2.
[384]. Alessandro Neckam, De naturis rerum, l. II, c. 174: «Miles vero aeneus, equo insidens aeneo, in summitate fastigii praedicti palatii hastam vibrans, in illam se vertit partem quae regionem illam respiciebat». Così ancora Ranulfo Higden. V. inoltre Keller, Li romans des Sept Sages, p. CCX-CCXIV.
[385]. Immaginazioni affini a questa della Salvatio, d'ingegni cioè, e di artifizii magici, che hanno potenza di custodire una città, di tutelare un popolo, furono molto frequenti nell'antichità e nel medio evo. Ne ricorderò qualcuna a caso. Nel Contes du cheval de fust, attribuito ad Adenes, si parla di una statuetta d'oro che ha in bocca una tromba d'argento. Collocata sopra la porta di una città, nessuno può entrarvi senza che essa ne dia incontanente avviso sonando la tromba. (Keller, Romvart, Mannheim e Parigi, 1844, p. 109-11). Filippo Mouskes racconta nella sua Cronaca rimata (v. 6452-505), di un idolo di rame, in cui Maometto aveva rinchiuso grande quantità di diavoli, e che sorgeva in Cadice a tutela della gente saracina. I cristiani che si accostavano ad esso cadevan morti. In Ispagna fu ancora, nella città di Avila, una campana meravigliosa, che si metteva a sonare da sè ogniqualvolta una sventura stava per incogliere la cristianità (Gaffarel, Curiositez inouyes, 1637, p. 59). Dice Massudi (Les prairies d'or, V. II, p. 433) che sul faro di Alessandria era, fra parecchie altre, una statua la quale volgeva la mano dalla parte del mare quando il nemico non era più che a una notte di distanza, e mandava fuori, quando era in vista, un suono spaventoso, che si udiva due o tre miglia lontano. Napoli aveva il suo famoso fiasco, di cui parlano Corrado di Querfurt (ap. Leibnitz, Script. brunsvic., t. II, p. 096) e altri. Costantinopoli ebbe parecchi telesmi a sua tutela: una catena che teneva indietro i nemici (Banduri, Imperium Orientale, t. I, p. 10-1), certe statue fabbricate da Apollonio Tianeo (Codino, De signis, statuis et aliis spectatu dignis Constantinopoli in Excerpta de antiquitatibus Constantinopolitanis, Bonna, 1843, p. 69) ed altro ancora. Si disse che i Romani avessero posto sul monte Garizim, contro i Samaritani, un uccello di bronzo che gridava: Hebraeus! (Arpe, De prodigiosis naturae et artis operibus, Amburgo, 1717, p. 15). Olimpiodoro narra il seguente fatto (ap. Fozio, Bibliotheca, ed. Bekker, p. 60). Al tempo dell'imperatore Costantino avvenne che Valerio, prefetto di Tracia, volendo cavare un tesoro udì dire dagli abitanti essere il luogo, dove quello si credeva nascosto, inviolabile, per ragione di certe statue che, in tempo antico, v'erano state consacrate. Avendo riferito il caso all'imperatore, s'ebbe in risposta di cavare a ogni modo il tesoro. Dato mano all'opera si trovarono tre statue d'argento che per le fogge del vestire mostravano essere immagini di barbari, e verso la regione dei barbari vedevansi rivolte. Tolte di là, dopo non molti giorni i Goti invasero la Tracia, seguiti poi dagli Unni e dai Sarmati.
[386]. Kaiserchronik, v. III, p. 424-5.