Doch in heydnischem regiment

Noch war bey in an diesem end

Die tugend hoch und werd geacht.

Una specie di Speculum exemplorum, tutto fatto di esempii tratti dalla storia antica, è nel Cod. Marciano ital. cl. XI, LVII, col titolo: Le maravigliose virtù che furo nelli Romani. Sotto il nome di Romani si comprendono tutti gli antichi.

[445]. La storia di Lucrezia è narrata assai per disteso nella Kaiserchonik, v. 4434-854, e più in breve dal Boccaccio (Illustrium mulierum, c. 46), nella Fiorita di Armannino, nel divulgatissimo libro del giuoco degli scacchi di Niccolò da Cessole, dove sono molti altri esempii di storia romana, dal Chaucer (The Legende of Lucrece of Rome) il quale chiama Lucrezia

The wery wife, the wery Lucresse,

e da altri innumerevoli. Una Storia di Sesto Tarquinio e Lucretia è fra le più antiche stampe italiane (Treviso, 1475), e si ha pure La historia et morte di Lucretia Romana, s. l. nè a., ristampata altre due volte. L'esemplare leggenda porse frequente argomento alle arti figurative. Nella vecchia pinacoteca di Monaco di Baviera si conservano due dipinti, di Luca Cranach l'uno, di Alberto Dürer l'altro, che rappresentano la morte di Lucrezia.

[446]. Nella Kaiserchronik, v. 4881-5108, Muzio Scevola si muta in un Odnatus che tenta di uccidere Vitellio.

[447]. Il nome di Marco Curzio si trasforma nelle più strane guise. Esso diventa Marco Curio in alcuni codici del Dittamondo, Marchus Tulcius in certe croniche francesi contenute in un codice della Nazionale di Torino, segnato L, II, l (f. 88 v., col. 2ª), Marcus Tuitius in Giovanni d'Outremeuse, Marchurio in certe Istorie volgari di un manoscritto della Riccardiana (n. 1925, f. 16), Orazio nel Libro imperiale, Jovinus nella Kaiserchronik, ecc. In quest'ultima si dice che Jovinus pose come condizione al suo volonteroso gittarsi nella voragine di poter fare tutto un anno il piacer suo con le donne e le fanciulle di Roma; ma lo stesso offuscamento della gloriosa leggenda si ha pure in altri racconti (Cf. Massmann, Kaiserch., v. III, p. 621-35). Nel Libro Imperiale il fatto si narra nel seguente modo (cod. Marciano ital. cl. XI, CXXVI, f. 108 r., col. 2ª, v. col. 1ª): «... apparve in Roma, quasi nel mezo della terra, uno abisso etterno, dove pareva profondissima et largha chava, della quale usciva teribile fetore. Li Romani per questo spaventati fecero tre dì vestiti di saccho sagrificio solenne; all'ultimo gli aghuri loro dissono: chorrete a li templi, o Romani, perchè li dei v'anno a disdengnio, et none intendono e vostri preghi, et questo avviene per li vostri pecchati. Allora li Romani andarono a li tempi, faccendo sagrifici chon amarissimi pianti, perchè del fetore tutta gente si doleva. Passato li dieci giorni gli auri dissono: Se uno cittadino armato di tutta arme vi si gittasse drento, Roma sarebbe presto libera. Chome la novella si sparse per la terra si mise Orazio, figliuolo del buono Clotes, armato di tutta arme, tanto lo strinse l'amore della repubblicha che insieme col chavallo nella detta chava si gittò. Gli Romani gli gittarono drieto orzo et pane, et chome Orazio fu drento chosì la boccha fu rinchiusa. Chostui fu della chasa de' Profeti (l. Prefetti)». La famiglia di Orazio acquistò il diritto di avere la testa di ogni bestia macellata in Roma; della sua gente fu Giulio Cesare. (Nel codice Casanatense questo racconto forma i cap. 76 e 77 del lib. IV). Nel conto XXVIII della Fiorita di Armannino la leggenda di Marco Curzio sembra confondersi in parte con quella di San Silvestro, di cui parlerò a suo luogo. Cod. Laurenz. pl. LXII, 12, f. 212 v.: «In quella parte di Roma che Septisoglio si chiama, d'una grotta, a certe stagioni, uscia uno serpente che col suo fiato molta gente uccidea, e quanti ne trovava tucti a morte gli mettea. Rimedio alcuno non vi valeva. Dissero allora gli savi indovini che questo adivenia per gli pecchati della romana gente, ma se uno solo trovare si potesse, che per la salute del popolo romano gittare si volesse in quella grotta ove il sepente stava, che questa molestia in tutto cesserebbe. Uno chavaliere che avea nome Metello, savio e costumato tra tucti quegli ch'erano in quello tempo, armato in su uno grande dextriere, in presença di tutta la gente, dentro vi si gittò, nè di lui mai novella si seppe. La peste del serpente del tucto cessoe, nè mai fu poi veduto, nè udito». Il luogo indicato col nome d'Inferno nei Mirabilia e nelle piante topografiche del medio evo, ora è la voragine di Curzio, ora la cavità sotterranea in cui papa Silvestro rinchiuse il drago. Nella Graphia si legge: «Juxta quam (ecclesiam s. Antonini) est locus qui dicitur infernus eo quod antiquo tempore ibi eructabat et magnam pernitiem Rome inferebat, ubi Marcus Curcius, ut liberaret civitatem, responso suorum [deorum], armatus proiecit se. Sic civitas liberata est. Ibi est templum Veste, ubi dicitur inferius draco cubare». Nel Dittamondo (l. II, c. 31) Roma lo addita al poeta:

Là si noma l'inferno, e là già fui