Per Marco Curzio dal fuoco difesa,
Com'hio t'ho detto e puoi saper d'altrui.
Anche il Petrarca nel cap. I del Trionfo della Fama, ricorda Curzio:
Che di sè e dell'arme empiè lo speco
In mezzo 'l foro orribilmente vôto.
Il cavallo di Costantino fu anche attribuito a Marco (Quinto) Curzio, come ricorda Ranulfo Higden. Nei Gesta Romanorum Curzio che si getta nella voragine rappresenta Cristo che chiude l'inferno. Notisi che a dare maggior notorietà ed esemplarità all'azione di Curzio doveva contribuire non poco il fatto che Sant'Agostino ne parla nel De civitate Dei, V, 18.
[448]. Nel l. I della Polistoria di Giovanni Cavallino sono alcuni capitoli dove si parla della clemenza ed umanità dei Romani. Ricordisi a questo proposito ciò che nel Libro de los Enxemplos citato di sopra, si dice del tempio della Concordia e del dimenticare le ingiurie. Nei Gesta Romanorum (c. 98) si dice che i Romani, quando assediavano una città, accendevano una candela, e tanto che questa durava ad ardere, accordavano pace e perdono a chicchessia, quella consumata, soffocavano ogni pietà. Una simile usanza è ivi (c. 96) attribuita anche ad Alessandro Magno. Ma ben diverso giudizio, e per la singolarità sua degno d'essere qui riportato, fece dei Romani Giovanni di Salisbury a mezzo del XII secolo, nel l. II, c. 15 del Polycraticus (ed. del Giles, Oxford, 1848, v. III, p. 86). Detto come Enea, per suggestione dei demonii, ponesse il seme della gente romana in orto di lor gradimento, soggiunge: «Unde si de semine illo genus oritur toxicatum, impium in Deum, crudele in homines, persecutioni sanctorum invigilans, fide rara, solemni perfidia, servile moribus, fastu regale, foedum avaritia, cupiditatibus insigne, superbia tumidum, omnimoda nequitia non ferendum, miraculis non debet adscribi; quum auctor eorum homicida fuerit ab initio et a veritate deficiens invidiae spiculo orbi terrarum infixerit mortem... Sed si quis ab initio urbis conditae totam revolvat historiam, eos ambitione et avaritia prae caeteris gentibus inveniet laborasse, et variis seditionibus et plagis totum concussisse orbem». E sì che per la coltura essenzialmente derivata dagli scrittori latini Giovanni di Salysbury era quasi un umanista. (V. Schaarschmidt, Johannes Saresberiensis nach Leben und Studien, Schriften und Philosophie, Lipsia, 1862).
[449]. A Roma i vati e i filosofi prevedevano e provvedevano. Nel l. VI, c. 29 della Polistoria di Giovanni Cavallino si legge: «Porta Lavicana. Dicitur ideo Lavicana quia vates, idest philosophi, a videndo dicti, quasi vasa sapientie, futura contingentia in re pubblica caute providebant propter ipsorum sapientiam et experientiam diuturnam». In Roma erano sempre sette savii riscontro manifesto ai sette savii della Grecia. Nel libro che, appunto, s'intitola dei Sette Savii, essi compariscono, oltrechè nella storia che fa da cornice, nei racconti designati dal Goedecke (Orient und Occident, v. III, p. 422) coi titoli Sapientes, Gaza, Roma. Secondo Enenkel, erano consiglieri in Roma, al tempo dei re, Platone, Pompeo, Seneca, la Sibilla, Aristotile, Pitagora, Demetrio (?), Ippocrate, Esora (?) (Cod. della Biblioteca di Corte in Vienna, n. 2921). Notisi che già Tito Livio si ride della leggenda corrente al tempo suo la quale faceva Numa discepolo di Pitagora. Martino Polono e altri cronisti del medio evo fanno morire Pitagora in Roma. La storia del fanciullo Papirio, raccontata primamente da Macrobio nel Somnium Scipionis, è divulgatissima nel medio evo. Nell'ultimo capitolo del Dialogus creaturarum (cod. della Nazionale di Torino H, III, 6: qui il Dialogus è intitolato Contentus sublimitatis et liber de animalibus) si racconta di una fanciulla di Roma, bellissima e da molti amata e ricercata, la quale essendo morta, ciascuno dei sei savii le fece una iscrizione. Giacomo da Voragine dice nella Legenda aurea, c. CXLVI (ed. dal Grässe, p. 628-9): «Dyocletianus autem et Maximianus qui coeperunt anno domini CCLXXVII, volentes fidem Christi penitus extirpare, tales epistolas per omnes provincias, in quibus christiani morabantur, transmiserunt. Si aliquid determinari oportet aut sciri et totus mundus ex una parte congregatus esset, et sola Roma ex alia parte consisteret, mundus totus victus fugeret et sola Roma in culmine scientiae remaneret». Dopo ciò bisogna dire che l'autore dei Gesta Treverorum, o altri da cui egli attinge, si lasci trascinare da un eccessivo ed ingiusto amore di patria quando racconta (ap. Pertz, Script., t. VIII, p. 133-4) di un senatore romano, per nome Arimaspe, che, volendo conoscere meglio le eccellenti virtù dei Trevirensi, lasciò Roma e fermò la sua stanza in Treveri, dove, prima di morire, ucciso a tradimento da un certo Epte, ordinò gli si scrivessero sul sepolcro i seguenti versi:
Exul Arimaspes hac Martis in arce quiesco
Belgica; Roma mei non mea digna fuit.