Jure bono, meritorum nobilitate, triumphis
Dii tueantur; ei par nisi Roma nichil.
Vulneror, Epte reo, consul primusque senatus.
Hic gaudete mei, sic meruisse mori.
[450]. Nei manoscritti il Romuleon va ora sotto il nome di Benvenuto da Imola, ora sotto quello di Roberto della Porta. Ma notisi che sotto lo stesso titolo si ha pure un'altr'opera, da questa diversa (V. Montfaucon, Bibliotheca Bibliothecarum, col. 1194). Contrastando al gusto e alla usanza dei tempi il Romuleon è scevro delle consuete favole, composto com'è tutto intero sopra Tito Livio, Sallustio, Svetonio, Valerio Massimo, Floro, Giustino e parecchi altri antichi. Scritto in latino, fu tradotto in italiano nel secolo XIV e ripetutamente in francese. La versione italiana fu pubblicata da Giuseppe Guatteri nella Collezione di opere inedite o rare dei primi tre secoli della lingua. Le versioni francesi, che spesso si trovano in codici di gran lusso, splendidamente miniati, non ultima prova del favore incontrato dal libro, sono tuttora inedite. Di una versione di Sebastiano Mamerot, scrittore anche altrimenti conosciuto, parla il Leboeuf, Mémoires de l'Académie des Inscriptions et Belles Lettres, t. XX, p. 247. La versione di un Giovanni Melot, ignoto, si conserva nella Laurenziana. Una versione anonima si contiene nel codice L, I, 4 della Nazionale di Torino, in foglio massimo, di bellissima lettera e adorno di elegantissime miniature.
[451]. Canzone a Stefano Colonna.
[452]. Canzone per Azzo da Correggio: Quel c'ha nostra natura in sè più degno.
[453]. De casibus virorum illustrium, II, 2.
[454]. Su questo tema scrisse alcune sensate ed ingegnose pagine il Koerting nel suo libro Petrarca's Leben und Werke, Lipsia, 1878, c. VI. V. anche Burckhardt, op. cit., 3ª ed., v. 1, div. 1ª, c. VI.
[455]. Dante, Paradiso, c. VI, v. 55-6.