Se non che noi siamo oramai proceduti più oltre. La poesia, alcune volte sovrana, della leggenda, commuove senz'alcun dubbio gli animi nostri; ma il pregio poetico, non è già a nostro giudizio, il pregio suo principale, o almeno, non è più il solo. Chi della leggenda non vede altro aspetto che quello della menzogna conosce assai malamente qual essa sia; giacchè ogni leggenda ha due aspetti; l'uno che guarda l'esterno, cioè il mondo, ed è, ma non in tutto sempre, l'aspetto della menzogna, l'altro che guarda l'interno, cioè lo spirito, ed è l'aspetto della verità. Ogni leggenda è necessario portato dello spirito che l'ha prodotta, e a giudicare della struttura, della economia, delle tendenze di quello spirito porge i più sicuri e più pregevoli indizii. Inoltre, ogni leggenda, quando siasi largamente diffusa, quando vada vestita di molta autorità, diventa essa stessa un fatto storico, e una forza che interferisce e si compone con l'altre forze ond'è promosso e guidato il corso della storia. La leggenda della guerra di Troja (dico leggenda, senza tuttavia voler negare che possa esservi in essa un germe di verità) spande il suo spirito ed i suoi influssi su tutta l'età più gloriosa della storia greca.

Chi pertanto disse la leggenda essere la storia ideale, non disse vero se non in parte; la leggenda è ancora storia reale. Tanto che l'esser suo di leggenda non è riconosciuto, essa può offuscare la verità ed esser causa di errore; ma riconosciuto che sia, essa diventa, per contrario, principio di critica e d'interpretazione. Non si può sperare di cogliere il carattere esatto e la giusta significazione di certi fatti storici, se questi, oltrechè nei documenti e nelle relazioni autentiche, non si rintraccino ancora nelle finzioni cui diedero origine. Le numerose leggende raccoltesi intorno al nome e alla persona di Carlo Magno sono, in certo qual modo, una effusione della storia certa di lui; e noi solamente allora intendiamo a pieno l'importanza storica del suo operato quando ne vediamo crescere e perpetuarsi nella leggenda la fama gloriosa. Mi sarebbe agevole di moltiplicare gli esempii in prova di quanto dico; ma uno ne addurrò che può valere per tutti. Ognuno sa quanta parte abbia nella vita del medio evo il sentimento religioso, e come, senza la chiara cognizione di tal sentimento, quella vita non possa essere intesa a dovere. Di molti storti e parziali giudizii sul medio evo è cagione appunto il non sapere quali fossero l'indole e le necessità di quel sentimento, che s'inframette per tutto, e tutto allora segna del proprio carattere. Noi possediamo numerose storie, e alcune eccellenti, della Chiesa, dei concilii e dei canoni, del dogma e delle eresie; ma una storia della credenza religiosa, popolare e comune, immaginosa ed essenzialmente affettiva, considerata fuori delle stretture del dogma, e dei rigidi confini della chiesa ufficiale, non fu fatta per anche. E questa è veramente la religione che vive e che opera. Alla coscienza cristiana, sino da tempo antico, non bastarono nè i libri canonici, nè i dogmi con lungo e faticoso studio fermati dalle supreme potestà ecclesiastiche; il sentimento prorompeva da ogni banda e si ricomponeva in figure, in simboli, in finzioni d'ogni maniera. Di fronte alle scritture canoniche sorgeva la schiera dei libri apocrifi; dove nella storia autentica era un silenzio che lasciava insoddisfatta la devota e premurosa curiosità dei credenti, la tradizione viva, nata del sentimento di tutti, metteva una voce e una memoria. Si rifaceva la storia della creazione, si rifacevano le storie della Vergine e della fanciullezza di Cristo, si rinarravano, col sussidio di nuove testimonianze, i fatti meravigliosi della Passione. Poi venivano le Vite dei Santi, opera della poesia non meno che della fede, creazioni in gran parte libere, dove il sentimento poteva espandersi e dar figura e corpo di realtà agl'ideali suoi più sottili e più reconditi. La religione popolare nel medio evo è fatta per un terzo di dogma, e per due terzi di leggenda, e chi questa leggenda non considera, e non ricerca nelle sue ragioni e nelle sue forme, non conosce quella religione, e non può conoscere la vita del medio che è ad essa così strettamente legata.

Nelle pagine che seguono io discorro delle leggende e delle immaginazioni d'ogni maniera cui diedero argomento nel medio evo. Roma antica e la sua storia indimenticabile. Non preoccuperò qui il mio soggetto, nè dirò cose che il lettore potrà trovare più opportunamente trattate nel primo capitolo di questo volume. Desidero solamente si sappia che io non iscrissi il mio libro, frutto di più anni di perseverante lavoro, per servire al diletto e ad una oziosa curiosità; ma bensì per giovare, come per me si poteva meglio, a questi studii cui va meritamente crescendo di giorno in giorno il favore, e più, mi duole il dirlo, fra gli stranieri che non fra noi. Le finzioni onde il medio evo venne popolando la storia di Roma mi sono sembrate non indegno argomento di studio, e non immeritevole dell'altrui attenzione. In esse vive e si palesa lo spirito di quell'età inquieta e fantastica cui travagliarono ideali eccedenti fuor d'ogni misura le condizioni della vita reale; ed io esponendole, commentandole, illustrandole, non ho creduto far altro se non aggiungere alla storia di quella età un capitolo nuovo.

Se dico nuovo non mi sia imputato a tracotanza. L'argomento da me impreso a trattare era ancora in gran parte vergine, il che ben di rado incontra in questi tempi di febbrile lavoro. Di buon numero di leggende esposte nei capitoli che seguono, aveva già parlato, gli è vero, con erudizione copiosa e minuta il Massmann nel terzo volume della Kaiserchronik da lui data in luce; ma non dirò per questo ch'egli abbia prima di me trattato il mio tema. Anzi tutto il suo non è un libro, ma una raccolta di materiali non ordinati, nè dominati da nessuno spirito d'unità; schede d'appunti ricucite insieme; in secondo luogo egli non conobbe, generalmente parlando, altre fonti che le latine e le tedesche, mentre alla trattazione del tema si richiede la notizia di fonti appartenenti a tutte le letterature del medio evo; finalmente sette capitoli del presente volume, e sei del volume che segue, non hanno quasi riscontro nel libro di lui. Di talune leggende si tratta pure in apposite monografie, di cui mi sono più d'una volta giovato, e che saranno debitamente ricordate ai lor luoghi; ma non voglio lasciar di ricordare qui in modo speciale quella incomparabile del Prof. Comparetti, intitolata Virgilio nel medio evo, la quale, quanto più è degna di trovare imitatori, tanto è più difficile che ne trovi.

Chi ha qualche pratica di così fatti lavori, intenderà di leggieri quale fatica mi sia costata quest'opera. Le mie ricerche dovevano estendersi sopra libri d'ogni generazione, stampati e manoscritti, e che in nessuna biblioteca del mondo si potevano trovare insieme riuniti. Quindi la necessità di ripetuti viaggi e di più o meno lunghe dimore, non solo nelle principali biblioteche d'Italia, ma in quelle ancora della rimanente Europa.

Dell'ordine e del modo da me tenuto nello scrivere dà dimostrazione, senza che io ne ragioni altrimenti, il libro stesso. Se nel riferire passi di scritture edite o inedite ho largheggiato, non credo di dovere per ciò invocar l'indulgenza dell'erudito lettore. In poesia e in istoria leggendaria i testi sono fatti, e nulla v'è che possa farne adeguatamente le veci.

Nei lunghi giorni consumati in pazienti e penose indagini un pensiero mi sorreggeva e mi alleggeriva il còmpito; il pensiero di quella gloriosa città che da venticinque secoli assiste imperitura alla drammatica vicissitudine della storia, e vede dalla polvere della signorie cadute e delle morte generazioni rifarsi senza fine i suoi misteriosi destini. Mi tornavano in mente gli anni, lontani oramai, vissuti tra le sue mura, e le impressioni indelebili della sua maestà ricevute fra quelle ruine superbe di memorie e parlanti. Un affetto riconoscente scalda nell'animo mio quei cari ricordi, ond'io ne do, come posso, una prova. La storia certa della città regina, nel tempo antico, nell'età di mezzo, nella età presente, fu scritta per modo che poca speranza può rimanere ad altri di meglio: in questa parte io nulla poteva dare; ma un libro delle sue leggende io tentai di comporre, e a questo godo di potere scrivere in fronte il nome venerato di Roma Eterna.

CAPITOLO I. La Gloria e il Primato di Roma.

Durante tutto il medio evo l'immagine dell'antica Roma, cinta dello splendore della sua gloria incomparabile, è presente alla memoria degli uomini.

Quanto più i tempi sono calamitosi, quanto più aspra la vita, tanto più sollecito e appassionato par che si drizzi il sentimento verso quell'indimenticabile paragone d'ogni grandezza, tanto più ardente pare che vi si appunti il desiderio. I destini di Roma non avevano pari nel mondo. Decaduta dalla signoria politica, vinta, conculcata, la città regina risorge armata di nuova potenza, e, fatta centro della fede, riconquista sui popoli un nuovo dominio, più sicuro e più formidabile dell'antico. La storia presente si ricongiunge alla passata: l'unità sussiste, turbata sì, ma non interrotta dagli esterni travolgimenti, e si manifesta, e s'impone agli spiriti. Restituito l'impero d'Occidente, si riprenderà come se nulla ci fosse stato di mezzo, la serie degl'imperatori, si crederà trasmessa direttamente in Carlo Magno, traverso ai despoti di Bizanzio, la potestà imperiale. Roma è piena delle proprie rovine, quasi ad ammonire altrui della caducità d'ogni cosa terrena; ma ferve tra quelle una vita nuova, che si spande all'intorno; e regna negli animi una credenza che Roma, sortita dalla divina provvidenza ad essere la reggitrice perpetua dell'uman genere, non può morire, ed è serbata a vedere la consumazione dei secoli. In mezzo alla crescente barbarie, tra il frastuono della vita disordinata e battagliera, nei silenzii dello spirito ingombrato d'ignoranza, la voce dell'antica città suona insistente come un richiamo e un segno di riconoscimento. Principio e fonte d'ogni potestà, Roma è il simbolo della universale cittadinanza, è la patria comune in cui tutti si riconoscono. Disfatta l'unità reale dell'impero, sciolti i vincoli di soggezione che legavano i popoli conquistati alla città dominatrice, il sentimento di quella unità e di quella soggezione rimane vivo negli animi, e se ne genera come una tradizione di comunanza fra genti che seguiranno da indi in poi ciascuna il suo particolare cammino. Le antiche province dove si parla latino formeranno, sotto il nome di Romania, una specie di entità geografica ideale, e romani si diranno, di fronte ai barbari, gli abitatori di essa discesi dagli antichi soggetti di Roma, e romana sarà ciascuna lingua nata dalla variazione del latino rustico[1]. Dalle invasioni dei barbari più e più secoli passeranno, sarà dileguato ogni vestigio della civiltà latina, nuovi interessi e nuove fedi avranno occupato il mondo, e il fantasma di Roma, ritto in mezzo alla cristianità, trarrà pur sempre a sè, da ogni parte, l'ammirazione e l'ossequio. Gl'influssi che tacitamente essa diffonde formano come un'atmosfera morale in cui tutti respirano. L'ammirazione per gli uomini e per le cose cresce di giorno in giorno e diventa un culto, la poesia se ne ispira, la leggenda ne nasce.