La storia non presenta altro esempio simile a questo di sollecitudine viva ed universale per le cose d'una età passata e per una gloria irrevocabile. Giacchè qui non si tratta punto dell'interesse erudito che, per un esempio, muove noi moderni allo studio metodico delle forme più disparate dell'antica civiltà, a cui è al tutto estranea la vita nostra; nè quella sollecitudine somiglia punto all'entusiasmo misto di pedanteria che scalda il petto agli umanisti; ma è una sollecitudine ingenua, e direi quasi nativa, per cose che si credono appartenere ancora in qualche maniera al mondo dei vivi. Pel medio evo Roma non è solamente il passato, è ancora il presente e l'avvenire. L'impero esiste in diritto, e qualche volta anche in fatto, e una vaga speranza che i tempi felici e gloriosi possano ancora tornare non si spegne in tutto mai. È questa la speranza che accende l'animo e muove il braccio di Arnaldo da Brescia e di Cola di Rienzo.

Premesse queste brevi considerazioni generali, su cui non giova che io mi trattenga più a lungo, facciamoci ora ad esaminare un po' particolarmente come nel medio evo si ricordasse la grandezza di Roma, e quali sentimenti, e quali atti si generassero dal ricordo.

Anzi tutto la storia della città e dell'impero, benchè stravolta in mille modi e ammiserita, si rammenta sempre ed entra a far corpo con le cronache. La fondazione di Roma si ricorda come uno degli eventi massimi della storia della umanità, e con fantastica esattezza se ne indica l'anno, il mese, il giorno e l'ora, e si notano gli astri che influirono nel suo nascere. Incuteva negli animi ammirazione e stupore quel crescere ed allargarsi di Roma da oscuri ed umili principii ad altissima signoria. Semenque processu temporis in arborem excellentissam crescens per universa mundi climata ramos suae viriditatis extendit, dice Rodulfo Colonna nel suo trattato De translatione imperii[2]. Nei libri scritti in Italia durante il X, l'XI e il XII secolo i romani illustri sono frequentissimamente e con amore ricordati[3]. La storia di Enea, del Pater Aeneas romanae stirpis origo, era una di quelle che il giullare doveva sapere a mente e recitare all'occasione. Tali reminiscenze, troppo vive e tenaci, potevano anzi offendere gli spiriti timorati. Nel X secolo Raterio da Verona si lagna della vana scienza de' tempi suoi che più attendeva a ricordare la vittoria di Mario sopra Giugurta che non la vittoria di Cristo sopra il mondo, più Siface prigione che non Michele trionfatore del drago, più Scipione, Pompeo, Dejotaro e Catone che non Pietro, Paolo e Giovanni[4]. Ma nè i suoi ammonimenti, nè gli altrui fecero frutto. Anzi le storie romane diventarono sempre più famose, e finirono per entrare largamente nelle raccolte di esempii che si propongono la edificazione dei fedeli. Dice Fra Guido nell'Antiprologo del Fiore d'Italia che i romani tutto il mondo di maravigliosi esempli hanno illuminato. Nei Gesta Romanorum i fatti veri o supposti della storia romana servono di tema a numerose moralizationes. I trionfi romani porgono spesso argomento a pietose ammonizioni in molti libri ascetici e non ascetici. Vero è che la mania moralizzatrice giunge a tale nel medio evo che non tralascia nessuna delle cose esistenti, tutte considerandole quali simboli di verità morali, e che però anche la storia pagana doveva essere da lei sfruttata; ma è pur vero che i fatti della storia romana avevano una propria virtù esemplare, la quale li faceva accogliere anche in opere dove quella mania non aveva luogo. Così Rodulfo Tortario, il quale fiorì in sul principio del XII secolo, nei nove libri dei suoi Memorabilia in circa 8000 versi trae dalle istorie di Roma un infinito numero di esempii[5].

Nè solamente si ricordavano le persone e l'opere, ma si cercavano ancora le memorie risguardanti in più particolar modo la città che i secoli e le molte vicende avevano tanto mutata da quella di prima. Carlo Magno, per testimonianza di Eginardo, custodiva nel suo privato tesoro una tavola d'argento su cui era incisa la pianta di Roma, e che lasciò poi per testamento alla chiesa vescovile di Ravenna[6]. Copie di Regionarii e di luoghi di scrittori latini che parlarono di Roma, s'incontrano molto frequentemente nei manoscritti.

Roma era la più nobile, la massima fra le città del mondo. Ciò che Ausonio aveva detto di lei: Prima urbes inter, divum domus, aurea Roma; ciò che di lei avevano detto tanti altri nel tempo antico, il medio evo fedelmente ripete, aggiungendovi anche di suo. L'epiteto di aurea le rimane come quello che più si conviene alla sua dignità. Aurea seguitano a chiamarla gli scrittori ecclesiastici, aurea la saluta Ermoldo Nigello[7], aurea è detta in una bolla plumbea di Papa Vittorio II (1055-1057), aurea spesso nei suggelli imperiali, aurea nel titolo stesso della Graphia urbis, di cui avremo a parlar più oltre. I nomi di mater urbis, di mater imperii, di domina mundi, le si danno anche con amoroso compiacimento, ma più sovente, e con manifesta predilezione, si usa quello di caput mundi. Questo doveva sembrare più d'ogni altro appropriato, dopochè, fatta sede della suprema potestà spirituale, Roma era divenuta più che non fosse mai stata in passato, la direttrice del genere umano. Queste due sacramentali parole si trovano in monumenti e documenti disvariatissima natura: negli scritti di Sidonio Apollinare, di Cassiodoro e di più e più altri autori della letteratura latino-cristiana[8], in suggelli di Enrico II, Corrado II, Lotario II, Federico II e Lodovico il Bavaro (1002-1347), dove una immagine prospettica di Roma è accompagnata dal verso famoso e tante volte ripetuto:

Roma caput mundi regit orbis frena rotundi[9];

su due monete coniate durante il tribunato di Cola di Rienzo, che si faceva chiamare liberator urbis, amator orbis, unendo in un solo pensiero la città e il mondo, ecc., ecc. Giovanni Caligator, che fiorì verso il mezzo del XIV secolo, comincia un carme De vita et passione SS. Apostolorum Petri et Pauli col verso:

Roma caput mundi, primo pastore beata;

e il distico:

Roma decus, mutata secus quam prima fuisti,